Dal centro della cameretta | Riassumere Youth Lagoon
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
16172
https://www.dudemag.it/musica/dal-centro-della-cameretta-riassumere-youth-lagoon/

Dal centro della cameretta | Riassumere Youth Lagoon

Quando le cose finiscono la persona diligente, o chi non se ne fa una ragione, capitalizza, riassume, ricongiunge per sommi capi ciò che è stato fino ad allora. Io, che mi sento in una discreta via di mezzo tra le due posizioni, sto aspettando di andare stasera a sentire Youth Lagoon. Sarà la mia prima […]

Quando le cose finiscono la persona diligente, o chi non se ne fa una ragione, capitalizza, riassume, ricongiunge per sommi capi ciò che è stato fino ad allora. Io, che mi sento in una discreta via di mezzo tra le due posizioni, sto aspettando di andare stasera a sentire Youth Lagoon. Sarà la mia prima ed ultima volta, perché il progetto Youth Lagoon è stato chiuso dal suo unico membro, Trevor Powers, il primo febbraio. Da giorni ascolto la sua discografia per intero, disco dopo disco, a ripetizione. E l’intenzione di riassumere si è impossessata di me, per capire meglio Youth Lagoon, e salutarlo per bene.

Powers tornerà in futuro sotto altri nomi, ma raggiunta la cima della montagna del suo progetto attuale si è accorto di volerne scalare di ancora più alte. Peraltro sarà facilitato, perché possiede il nome reale più fico di molti monicker che siano mai stati usati: TREVOR POWERS, andiamo.

Ha scritto che il progetto Youth Lagoon non ha più niente da dire. Cosa ci ha detto fino ad ora?

 

L’isola

img 1

L’isola è la prima cosa che si vede quando si prende in mano The Year of Hibernation, primo disco, del 2011, di Youth Lagoon. La foto sulla quale capeggiano le lettere Y e L è di una vacanza della famiglia Powers nell’isola più antica delle Hawaii, Kauai. Questo è un ricordo felice, un momento che Powers ha voluto mantenere intatto, indelebile; se affiancato alla genesi dell’album assume però la forma di un obbiettivo, o di un pensiero fisso, lontano nel tempo e nella nostalgia.

In The Year of Hibernation Trevor Powers parla di sé stesso. L’anno dell’ibernazione di cui parla è l’anno che Powers si è dato per il suo progetto musicale. Ha trascurato le sue finanze – ha fatto il musicista di strada in centro nella sua Bosie –, le sue relazioni – problemi con la sua fidanzata –, e il suo stato psicofisico – ha dovuto interrompere le sue sedute dall’analista. I temi trattati in The Year of Hibernation sono personali, riguardano le ansie di un Powers ventunenne, rincorso da una precoce paura della morte e afflitto da attacchi di panico. Powers sta male in maniera banale, come un ventunenne bianco della classe media americana può stare, ma diluisce questa banalità in testi intelligenti, personali ed evocativi, e nella musica sognante di quello che fu il primo Youth Lagoon. Nel suo anno di ibernazione, nel suo bozzolo, Powers si cura.

img 2

Una foto dal parco di cui parla nell’ultima traccia “The Hunt”, vicino alla facoltà di legge che l’amico Trevor avrebbe voluto seguire. «I have a sickness in my head that won’t go away» dice, mentre il pezzo sale per un memorabile finale.

 

I suoni della sua Alesis SR16 sono secchi, simulacri, ricordi di una batteria. La voce ha un riverbero eccessivo, oltre il sognante. In questo blog si può trovare un piccolo diario tecnico del produttore Jeremy Park – che è tra l’altro un piccolo compendio di home recording, tra distanze, microfoni messi negli armadi, sessioni di reamp di ogni strumento – sulla registrazione dell’opera prima di Youth Lagoon. Park sottolinea più e più volte come Powers gli intimasse di utilizzare dosi massicce di riverbero, tanto che «this might sound much like listening to a record that was playing in another room across a giant warehouse». E non è una definizione troppo lontana dalla realtà. Per questo disco si parla un po’ troppo spesso di bedroom album (dai, l’ho fatto anch’io nel titolo di questo pezzo); la realtà è che in cameretta c’è Powers, e noi siamo fuori. Sentiamo la sua voce che filtra, di notte, dalla porta semichiusa, dalla quale vengono poche luci  – una lampadina colorata, i led della drum machine, e la rotella di modulazione illuminata del suo Alesis Micron. È in cameretta che è stato pensato, ma è grazie al gran lavoro di Powers e del produttore Park che è potuto venire alla luce.

 

Il mare

img 3

Wondrous Bughouse inizia ed è già una visione. Diavoli, cavalli, figure misteriose imperversano da subito in quello che è uno dei pezzi migliori di Youth Lagoon, Mute, preceduto dall’inquietante intro di Through Mind and Back. Musicalmente, qui, siamo su un altro livello. Powers ha abbracciato definitivamente la weirdness e riempie (sono davvero ovunque) il disco di suoni misteriosi, distorsioni, disturbi nello spettro auditivo che sembrano creature in agguato. Il viaggio di Powers è nello spazio, in paradiso e all’inferno ed è popolatissimo. Wondrous Bughouse è un mondo sottomarino, con i suoi luoghi e i suoi mostri: il tormentato uomo pellicano, certo, ma anche il terribile Attic Doctor (novello Mr. Kyte con il suo valzer cadenzato e sbilenco), i demoni, un cervo accampato su una collina, spiriti e fantasmi.

