Se “The Jinx” va su Sky TG24 (verità o finzione di Robert Durst)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Se “The Jinx” va su Sky TG24 (verità o finzione di Robert Durst)

Volete sapere perché questa cosa di “The Jinx” in onda su Sky TG24 ci ha fatto imprecare?

I fatti

Ieri mattina stavamo guardando Sky TG24 mentre facevamo colazione. Ormai è un’abitudine: insieme al caffè, ci beviamo notizie, rassegna stampa al touch screen, meteo e informazioni sul traffico. Ieri mattina, però, c’era qualcosa di diverso. E non stiamo parlando del caffè più amaro del solito o del touch screen che fa i capricci.  In un angolino dello schermo, in sovrimpressione, c’era scritto «The Jinx questa sera ore 21.00».

The Jinx l’abbiamo visto qualche mese fa. Perché se al mattino il rituale è guardare un canale all-news nel tentativo (vano) di sapere cosa stia succedendo nel mondo, la sera, a cena, dopo una giornata di bestemmie e imprecazioni varie al lavoro, il rituale è la visione delle serie tv. The Jinx, quest’anno, è stata una delle migliori, forse la migliore, sicuramente quella che ci ha indotto alla tentazione del binge watching, quella che ci ha tenuto più di un’ora, dopo l’ultima puntata, a parlarne. Vedere che l’avrebbero trasmessa su Sky, all’inizio, è stato una botta di felicità: i nostri genitori, poco avvezzi ai torrent e alla visione delle serie in lingua originale, avrebbero finalmente potuto capire di cosa parlavamo con tanto entusiasmo. Il fatto è che la felicità non è una cosa duratura (perché a volte la felicità ti sfiora appena e poi se ne va, come diceva il maestro zen Gianluca Grignani in un famosissimo haiku): dopo qualche minuto, complice anche il rincoglionimento mattutino, abbiamo capito che The Jinx sarebbe andato in onda su Sky TG24.

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Un servizio della corrispondente da New York City, poi, spiegava a noi sprovveduti e ingenui spettatori italiani cosa fosse ’sto The Jinx, di cosa parlasse “il documentario” (sic) su Robert Durst. E a chiusura di servizio, come un bel nastro rosso su un pacco regalo contenente un gran merdone, arriva pure lo spoiler (avviso: se non avete visto la serie, saltate le righe successive e andate al prossimo paragrafo; se l’avete vista, leggete e imprecate con noi): all’ultima puntata Durst «confessa perché non si accorge che è ancora microfonato» (sic).

Facciamo un passo indietro per capire perché questa cosa di The Jinx in onda su Sky TG24 ci abbia fatto iniziare a imprecare già di primo mattino.

The Jinx è una miniserie prodotta da HBO, lo stesso canale di Game of Thrones e True Detective (e la lista potrebbe continuare). Si tratta di un broadcast che produce e trasmette prodotti di finzione, spaziando dal fantasy al crime, dal comedy al drama. Negli anni, HBO si è costruita una solida reputazione («it’s not TV, it’s HBO»): qualsiasi americano che si siede sul divano e prende il telecomando tra le mani, sa che su quel canale (quei canali, visto che sono sette) ci troverà serialità di ottima qualità, fiction spalmata su più puntate e più stagioni.

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In Australia The Jinx è andata in onda su Showcase, che fa parte degli Showtime Networks: è il canale dove i canguri hanno visto Dexter (fin qui tutto normale, è prodotto da Showtime) ma anche Breaking Bad, Mad Men, The Affair e pure Romanzo Criminale. Anche in questo caso, quindi, The Jinx è stato trasmesso da un canale con una reputazione consolidata in fatto di serie tv, non di documentari. Torniamo un momento a Sky. Mentre da noi le vicende travagliate di Durst sono andate in onda (ieri il primo episodio) su Sky TG24, in UK verranno trasmesse da Sky Atlantic: non parliamo né di un canale dedicato alle news e all’informazione, né di un canale che ha costruito la sua identità su documentari e ricostruzioni storiche, come History Channel o i vari Discovery. Sky Atlantic non dovrebbe suonarvi esotico: c’è anche nell’offerta di Sky Italia, trasmette robe tipo Game of Thrones, House of Cards, The Knick. Restiamo ben saldi nel terreno della finzione.

