Arrivo stremato dopo quattro ore di viaggio. Per strada ha piovuto, ho rischiato un incidente spaventoso sulla E55 e ho mangiato un panino disgustoso in un autogrill. Il tempo ora splende, l’autoradio intona “and i think it’s gonna be a long long time”. Faccio i conti con la signora della hall. Occhi chiari, capelli di paglia, una bella signora. Una ragazza seducente, nel senso che senza aver dovuto fare nulla mi ha sedotto, pranza. Chiedo segnali di vita di un wi-fi. La signora mi risponde “Lo metteremo lunedì”. E io lunedì non ci sarò. Esco. A Bellaria la gente va in giro in bicicletta. All’interno del mio suv vengo adocchiato e apostrofato. Sorrido. Il cinema Astra ospita tutti i film in cartellone. Mi piazzo su una poltroncina abbastanza decentrata e osservo la platea. Breve presentazione del primo film in concorso. Guanape Sur è il saggio di diploma di Janos Richter. Produzione italiana. Durata 24 minuti. Non mi aspetto molto. Faccio male. L’opera è grandiosa. Mi dispiace dover usare delle parole per commentarlo, descriverlo, riportarlo. Se avete in mente la prima immagine di Aguirre di Herzog avete trovato la chiave giusta. Qui non c’è nessun condottiero, ma poveracci che ogni undici anni, si ritrovano su una sperduta isoletta a raccogliere cacca per poi rivenderla. Ne viene depositata in quantità industriale. Un film contro il poeta (dalla merda non nascono fiori, ma soldi e sostentamento) avvolto in un realismo poetico. Una contraddizione solo apparente. Ritcher comprende che non c’è niente di più magnetico e misterioso della realtà che si muove sotto i nostri occhi. Il tocco dell’autore è sapere dove piazzarsi. Mimetizzarsi e aspettare, come un cacciatore che invece di uccidere intrappola la propria preda. Con lo sguardo.Quando arrivi in una città che non conosci e sei da solo, non è facile. Per quanto bella e invidiabile la situazione che si pone davanti ai miei occhi assume tratti di spaesamento. Escono fuori tutti insieme: vigliaccheria, spossamento, nevrosi a scelta. Il peggiore di tutti: il senso di inadeguatezza. Col tempo ho imparato che ci sono solo due modi per farti sentire apposto in una città in cui non sei mai stato. Conoscere qualcuno o comprarti qualcosa. Il secondo è più facile e ti fa sentire incredibilmente bene. Mi butto in uno shopping compulsivo cercando di trovare un telo da spiaggia. L’ho dimenticato a casa e il mio proposito di svegliarmi e andarmi a fare un bagno si sta fottendo prima del previsto. Dialogo con il senegalese, forse bengalese, forse nigeriano, forse ghanese, forse africano che gestisce la boutique. Non conosce una parola di italiano e io non conosco una delle sue. L’unica cosa che capisce e che capisco è: 20 e 23. Il primo numero è il costo del telo, il secondo l’ora della chiusura. Dico che ripasso e saluto. Lui dice “Venti”.
