Per Papa Francesco la messa solenne celebrata al termine del Sinodo dei Vescovi ha quasi il sapore della liberazione: «È stato faticoso» commenta a ragione, considerate soprattutto le difficoltà legate all’approvazione della Relazione finale.
Il processo di formazione di una volontà comune e condivisa è un momento fisiologico nel percorso di una collettività e Santa Madre Chiesa, nonostante il caratteristico verticalismo piramidale, non può farne a meno: da qui l’esigenza di occasioni di incontro e coordinamento tra le varie realtà locali, che trovano le loro espressioni più note nelle forme del Concilio ecumenico e del Sinodo dei Vescovi.
Se il primo evoca scenari magniloquenti e decisioni dottrinali di estrema importanza e di interesse generale, prese spesso in reazione a sconvolgimenti storici capaci di turbare la struttura e il magistero della Chiesa, la storia del Sinodo dei Vescovi è molto più recente. Istituito nel 1965 da Papa Paolo VI per mantenere viva l’esperienza di dialogo e di confronto maturata durante il Concilio Vaticano II, essenzialmente il sinodo è un’assemblea di vescovi scelti dalle diverse regioni del mondo che ha il compito di favorire una stretta unione e collaborazione con il pontefice; procurare un’informazione diretta ed esatta sui problemi e le situazioni relative alla vita interna della Chiesa e all’azione da condurre nel mondo attuale; facilitare il consenso sui punti essenziali della dottrina e sul modo d’agire nella vita della Chiesa.

La sua attività è sempre convocata, presieduta e conclusa dal pontefice, il quale da buon mazziere stabilisce gli argomenti da trattare, definisce l’ordine dei lavori e ha anche il potere di trasferire, sospendere e sciogliere l’assemblea: il Sinodo dei Vescovi può solo discutere sulle questioni proposte ed esprimere dei voti in forma consultiva, non avendo alcuna potestà deliberativa. Comunque, il papa può attribuire all’assemblea un’autonoma capacità decisionale oppure più semplicemente fare proprie le valutazioni dell’assemblea in un documento ufficiale.
Le conclusioni sono esposte in una relazione finale, i cui punti sono votati di volta in volta con la formula “placet, non placet, placet iuxta modum”, se si tratta dell’approvazione di uno schema nel suo insieme o diviso per parti; oppure con la formula “placet, non placet”, per approvare emendamenti o modi. Il nodo cruciale rimane però quello della maggioranza richiesta, perché ogni punto deve essere approvato con i due terzi dei voti dei membri, mentre può essere tranquillamente rigettato solo con la maggioranza assoluta.
Inoltre, la partecipazione è aperta anche a chi vescovo non è, compresi membri laici, invitati per questioni di opportunità o per particolari competenze dimostrate in merito agli argomenti trattati.
Il loro ruolo nello svolgimento dei lavori è definito di volta in volta. Ad esempio, nell’elenco dei partecipanti diffuso quest’anno dalla Sala Stampa della Santa Sede spiccano i coniugi Miano, sposati da più di 25 anni ed entrambi docenti universitari: lei di Filosofia della Religione alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, lui di Filosofia Morale all’Università “Tor Vergata” di Roma.
«È stata un’esperienza bellissima, nella quale ci siamo sentiti coinvolti con grande entusiasmo fin dall’inizio» dichiarano ai microfoni di Tv2000, la rete della Conferenza Episcopale Italiana. Sono stati invitati a prendere parte ai lavori in qualità di coppia “esperta” e capace di apportare un valido contributo d’esperienza in ragione del tema affrontato quest’anno: “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.
Si è infatti avvertita la necessità di avviare una riflessione approfondita sul ruolo della famiglia nella società attuale, verificare se la sua centralità sia ancora viva, analizzare quali prospettive potranno delinearsi in futuro per comprendere meglio quale dovrà essere l’atteggiamento della Chiesa.
I lavori si sono aperti tracciando alcune considerazioni sull’attuale contesto socio-culturale che, come si evince dai “lineamenta” dove sono illustrati i temi da trattare in assemblea, sarebbe caratterizzato dal crescente pericolo di un «individualismo esasperato che snatura i legami familiari e finisce per considerare ogni componente della famiglia come un’isola, facendo prevalere, in certi casi, l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri assunti come un assoluto». Una crisi della centralità della famiglia dovuta non solo alla «crisi della fede che ha toccato tanti cattolici» ma anche a una serie di fattori di diversa natura.
In primo luogo si affronta una riflessione tanto necessaria quanto amara sull’assenza di politiche sociali, colpevole di aver causato una «crescente povertà e precarietà lavorativa che è vissuta talvolta come un vero incubo». In questo contesto, oppresse da «una fiscalità troppo pesante che certo non incoraggia i giovani al matrimonio», le famiglie «si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni».
In secondo luogo l’attenzione è rivolta a quelle società dove la presenza della Chiesa cattolica è minoritaria, nelle quali vige ancora la pratica della poligamia oppure in cui «sono numerosi i matrimoni misti […] con tutte le difficoltà che essi comportano riguardo alla configurazione giuridica, al battesimo e all’educazione dei figli e al reciproco rispetto dal punto di vista della diversità della fede».
In terzo luogo una doverosa riflessione sulla dignità della donna che «ha ancora bisogno di essere difesa e promossa. Oggi infatti, in molti contesti, l’essere donna è oggetto di discriminazione e anche il dono della maternità viene spesso penalizzato piuttosto che essere presentato come valore. Non vanno neppure dimenticati i crescenti fenomeni di violenza di cui le donne sono vittime, talvolta purtroppo anche all’interno delle famiglie, e la grave e diffusa mutilazione genitale della donna in alcune culture. Lo sfruttamento sessuale dell’infanzia costituisce poi una delle realtà più scandalose e perverse della società attuale».
