Allucinazioni
Inherent Vice, Paul Thomas Anderson (USA) – Un film sulla fine del sogno hippy non poteva che avere i toni fumosi dell’allucinazione. Tutto è sopra le righe, a partire dai personaggi. Ma, come in un trip degno di questo nome, la realtà diventa viscosa, i contorni sfumano fino a confondere persino il bianco e il nero, l’ordine e l’anarchia, la legge e la pretesa di sovvertirla. Tutto questo è condensato in una scena, quella in cui Bigfoot Bjornsen mangia tutta l’erba di Doc Sportello e quest’ultimo non sa far altro che assistere impotente all’implodere di un mondo fatto di opposti: un mondo ingenuo, rassicurante, in fondo.
Mad Max: Fury Road, George Miller (Australia/USA) – Qui l’allucinazione sfuma nell’incubo: la realtà descritta da George Miller è un capolavoro di desolazione e di disperazione. Il rischio della distopia è quello di annoiare a morte lo spettatore con spiegoni interminabili per illustrare nel dettaglio la realtà in cui si svolgono i fatti. La maestria di Miller sta nel non spiegare un cazzo: lui cala lo spettatore in quest’inferno desertico di mutilazioni, mutazioni e siccità. E ci mette pure un chitarrista pazzo che suona la carica su un tir armato di chitarrona sparafiamme.
The Assassin, Hou Hsiao-hsien (Cina/Hong Kong/Taiwan) – Spesso in un film l’estetica è una dimensione formale, spesso ma non sempre. Ci sono opere che riescono a prenderla e spostarla dal piano del come a quello del cosa. Praticamente la fanno diventare il contenuto. La meraviglia di The Assassin è esattamente questo: l’occhio che racconta la storia della protagonista è così estetizzante da trasformare la realtà in un’allucinazione bellissima.
Reflektor Tapes, Kahlil Joseph (Canada) – Più che un documentario vero e proprio, Reflektor Tapes si posiziona al crocevia tra videoarte e videoclip e, grazie a questa commistione, riesce a trasferire sullo schermo quello che è il tema del disco: la lotta tra istinto e ragione. Un racconto allucinato in cui lo stile barocco riesce ad aderire perfettamente non solo al suono messo a punto dagli Arcade Fire ma anche alla storia di Orfeo e Euridice, nodo centrale dell’immaginario che sta dietro all’ultimo disco della band canadese.
Strutture complesse
Inside Out, Pete Docter e Ronnie del Carmen (USA) – La qualità, quasi rivoluzionaria, del film sta nel riuscire a scomporre visivamente un procedimento complesso che avviene a velocità vertiginose dentro la nostra testa, quindi in un luogo in cui nessuno è mai stato (nemmeno tu, Sigmund).
Lo fa antropomorfizzando le emozioni: è rassicurante, in fondo, pensare che se ti arrabbi e ti scappa una bestemmia forse è stato perché un omino rosso piuttosto irascibile ha premuto un tasto nella consolle di comando della tua testa. È così rassicurante che perfino Goffredo Fofi ci è cascato e si è fermato qui (recriminando su quanto sia immorale instillare in una giovane mente fanciullesca l’idea che non siamo padroni delle nostre azioni, ma siamo agiti da una qualche forza che ci abita, negandoci la libertà).
Invece, la vera ficata di Inside Out – che è anche uno strepitoso cambio di paradigma a livello pedagogico – è pensare di affrontare i temi dell’emotività e dell’instabilità in un racconto per bambini cercando di smarcarsi dall’approccio di sempre, che tende a incasellare i comportamenti in due grandi categorie: normalità e patologia.
As mil e uma noites, Miguel Gomes (Portogallo/Francia/Germania/Svizzera) – Qui la complessità è prima di tutto nella struttura del racconto che, più che un film in tre atti, sembra organizzato come un imponente testo letterario: tre capitoli con almeno sei paragrafi ciascuno e alcuni sottoparagrafi. E poi c’è l’indice con i numeri di pagina (che ovviamente sono minuti) per muoversi in una storia che sembra più un labirinto che una narrazione lineare da A B. Ma Gomes non si accontenta, ovviamente. E allora dentro l’impianto letterario ci infila anche un gioco metaletterario: pensate alla mezz’ora iniziale in cui il regista compare davanti alla macchina da presa in una specie di proemio che diventa una cornice al racconto in cornice. Se pensate che in una narrazione così complessa ci sia il rischio di perdersi, vi sbagliate: Gomes riesce nell’impresa di raccontare la crisi del Portogallo (nonostante nel proemio venisse “processato” proprio per il rifiuto di fare cinema sociale).
Macchine da presa maratonete
Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza), Alejandro González Iñarritu (USA) – Ancor più dello stato di grazia di Michael Keaton, quello che colpisce sono i movimenti di macchina: sono così fluidi da diventare perfino ipnotici.
Iñarritu porta all’estremo le possibilità del piano sequenza per raccontare una “realtà da cui non si può sfuggire, perché viviamo le nostre vite senza la possibilità di fare un montaggio”. Ma il piano sequenza interminabile non è altro che una finzione: si tratta di una serie di piani sequenza più brevi cuciti insieme in modo così perfetto da sembrare un unico e fluido movimento di macchina.
Tangerine, Sean Baker (USA) – Qui a inseguire i protagonisti, che a loro volta s’inseguono, è la camera di un iPhone 5S. Una storia così concitata e pazza non poteva che essere scandita da un ritmo sempre più incalzante, che non ammette soste, così come la ricerca di Seen-Dee, una prostituta transessuale che impiega le prime ore di libertà dopo un mese di prigione per cercare il fidanzato fedifrago o, forse, una conferma della sua identità. I colori – quello che domina è l’arancione ed ecco spiegato il titolo del film – sono così saturi che concorrono ad amplificare l’andamento sincopato del racconto. Fino alla fine, quando Seen-Dee e Alexandra si siedono dentro a una lavanderia e prendono fiato. Senza parrucca.
Il tempo, un gran bastardo
Me and Earl and the dying girl, Alfonso Gomez-Rejon (USA) – In questo film (che probabilmente è la miglior commedia dell’anno) la dimensione temporale corre su due binari: perché quello che minaccia Rachel è proprio la morte, ovvero la fine del suo tempo, mentre il problema di Greg è uscire dal tempo circolare e come in potenza dove tutto quello che fai, anche le parodie dei grandi film della storia del cinema, sono una prova generale di quello che puoi essere. Cosa serve, in fondo, per convincerci a diventare qualcosa invece che tutto quello che potremmo essere?
Lamb, Scott Partridge (USA) – Due tempi distanti, quello di un uomo di mezza età (con qualche problemino tipo un matrimonio in crisi e un padre morto da poco) e quello di una bambina (particolarmente sveglia e particolarmente sola), riescono a collimare solo nello spazio sospeso di una fuga. Ma anche la fuga ha un limite e allora, all’angolo di una strada, prima di dirsi addio, diventa d’un tratto ferocemente evidente che se il tempo di Tommie è ancora tutto a salire, quello del signor Lamb seguirà una parabola discendente: l’amore impossibile, o la sua illusione, sembra l’unico modo per trattenere lo scorrere inesorabile dell’esistenza.
Hello, my name is Doris, Michael Showalter (USA) – Il tempo di Doris è sempre stato obbligato da quello di sua madre: è vero che il personaggio interpretato da Sally Field non ha potuto scegliere che vita vivere, ma è anche vero che ha avuto paura di scegliersi, una volta per tutte. Così preferisce coltivare l’illusione di fermare il suo tempo attraverso l’accumulare ossessivo di segni del presente (o del passato?) mentre bada alla mammuzza. Peccato che a un certo punto dai sogni ti devi risvegliare. E Doris si è risvegliata tardi.
[V. R. / S. I.]
La violenza e il sacro
Francofonia Aleksandr Sokurov (Francia/Germania/Paesi Bassi) – La violenza della Seconda guerra mondiale non ha risparmiato molto. Non c’è stata la grazia per l’uomo, figurarsi per quello che lo circonda. L’ultimo film di Sokurov è un tentativo di immaginare cosa sarebbe potuto succedere se questa violenza avesse incrociato anche contro il museo per eccellenza, il Louvre di Parigi. Sokurov esplora il sottile rapporto che intercorre tra arte e potere e utilizza il suo film anche per rivelare quanto l’arte racconti dell’uomo e assurga ad uno statuto, per dirla con Agamben, di eccezione. Un’alleanza che va oltre i confini della guerra, una violenza fermata dall’uomo attraverso il mezzo della sacralità dell’arte, un altro grande film di un sempre più grande regista.