Mi sento osservato, intrappolato. C’è un bel sole. Tutti si sono accorti dello straniero. Chissà cosa succederà. Non importa, devo intercettare Michelangelo Frammartino e chiedergli un’intervista. Mi faccio coraggio. Aspetto le 17.30 con calma. Mi insinuo nell’ufficio stampa del festival. Bevo un caffè, usufruisco del bagno. Non è così difficile. Ritorno sul proposito di comprarmi qualcosa per sentirmi a casa. Mi vergogno delle mie debolezze e desisto. Incomincio a riflettere sull’approccio. Lo scenario è sempre pessimo. Provo con una versione di me donna. Immagino che sarebbe più facile. Fesserie. Frammartino arriva. Sorride, mi piazzo in seconda fila. Viene premiato per Le quattro volte da cinemaitaliano.info perché è il lungometraggio italiano che ha vinto più premi: 34. Mica male, per un film che è anche un documentario che però è pieno di finzione e che ha al suo interno un piano sequenza di otto minuti. Frammartino risponde con voce e sostanza alle domande. Dice che il suo cinema unisce l’uomo con gli oggetti, l’ambiente. Forse il suo cinema mi permetterebbe di sentirmi nel posto giusto. Ha dedicato 5 anni della sua vita a questo film. Non credo esistano più matrimoni che durino così tanto. Poi dice una cosa bellissima quando gli domandano la differenza tra tv e cinema. Gli chiedono dello spettatore. Il primo sta a testa china, l’altro guarda verso l’alto, verso il cielo. Metafora preziosa. Lo premiano, applaudo. Mi alzo. Sono pronto. Devi confrontarti con i tuoi demoni ogni tanto. Incomincio a pensare che dovrei prendermi una vacanza. E che in fin dei conti, già ci sono. Poi il mio cervello devia verso Santa maradona perché de Rienzo dice la stessa identica cosa (“dovrei prendermi una vacanza”) e i miei occhi abbracciano il vuoto. Frammartino sorride e dice ok, mi lascia il suo contatto e mi saluta. Io torno nel mondo delle persone adulte e mi sento a casa. Esco per strada e trovo il coraggio di fissare una ragazza. Mi sorride. Tra la conquista del mondo e l’imbarazzo non c’è poi così tanta differenza. Vado a cercarmi uno shampoo. Ho dimenticato anche quello.Esco da The Oath e vado verso la macchina. Starei proprio bene se fossi venuto in treno. Mi sarei affittato una bici, non avrei avuto il problema del parcheggio. E vabbè, sono quelle cose che comprendi sempre tardi. Penso al lavoro di Laura Poitras e sono insoddisfatto. Il momento migliore è quando l’ex guardia del corpo di Bin Laden racconta, senza volerlo, che cosa sia la contemporaneità. Sto osando un paragone con i bastardi senza gloria tarantiniani quando arrivo alla macchina; la macchina non c’è. Al suo posto trovo una bancarella. Intorno a me ci sono tutte bancarelle. E’ festa. Vado al comando di polizia, continuo a pensare a Tarantino e Bin Laden e scopro che la mia macchina è a circa tre bei chilometri di strada. In romagnolo anche una rimozione può avere la sua bellezza. Ringrazio e mi incammino. Voglio vedere il film di Banksy: inizia tra un’ora. Sono un maratoneta professionista. L’iphone mi porta fuori strada. Dice che dovrei attraversare un muro di due metri e sfidare i binari al buio. Stupide tecnologie. Mi rendono sempre più pigro. Il cervello si inabissa e mentre una parte prova a calcolare da solo un percorso alternativo, l’altra pensa alla contemporaneità del terrorismo (peccato non riuscire a ricordarsi su cosa riflettevo mentre parcheggiavo di fronte ad un cartello che indicava la rimozione forzata a qualsiasi ora della giornata). Come spiega bene Abu Jandal, l’unico obiettivo, era vedere crollare quei monumenti, quei simboli perfetti e intoccabili. Bisognava realizzare il più grande spettacolo del mondo per umiliare gli U.S.A. Il capitano Landa subisce la peggior onta ritrovandosi sfregiato da Brad Pitt. E’ la nostra immagine che conta. Così quando arrivo dismesso e funestato ad un chiosco chiedendo indicazioni per un posto che da quanto sostiene il mio malfidato iphone non esiste, il proprietario mi dà uno strappo in macchina. I commensali, come un coro greco al crepuscolo commentano “Era tua allora la macchinina che è sfrecciata appesa al carroattrezzi”. Si, tutta mia. Bagno con gli occhi i soldi che lascio all’azienda di famiglia specializzata in rimozioni e ricambi, penso agli dei, guardo l’orologio e mi arrendo. Il documentario della Poitras potrebbe essere un crudo inferno kafkiano in cui un uomo, solo per essere il cognato dell’ex guardia del corpo di Bin Laden, si ritrova a Guantanamo. Invece si schiaccia sulle nefandezze del sistema giudiziario americano. Che va sempre bene, ma alla fine si ottiene un’anestesia silenziosa e terribile.