Se una certa attenzione rivolta alla condizione delle donne può per certi versi lasciare stupiti, fanno comunque da contraltare le note stoccate alla secolarizzazione, con «la legislazione civile che compromette il matrimonio e la famiglia». Secondo il documento in una situazione del genere è necessaria un’attenzione particolare nei confronti dei bambini, i quali «spesso sono oggetto di contesa tra i genitori, e i figli sono le vere vittime delle lacerazioni familiari».
Da qui si snoda uno dei due temi più caldi del sinodo di quest’anno, relativo al rapporto con i separati, i divorziati e le famiglie monoparentali. Sempre nei “lineamenta” da cui prendono le mosse i lavori, si esprime «l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari, sapendo che esse, spesso, sono più “subite” con sofferenza che scelte in piena libertà»; proclami di novità desiderati dall’opinione pubblica anche in merito all’altro grande tema trattato quest’anno, relativo all’atteggiamento nei confronti degli omosessuali.

È quindi facile comprendere la fatica di Jorge Maria Bergoglio, con il pericolo di vedere i suoi intenti progressisti crollare di fronte alle resistenze monolitiche di una notevole frangia di vescovi a causa dei contrasti tra istanze di comprensione e integralismo tradizionalista che tanto hanno caratterizzato le vicende interne della Chiesa nel corso degli ultimi decenni.
Certe resistenze non sono mancate neanche questa volta, alimentate da una lettera che tredici cardinali hanno indirizzato al papa per illustrare diverse “preoccupazioni” sulle procedure del sinodo e sull’andamento dei lavori, tra cui il timore che i due argomenti più sensibili, appunto divorziati e omosessuali, potessero dominare l’intera riflessione teologico-dottrinale sulla famiglia.
Ciliegina sulla torta, a destabilizzare i lavori si è aggiunta la prima pagina del Quotidiano Nazionale con la notizia di presunto tumore benigno al cervello diagnosticato proprio a Bergoglio, circostanza immediatamente smentita dalla Sala Stampa Vaticana. Come prevedibile, un evento del genere ha alimentato molte teorie e non pochi complotti: dalle pagine di Libero il faccendiere Luigi Bisignani ipotizza un coinvolgimento dell’Opus Dei, rassicurando comunque i lettori sulla salute del pontefice: «Sta benissimo, mangia a rotta di collo, è proprio un mangione ed è anche un po’ ingrassato, ama il tartufo anche se a un certo punto ha capito che un papa non deve esagerare».
Bomba o non bomba, sembra che la linea dell’argentino sia riuscita a vincere le resistenze: la Relazione finale è stata adottata superando ampiamente la maggioranza richiesta dei due terzi, almeno nella maggior parte dei suoi punti. Infatti, se il papa nel suo saluto iniziale aveva ammonito che il sinodo «non è un parlamento, dove per raggiungere un consenso si patteggia, si negozia e si cerca un compromesso», è vero anche che i punti relativi all’integrazione dei battezzati divorziati e risposati civilmente sono stati approvati superando di poco il quorum, come nella più italiana tra le abitudini parlamentari.
Per un soffio, la Chiesa sceglie un atteggiamento di maggiore integrazione nei loro confronti: la parola d’ordine per l’avvenire sarà “discernimento”, necessità di distinguere caso per caso.
Un nuovo atteggiamento espresso nella Relazione con le parole di Karol Wojtyła: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido».
Per soli due voti favorevoli in più si abbandona qualsiasi trattamento aprioristico nei confronti dei coniugi divorziati, considerando «come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli […] e ai giovani che si devono preparare al matrimonio».
Nella pratica, un miglior reinserimento dei battezzati divorziati nella comunità dei fedeli dovrebbe tradursi nella possibilità di accedere ai sacramenti.
In merito però il giornalista Sandro Magister pone per L’Espresso un’osservazione interessante: nel testo approvato, «le parole “accesso ai sacramenti” non ci sono più, sono solo lasciate all’immaginazione. E non c’è nemmeno la parola “comunione”, né alcun termine equivalente».
D’altro lato, invece, il punto della Relazione che riguarda la condizione delle persone omosessuali è stato approvato tranquillamente, superando senza strappi al motore la maggioranza prescritta dei due terzi. La circostanza può stupire, ma solo all’apparenza, data l’assenza di novità rilevanti. Si ravvisa infatti una posizione ambigua, che da un lato ribadisce come ogni persona «indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione», dall’altro sentenzia l’assenza di «fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Contrariamente a quanto ventilato dalla stampa e dall’opinione pubblica, in questo frangente qualsiasi spiraglio di novità viene meno nelle ultime righe, dove stavolta si stabilisce chiaramente che «Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso».
Seguendo il copione già descritto, ora bisogna solo aspettare che Papa Francesco faccia proprie le riflessioni approvate in un documento ufficiale, l’Esortazione apostolica postsinodale: a giudicare dalle dichiarazioni del cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, il passaggio sarebbe quasi una formalità.
Comunque vada, se i dogmatici difensori dell’immutabilità della Dottrina devono arrendersi in Assemblea di fronte all’evidenza dei numeri, dall’altra parte le esaltazioni di chi sperava in un drastico cambio di rotta escono fortemente ridimensionate: un risultato che cerca di non far arrabbiare troppo gli uni, comunque accontentando gli altri. Come nella più italiana tra le abitudini parlamentari.