 

Cos’è The Jinx?

The Jinx è un prodotto culturale ibrido. Si tratta di una docu-serie in sei episodi su un personaggio reale dalla vita piuttosto controversa: Robert Durst, appartenente a una famiglia miliardaria che ha costruito mezza New York City, sospettato e processato per tre omicidi (ma mai condannato, finora). Il motore narrativo, quindi, è un personaggio di cui potete già intuire la grandezza e l’ambiguità. E con questa ambiguità The Jinx ci gioca parecchio. Da spettatore fai un percorso nella vita di Durst, indaghi anche tu insieme a Andrew Jarecki (che l’ha coprodotto, scritto e diretto), ti lasci sedurre anche tu mentre i chiaroscuri della storia di Durst si fanno sempre più forti, e dubiti anche di te stesso (perché un po’ ti sei affezionato a quel vecchietto dall’aria innocua che a volte balbetta pure e ha qualche tic?).

Robert Durst appeared in court today on chages that he violated an order of protection prohibiting him to enter properties owned by other Durst family members.

Una cosa molto importante è anche la genesi di The Jinx. Nel 2010 Jarecki dirige All good things, un film con Ryan Gosling e Kirsten Dunst ispirato alle vicende di Robert Durst. Il vecchio Bobby vede il film, gli piace come viene raccontata la sua storia, telefona a Jarecki e gli dice che vuole essere intervistato da lui. Il resto è The Jinx. Quello che ha sedotto Durst e gli ha fatto venire voglia di esporsi è stato un prodotto di finzione: è stato un film a fargli desiderare di essere il centro di una seconda narrazione, in cui lui potesse finalmente poter recitare la parte di se stesso, mostrando al pubblico quello che lui vuole fargli vedere.

The Jinx racconta e ricostruisce una storia vera, su questo non abbiamo dubbi. Ma lo fa usando gli strumenti della finzione e della serialità: c’è una sigla con una gran canzone (Fresh blood degli Eels) e immagini accattivanti, un mix simile a quello che ha fatto la fortuna di True Detective e di altre serie tv; ci sono i cliff alla fine di ogni puntata; ci sono i colpi di scena (dei gran colpi di scena); c’è un climax, una tensione narrativa ed emotiva che si ingrossa man mano che l’ultima puntata si avvicina; i personaggi cambiano, si trasformano, ne esploriamo le sfaccettature della personalità (sia di Durst che di quei personaggi che poi tanto secondari non sono, come Cody Cazalas, Jeanine Pirro, Sareb Kaufman). Fermiamoci su quest’ultimo punto: il fatto che abbiamo usato la parola personaggi e non persone la dice lunga sulla costruzione di The Jinx e sulla percezione dello spettatore. È una serie tv a tutti gli effetti, non sfigura di fianco a una crime story, non ha nulla da invidiare a True Detective.

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The Jinx resta un prodotto culturale lontano dall’informazione come la intendiamo tradizionalmente su un canale di news. D’altronde non sono informazione nemmeno Chi l’ha visto? o Un giorno in pretura: c’è già un passaggio in più, non sono i fatti nudi e crudi della cronaca, c’è una struttura, un format, in cui quei fatti devono incastrarsi. Non citiamo Chi l’ha visto? e Un giorno in pretura a casaccio. Come in questi due esempi, anche The Jinx è fortemente agganciato alla cronaca. Ma fa un passo avanti: rende il racconto della cronaca più cool, la impacchetta nelle forme ormai a noi familiari della serialità di altissima qualità.

Ecco perché la collocazione nel palinsesto di Sky TG24 ci ha fatto storcere il naso: forse c’è stato un malinteso.