Per un minuto e dieci si accelera e si rallenta a scatti, poi non si capisce bene cosa succeda, il pezzo si apre, riempie la stanza

 

La batteria a tratti è più realistica, ma comunque filtrata, lontana, ovattata; i sintetizzatori gorgheggiano placidi e squillanti, ben piazzati vicino alla chitarra fondamentale e tra gli altri suoni, tra i quali un basso che si fa sempre più pulsante (Third Dystopia insegna); le tracce sono pesantemente effettate con phaser, riverberi, delay, in un regno del pedale fino ai cancelli dell’esagerazione; lo stile compositivo non ha legacci e i pezzi hanno strutture fluide, inusuali; la voce nasale di Powers si fa strada e un po’ di coraggio, anche se suona sempre lontana, vaga, un ricordo del dormiveglia, di brutti e popolosi sogni. Il disco termina con la traccia Daisyphobia, di un’inesattezza squisita, misteriosa il tanto che basta per non far capire davvero a nessuno l’inizio dei versi, prima di svolgersi in una lenta coda dai battiti irregolari.

Forse Wondrous Bughouse è il disco migliore di Youth Lagoon. Liberatosi delle limitazioni di The Year of Hibernation, e con un produttore e mezzi (anche economici, capiamoci) più adatti, Youth Lagoon rimane sì chiuso in sé stesso, questa volta non per risolvere i suoi problemi bensì per scoprire le sfrontate illimitatezze dell’immaginazione.

 

La terraferma

img 4

Appena Savage Hills Ballroom inizia ci si ritrova spiazzati. Perché questa volta io e Youth Lagoon abitiamo la stessa dimensione? Il riverbero impazzito è sparito, e con lui tutte le creature di Wondrous Bughouse e la distanza di The Year of Hibernation. Il disco suona familiare, certo, e ricorda molto di più le altre produzioni di questi anni.  Si nota di più la presenza della backing band; saprei quasi da cosa iniziare per fare una cover fedele di una traccia di Savage Hills Ballroom, osservazione quasi impossibile per gli album precedenti. Si parla spesso in prima personale plurale, con una serie di “we” in cui si fa difficoltà ad identificare il giovane Powers. Alle volte sembra che il mondo descritto da Powers nei testi di quest’ultima opera sia un’universalizzazione della sua psiche; ogni tanto però diventa troppo semplice e lineare e ci si accorge che qui il potere dell’immaginazione è limitato, costretto.

Ascoltate “Daisyphobia” e poi questa; è come svegliarsi

 

Tra le congetture che tentano di suggerire motivazioni nascoste all’abbandono del progetto Youth Lagoon ci sono alcuni che parlano della scarsa capacità della sua band di supporto (qui si possono vedere in un live alla radio KEXP); altre voci parlano della caduta dello stile personale e quindi l’abbraccio a strutture musicali più tradizionali (la classica strofa-ritornello-strofa rispetto alla polimorfia dei primi due dischi, ai pezzi che andavano dal piano al forte in esplosioni controllate, alle mutazioni improvvise) come causa dell’implosione di Youth Lagoon. Io ho un’altra idea, più personale, ma non posso escludere a prescindere queste prime due, o pensare che non siano concorrenti.

Se vogliamo partire dell’isola che fu The Year of Hibernation (il processo di scrittura in camera da letto), e immaginarci un Powers palombaro onirico in Wondrous Bughouse, il suo cammino lo porta necessariamente sulla terraferma, davanti all’umanità tutta. I temi universali dell’ultimo disco rappresentano una regressione di Youth Lagoon, perlomeno nella riuscita del suo progetto. Nella sua traccia più ascoltata su Spotify (siamo sugli 11 milioni di riproduzioni), la splendida 17, da The Year of Hibernation, Powers canta «Oh, when I was seventeen / my mother said to me / don’t stop imagining. The day that you do is the day that you die». Non mi sembra improbabile che Powers abbia ripercorso la sua carriera come Youth Lagoon e si sia accorto che l’approdo non era quello desiderato, e che il suo artefatto era troppo corrotto, compromesso. Powers ha smesso di immaginare, di fare immaginare noi, e si è messo a raccontare il mondo contemporaneo in Savage Hills Ballroom. È tutto così concreto e didascalico che perde mordente, nasce e muore con dei piccoli guizzi (Rotten Human, Again, Free Me) ma tutto sommato non è quello che Powers vuole da sé. Per questo forse ha abbandonato Youth Lagoon: per trovare fuori nuove ispirazioni, e per non tradire un progetto che è vissuto dell’astratto e del fumoso, per quanto per pochi anni, e che in quell’ambiente insalubre e malato è fiorito ugualmente.

Mattia Pianezzi
Studente di Editoria e Scrittura alla Sapienza, vivacchia a Roma. Scrive per Crampi Sportivi, Atlas Magazine e Flanerí.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude