Ci sono, a volte, cose che non vorresti fare. Cose attraverso cui cresci, dicono. Quella che sto per fare è una di queste.
Beppe Severgnini è stato – e per certi versi continuerà a essere – un pilastro della mia formazione intellettuale, se mai ce n’è stata una. A Beppe Severgnini io sono attaccata proprio affettivamente: per me è il modello di un certo giornalismo, di quell’indagare leggero ma disincantato, impegnato senza essere pesante o retorico. Il suo sguardo sul mondo è rapido senza essere frettoloso, acuto senza essere pretenzioso. Il suo scrivere accessibile ma non povero, estremamente accurato e sincero. Ecco, Beppe Severgnini è uno dallo sguardo e dalla parola sinceri. E poi è un personaggio abbastanza atipico nel nostro panorama culturale: frequenta i salotti ma non è un intellettuale né un volgare opinionista, scrive libri che non sono spiegoni saccenti ma neanche tascabili divulgativi per l’italiano medio. In questo mondo televisivo un po’ dorato un po’ plastico, fatto di interviste, poltrone girevoli e accattivanti Darie Bignardi in tubino nero, Beppe Severgnini si muove con uno stile tutto suo.

Ultimamente, però, qualcosa ha adombrato l’immagine luminosa che avevo di Beppe. È successo quando ho cominciato a guardare L’Erba dei vicini, programma di Rai3 che paragona l’Italia ad altri Paesi secondo criteri a volte canonici e quasi banali, a volte invece molto più fantasiosi. Per esempio, si confrontano in Italia e in Germania qualità dell’istruzione, stipendi medi, mercato immobiliare, etc, ma anche lo stato dell’arte nel cantautorato neomelodico; e così sedute allo stesso tavolo troviamo una procacissima morona del salernitano convinta che faccia un botto elegante introdurre ogni frase con “in effétti”, e un’energetica bionda teutonica che nei video canta su raffinatissimi baldacchini écru sulla spiaggia – che voi direte, pazzesco. Sì, pazzesco, tivvù qualità.
L’Erba dei vicini, cantautorato kitsch a parte, è un programma davvero ben fatto. Innanzitutto, è un format tutto italiano: non l’abbiamo comprato da nessun altro e questo, in effétti, non è banale. In secondo luogo, propone contenuti curati: i documentari che presentano i due Paesi a confronto sono informativi e divertenti, giocano sui luoghi comuni e riescono nella sofisticata operazione di renderli sensati. Ci vuole poco a dire che siamo pizza e mandolino, ci vuole arte a spiegarlo, a renderlo vero, per quanto non esaustivo. Ci vuole fantasia a di-spiegare il luogo comune, a riempirlo di contenuto, a dargli le giuste coordinate. Grazie anche alla guida fuoricampo che ci fa Beppe, questi documentari costruiscono dei piccoli quadretti, delle pillole sugli altri. E questo, farci sporgere il naso oltre la nostra finestra, è servizio pubblico. E mamma Rai quante ne sai.

Un grave passo falso del programma, però, è il ruolo del pubblico. Sono cento, benvestiti e addomesticati, hanno un telecomando in mano e per ogni puntata sono chiamati a votare otto volte, ovvero due volte per ogni argomento trattato. La prima sulla base del pregiudizio, la seconda dopo aver visto i documentari e le interviste che dovrebbero averli istruiti. Ma come giustificare l’imperturbabile staticità di questi licheni telecomandati? Un pubblico timoroso e ubbidiente che ha tirato fuori il miglior misto cashmere dall’armadio; un pubblico impacchettato che puzza ancora di naftalina.
E questo ci conduce ampress ampress all’altra crepa. Stavolta dolorosa da rilevare. Beppe, maestrino che non sei altro.
La crisi matrimoniale tra me e Beppe è dovuta all’atteggiamento da #spiegonebeppe che ha assunto, perché quello che ci vuole davvero insegnare con questo programma non è come pagano un ingegnere ad Amburgo, ma come essere noi un pubblico o, meglio, dei giovani svelti, preparati e arguti. Ma questo, questo volerci insegnare la maturità e la sofisticatezza, ci pone invece nella posizione di discenti supini: gli eternamente “non ancora pronti”.
Beppe vuole essere maestro di autonomia, indipendenza, spirito critico, ma certe cose – io credo – i maestri non le insegnano a parole: le insegnano nei fatti, nei gesti, nelle scelte. Io, l’autonomia, come la libertà di pensiero, come il coraggio del dissentire, li ho sempre visti praticare, mai insegnare.

Ma qual è il limite tra insegnare e sopraffare? Tra informare e salire in cattedra? È difficile essere bravi insegnanti: scegliere cosa far passare e come. Cosa spiegare e cosa solo mostrare. Didascalici o allusivi? Trattare l’altro come discente o come un’occasione di dialogo bilaterale? Chi cresce nell’insegnamento?
Io di Beppe mi sono innamorata tante volte. La prima volta è stata quando parlava dei treni Amtrak per attraversare la pancia degli States. Poi quando l’ho sentito raccontare la storia di come quell’estate sbarcò in Sardegna, e la vespa bianca, e la Bignardi gnocca e irraggiungibile. Soprattutto, mi sono innamorata di lui sentendogli fare certi giochetti linguistici che te dico fermete. Cose del tipo: «ligia e un po’ grigia», a cui io arrendevolmente cedo. Cedo a questa ricerca per le parole, quest’accuratezza nel pensiero e quindi nel linguaggio.
È british nello humour, americano nel parlare semplice ma efficace; italiano nel volere una lingua sofisticata e dotta, perché semplicità non significhi banalità. Non sono i contenuti a conquistarmi, ma il mezzo d’eccellenza: un parlare aggraziato e immediato. C’è dell’arte, un’arte che a me fa capitolare.
E insomma, forse, l’unica vera lezione che L’Erba dei vicini può darci è che i maestri sono di questa terra e nella loro imperfezione dobbiamo accoglierli: Beppe, pur essendo in effétti un maestro, è anche un essere umano e dunque è fallibile. Perché in fondo la grandezza non si dà mai nella perfezione. E perché la santità è una grandissima rottura di coglioni.