 

Di cosa parliamo quando parliamo di notizie

Dicevamo, perché ieri mattina la fetta biscottata ci è andata di traverso? La risposta riguarda la nostra idea di informazione oggi. Meglio: la nostra idea di verità. Brutale: il motivo per cui quando ci dicono una cosa come «ehi, tuo nonno ieri era al circolo degli anziani, sì come tutte le sere, e tra un bianchino e l’altro è venuto fuori che è stato lui ad ammazzare le cameriere rumene albine che fanno le pulizie al circolo (sono tante le cameriere albine, lo sapevi? Da noi ne sono passate dieci in vent’anni, pace all’anima loro) e poi le seppelliva nell’orto della parrocchia e niente, ieri era in vena di confessioni e ce l’ha detto, noi l’avevamo sempre sospettato, ma comunque alla fine non se ne fa un bel niente perché la terra di quell’orto ha una percentuale di acidità tale che i corpi sono tutti decomposti. Perciò ciao, bel tipo tuo nonno però», quando ci dicono una cosa così, magari a noi viene da dire «oh, che tipo mio nonno, magari però non lo vado a trovare per un po’. Però che storia l’immigrazione albina in Italia. Ma l’inquinamento delle nostre pianure, chi ci pensa, eh? eh? Non possono tutti passarla sempre liscia, qual è la nostra idea di giustizia, eh?».

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A questo punto la parola brutta cui state pensando va detta. Infotainment. Wikipedia, nella sua semplicità innocente, va dritta al punto: «l’infotainment ha origine dalla mescolanza di più generi per andare incontro all’instabile livello d’attenzione del pubblico. Si realizza introducendo schemi appartenenti al “genere” spettacolo nei programmi d’informazione». A noi l’infotainment va benone, l’attenzione prolungata non è mai stata il nostro forte, però il fatto che Sky TG24 alle 7.00 di mattina faccia gli occhi dolci al vecchio Bobby – ovvero a un prodotto ibridato con la pratica documentaria, ma pur sempre un prodotto di fiction seriale – ci sta dicendo che la verità dell’informazione giornalistica oggi ritiene di poter trascurare il punto di origine, la direzione da cui deve partire la formulazione della notizia. Non stiamo parlando né di aletheia né di adaequatio intellectus ad rem: qui è proprio il contrario, è la realtà che deve trovare il modo di incastrarsi al meglio nel format seducente con cui noi siamo chiamati ad assimilare le informazioni. Che noi si funzioni così non ci disturba nemmeno un po’, ma che un canale deputato all’informazione – con tutto il portato ideologico per cui oggi ci rompono le scatole sulla deontologia dell’informazione – snaturi o non capisca la realtà di un prodotto ibrido come The Jinx e se la cavi (o scelga) semplicemente amputando la metà di quello che lo rende il prodotto che è (ovvero l’elemento di fiction seriale) be’, è una cosa un po’ scorretta.

Per essere molto chiari (e perché odiamo i tomisti bacchettoni): se l’unico modo per trasmettere The Jinx in Italia è quello di metterci il cappello della “storia vera”, noi proponiamo il cappello “storia super vera: vedere per credere”, perché un prodotto di quel livello non lo puoi davvero ignorare; ma quello che ci fa cadere il biscotto nel latte mentre ascoltiamo il servizio di Sky TG24 e ci facciamo un super trip di questo tipo è la consapevolezza triste che in Italia abbiamo un problema con i generi narrativi e, di più – lo sappiamo, stiamo insistendo – con la verità. È, al contrario, lo stesso fraintendimento per cui il memoir di Joan Didion sulla morte del marito (L’anno del pensiero magico) in Italia esce con la dicitura “romanzo” scritta in copertina. Sembra che non ci piacciano le situazioni liminali. Oppure ci piacciono ma meglio non dire che stiamo aggirandoci in quei territori. Eppure, se è vero che «ci raccontiamo storie per vivere» (grazie Joan) potremmo evitare di ricorrere a schemi e amputazioni per non dire che il mondo prima è seducente e poi, eventualmente, vero o non vero.

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Se aveste ancora dei dubbi, la chiudiamo citando il New York Times, che è assolutamente d’accordo con noi (!) e sostiene che The Jinx sia un prodotto documentario interessantissimo ma eticamente non accettabile a livello giornalistico. Questo è quello che dice al NYT Joe Berlinger, l’autore di The Jinx: «La vita reale non necessariamente rispecchia l’arco del dramma che è stato descritto, ma va detto che in tv c’è questa spinta a portare avanti insieme questi due tipi di narrazione. Questo non lo rende un prodotto sbagliato o cattivo. Dà solo l’idea di quale fosse il tempo morale interessante per il documentario».

