Catania, 19 dicembre 2015
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Catania, 19 dicembre 2015

Prima di scendere dall’aereo, in quel momento in cui sono tutti in piedi e cercano di decapitarsi recuperando i bagagli nelle cappelliere, ho messo la sciarpa nello zaino. I guanti e il berretto preso da Tiger (che non serve a molto, vista la bassa percentuale di lana) ce li ho nelle tasche del giubbotto, ma […]

19dicembrebis

Prima di scendere dall’aereo, in quel momento in cui sono tutti in piedi e cercano di decapitarsi recuperando i bagagli nelle cappelliere, ho messo la sciarpa nello zaino. I guanti e il berretto preso da Tiger (che non serve a molto, vista la bassa percentuale di lana) ce li ho nelle tasche del giubbotto, ma solo in previsione del ritorno a Torino tra dieci giorni.

Per un siciliano che vive al nord, la questione del tempo è cruciale. Ogni volta che sento i miei, una delle domande fondamentali (dopo il classico «stai mangiando?») è quella sul tempo. Anzi, sulle temperature. Forse i miei genitori vedono Torino come una specie di Winterfell e mi immaginano avvolto in una pelliccia mentre affondo nella neve, con un fido Direwolf al mio fianco. Ma sto divagando.

All’uscita dall’aeroporto non tiro su la zip del giubbotto. Mi convinco di aver fatto bene a non aver indossato gli scarponi che uso abitualmente a Torino (inutili, forse, anche lì, visto che non piove da un bel po’). L’aria sembra avere una qualità diversa, e non parlo di inquinamento. Sembra essere più corposa, ma morbida, con una consistenza soffice. Rimango qualche passo indietro, con il naso all’insù, mentre ci avviamo verso il parcheggio.

Mia madre precisa che siamo al crepuscolo. A me vengono in mente tre cose: Il crepuscolo degli dei di Wagner; Il crepuscolo degli idoli di Nietzsche (che perculava un po’ il vecchio Wagner); e poi un ricordo di cinque anni fa, quando entrando in una libreria di Granada vidi che lì Twilight si chiamava Crepúsculo.

Dalle nuvole rimbalza una luce chiara, che addolcisce i profili delle palme e dei palazzoni di Librino, che si intravedono mentre raggiungiamo casa. Ogni volta che torno nel posto in cui sono nato, ho l’impressione che tutto stia invecchiando a una velocità doppia rispetto al normale. Non solo le persone, ma anche i palazzi, le strade, le insegne dei negozi. Mi pare che tutto stia scolorendo e che possa scomparire. Capite che con questa luce qui la possibilità di svanire diventa molto concreta. O almeno così mi sembra, quando entro in casa e il mio cane quindicenne si alza a fatica e barcolla per venirmi a salutare. Forse sarebbe bello se svanissimo un po’ alla volta in un crepuscolo come questo.

Sebastiano Iannizzotto
Nato nel 1989 a Catania, dopo un’adolescenza mediocre e del tutto priva di interesse sceglie un po’ a caso di dedicarsi agli studi umanistici. Abbandona il borgo natìo per emigrare in terra andalusa. Dopo un'estate da mozzo su una nave cargo battente bandiera portoghese, si trasferisce nella ridente Torino. Devoto alla chiesa del Chino Recoba e malato di Roberto Bolaño e di Julio Cortázar, usa la letteratura latinamericana per scopi poco edificanti ed è campione rionale di tiro al piattello. Scrive su Crampi Sportivi e IndieForBunnies.
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