Kreuzweg. Le stazioni della fede, Dietrich Bruggemann (Germania, Francia) – Ci sono delle situazioni invece dove è il sacro stesso a spingere verso la violenza: non una violenza fisica però come quella delle Crociate, quanto una violenza psicologica che, attraverso il sacro, plasma la vita. È ciò che il giovane regista Bruggemann narra utilizzando le quattordici stazioni della Via Crucis, cioè la storia di Maria, una ragazzina di 14 anni che cresce secondo i rigidi dettami della famiglia dedita alla società di S. Pio XII, organizzazione ortodossa che rinnega le innovazioni conciliari a favore di una dimensione stretta e oscurantista. Le lunghe inquadrature fisse che raccontano le stazioni della piccola Maria sono la rappresentazione di un tentativo di rinuncia alla vita e alla terra in favore del cielo che una ragazza tenta per esaudire i desideri dei genitori. Menzione particolare per Lea Van Acken, interprete di Maria, che riesce a racchiudere nel suo giovane volto le sofferenze di una costrizione.
Il figlio di Saul, Làszlò Nemes (Ungheria) – La violenza perpetrata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale non ha ovviamente nulla di sacro, se non perché è stata perpetrata quasi seguendo un sacro rituale di annientamento. Il film d’esordio di Làszlò Nemes, vincitore anche del Grand Prix Speciale della Giuria al festival di Cannes, racconta una di questa storie, quella di Saul Auslander, membro ungherese del Sonderkommando, il gruppo di ebrei che nei campi erano costretti ad assistere i nazisti nella loro opera di sterminio, che cercherà di dare degna sepoltura ad uno dei morti che sostiene essere suo figlio. Il coraggioso regista ungherese decide di mettersi in gioco prendendosi la responsabilità formale e morale di portare sullo schermo la storia di un corpo, perché è attorno al cadavere che gira tutto il plot, un incubo ad occhi aperti vissuto da un padre.
3 film italiani del 2015
Bella e perduta, Pietro Marcello – Pulcinella, dalle viscere del Vesuvio, viene inviato nella Campania odierna, nella Terra dei Fuochi, per mettere in salvo un giovane bufalo di nome Sarchiapone, esaudendo così il desiderio del povero pastore Tommaso, guardiano e angelo della Reggia di Carditello. In questa evocativa Reggia, simbolo borbonico in abbandono, Pulcinella trova il piccolo bufalo e con lui parte verso il Nord, in un viaggio per l’Italia che, nella mente dell’autore, è riscoperta continua delle bellezze e delle rovine, è viaggio itinerante per le province italiane che trova proprio nella favola del pastore, che dedicò tanti anni della sua vita per la cura del bene artistico abbandonato, l’emblema di una lotta contro il disfacimento e la distruzione attraverso la rinascita di un rapporto tra uomo e natura.
Non essere cattivo, Claudio Caligari – Incomprensibimente fuori concorso alla mostra di Venezia, ma forse è giusto così per un autore sempre fuori dagli asfissianti circuiti maggioritari, Non essere cattivo è il film testamento di Claudio Caligari, deceduto poco dopo il termine delle riprese. Terzo film in più di trent’anni, Non essere cattivo è anche il culmine di un percorso artistico sempre fedele, e si impone come la fine della parabola cominciata con Amore tossico. Laddove la dipendenza dall’eroina costituiva il tema centrale, passando attraverso L’odore della notte, Non essere cattivo è il passaggio definitivo che quella generazione post-pasoliniana dedita al consumo di droghe subisce con l’avvento dell’era sintetica. Ma è anche tanto altro, è l’ennesimo affresco neorealista su Roma, l’ennesima appassionata scrittura naturale e precisa, l’ennesimo oggetto indefinibile e, in definitiva, un film vero e di un vero regista.
Vergine giurata, Laura Bispuri – Il film d’esordio di Laura Bispuri, con protagonista una meravigliosa Alba Rohrwacher, ha per soggetto la storia di una donna costretta a seguire le regole del Kanun, diritto civile attivo tra i montanari albanesi che permette ai genitori, in mancanza di figli maschi, di spingere una donna ad autoproclamarsi uomo. Così Hana diverrà Mark e, una volta in Italia, dovrà ricercare la sua origine a causa del contatto con la nuova società. La riflessione sulla sessualità si fa indagine e scavo tanto silenzioso quanto durissimo, registrando i timori e le incertezze, le speranze e i sentimenti di una stupefacente Rohrwacher, assolutamente credibile nella sua trasformazione da donna a uomo. Una grande speranza per il cinema italiano, una regista che riesce a trasportare ed indagare sullo schermo, i problemi più intimi della fisicità.
[M. M.]
A cura di Valentina Rivetti, Sebastiano Iannizzotto, Matteo Moca.