 

Spoiler

Comunque alla fine siamo riusciti a uscire da questo trip spazio-temporale. Anche se, più che usciti consapevolmente, siamo stati precipitati sul tavolo della colazione dalla voce della corrispondente da New York (corrispondente, sì, una giornalista professionista) che in tutta serenità ci informa che Robert Durst è colpevole «come dichiara egli stesso nell’ultima puntata» (sic).

Ora, a parte che fare uno spoiler di questo tipo rivela l’assoluta mancanza di consapevolezza rispetto alle logiche di marketing (non ti dico proprio la cosa che vuoi sapere, così continuerai a guardarmi fino alla fine), se Sky TG24 sta facendo fare (male) alla corrispondente da New York un’operazione di marketing.

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Se invece sta facendo un’operazione giornalistica, lo spoiler cancella una delle cose migliori della serialità, perché se prima che inizi la serie ci viene detto che Robert Durst è colpevole, saremo costretti a guardarla con il preconcetto che tutto quello che lui ci sta dicendo sia una palla, annichilendoci così la possibilità di farci sedurre moralmente da Bobby. Perché è la possibilità di questa seduzione – come evidenzia il sottotitolo Life and deaths di Robert Durst – ad essere il vero motore narrativo di The Jinx, la vera domanda importante che ogni spettatore deve riuscire a farsi (che è la domanda sul male, in fondo): non se lui sia o meno colpevole. La verità, appunto. [V.R / S.I.]

 

Inside Bobby: perché iniziare da Galveston?

Spesso, di fronte ai racconti televisivi, viene il sospetto che un inizio in medias res sia solo un espediente per catturare l’attenzione: il pubblico è abituato alle narrazioni destrutturate e non le avverte come un fastidio, mentre la storia può prendere subito piede. Nel caso di The Jinx, invece, è possibile che la scelta di partire da Galveston abbia un significato preciso – un significato che per essere espresso ha costretto Jarecki a rallentare e appesantire il seguito della serie, pur di anticipare del materiale rispetto alla sua “naturale” collocazione cronologica.

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L’omicidio di Galveston risale al 2001 e non è il primo né l’ultimo episodio inquietante che riguarda Bob Durst. È il più cruento e scioccante, per quel che ne sappiamo, e in The Jinx permette di introdurre molti personaggi che ricorreranno, ma non devono essere state queste le uniche preoccupazioni del regista; c’erano sicuramente altri punti da cui sarebbe potuto partire ottenendo lo stesso effetto. Quel che c’è di speciale, nel ritrovamento del cadavere smembrato sulla spiaggia di Galveston, è il valore simbolico.

Un bambino trova un busto umano arenato tra gli scogli; indagando i dintorni, la polizia nota una serie di sacchi della spazzatura che galleggiano lì vicino e che contengono – si scoprirà – le braccia e le gambe mancanti. Solo una parte del cadavere resta introvabile, dopo giorni di ricerche, e a tutt’oggi non se ne conosce il destino: la testa. Il quarto episodio mostrerà il ruolo cruciale che quella testa mozzata (o meglio, la sua assenza) ha ricoperto nelle vicende di Durst, ma già al quinto minuto della prima puntata, quando di Durst non si è fatto nemmeno il nome, Jarecki ha calato lo spettatore in una situazione che è metafora perfetta del suo stesso documentario.

L’immagine può sembrare terribile, ma anche The Jinx procede raccogliendo i pezzi, come un’indagine. In alcuni di questi pezzi si imbatte per caso, altri li ottiene seguendo una pista, e nel corso della serie tenta di ricomporli tutti in una figura riconoscibile. Con la vita di Durst, lo hanno già fatto in diversi – inquirenti, giornalisti… – tuttavia, continua a mancare la chiave di volta: manca un colpevole per i delitti o manca una prova per incastrarlo, manca un senso di chiusura alle persone che attendono da decenni una verità plausibile sulla scomparsa di una persona cara, manca la possibilità di comprendere che sorta di essere umano sia mai Robert Durst. Manca la testa, e Jarecki is out to get it. [D.Z.]

 

A cura di Sebastiano Iannizzotto,Valentina Rivetti, Daniele Zinni.

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