Correva l’anno 1900 e Sua Santità Leone XIII celebrava l’avvento del nuovo secolo con la Bolla Pontificia Properante ad exitum saeculum, indicendo un giubileo dal sapore particolare.
Difatti, sotto il pontificato del predecessore Pio IX non furono celebrati né il giubileo del 1850, né quello del 1875 e ciò avvenne per i motivi politici e sociali che caratterizzarono quegli anni, contraddistinti dallo scontro tra le istanze borghesi e liberali della rampante borghesia da una parte e l’assolutismo politico e morale dei monolitici poteri tendenti al mantenimento dello status quo ante, Chiesa compresa, dall’altra.

24 dicembre 1899, Leone XIII inaugura il Giubileo del 1900
Pertanto, l’annuncio dell’anno santo del 1900 fu accolto con grande favore dall’intero mondo cattolico, determinando una serie di iniziative volte a risvegliare la sensibilità cristiana soprattutto in un’Italia dove la questione romana era ancora ben lontana dall’essere risolta.
Nonostante le istituzioni del tempo colsero quel Giubileo come un’occasione per dimostrare al mondo la tolleranza del governo italiano, un grandissimo numero di intellettuali del tempo non mancò di esprimere in maniera attiva il proprio dissenso.
Ernesto Nathan, cosmopolita, mazziniano, laico, anticlericale, futuro sindaco di Roma, s’adoperò per indire un “giubileo laico” volto a far visitare i luoghi della “memoria laica” d’Italia: Porta Pia, le spoglie di Vittorio Emanuele II al Pantheon, il monumento equestre dedicato a Giuseppe Garibaldi sul colle Gianicolo e tutta una serie di monumenti «più maestosi di quelli che una turba di gente raccogliticcia visita per ottenere indulgenza dei peccati presenti e futuri».
Non dobbiamo infatti dimenticare che il primo giubileo fu istituito nel 1300 da papa Bonifacio VIII concedendo l’indulgenza plenaria a chiunque vi avesse partecipato, seppur a determinate condizioni: oltre ai noti motivi economici, nella sua ottica teocratica il Giubileo sarebbe dovuto servire a consolidare il primato e il prestigio del Pontefice, costringendo tutti i fedeli a muoversi sino a Roma per ottenere il perdono dei propri peccati.
A quasi tre mesi dall’apertura del giubileo straordinario della misericordia, indetto da papa Francesco per mezzo della Bolla Pontificia Misericordiae Vultus, la situazione è leggermente diversa: «Stavolta, contrariamente al 1900, nelle basiliche ci si può andare tranquillamente. L’unico rischio è di sentirsi soli» fa notare Mario Ajello dalle pagine de Il Messaggero.
Sono moltissimi i quotidiani che riportano le preoccupazioni e i mugugni degli albergatori e dei pubblici esercenti, alle prese con disdette e prospettive poco confortanti, ben lontane da quei venticinque milioni di visitatori stimati nell’estate dello scorso anno.
Per esempio, dalle pagine de Il Corriere della Sera si riporta che a un mese dell’apertura è arrivata la metà dei pellegrini attesi, nonostante il traguardo del primo milione di fedeli annunciato nello stesso frangente da monsignor Rino Fisichella: «Per l’esattezza 1.025.000».
E dire che questo giubileo dovrebbe essere la chiave di volta per il rilancio della capitale d’Italia, profondamente segnata dai noti e recenti fatti di cronaca, su tutti le dimissioni forzose del sindaco Ignazio Marino, con il conseguente commissariamento del Comune di Roma, e l’affaire “Mafia Capitale”, che ha scompaginato meccanismi e personaggi dell’amministrazione locale: una città ben lontana dalle premesse e dall’entusiasmo che accompagnò la celebrazione del precedente anno santo, galvanizzata all’alba del terzo millennio dalla prospettiva di tornare a rivestire un ruolo centrale nello scenario internazionale, tingendosi di nuove tinte cosmopolite.
«Il giubileo mi preoccupa dal punto di vista della sicurezza, perché è il primo giubileo universale ma è anche il primo ai tempi dell’Isis» è il monito del prefetto di Roma Franco Gabrielli, il quale non usa mezzi termini per inquadrare la preoccupazione più grande dell’opinione pubblica, inibita da un vortice di allarmismo psicotico che affonda le sue radici negli attentati dell’11 settembre del 2001 (proprio all’indomani del giubileo del 2000, ancora estraneo a certe paure) ed alimentato dagli attacchi terroristici che hanno segnato il 2015 parigino.
Un inevitabile e necessario dispiegamento di uomini e mezzi pronti a proteggere Roma e i suoi pellegrini che non ha comunque impedito il realizzarsi di eventi perfetti per alimentare gli argomenti di conversazione al bancone di un bar ma non altrettanto edificanti per tranquillizzare le masse: in primis l’inchiesta condotta da Il Giornale volta a dimostrare le falle nei controlli di sicurezza, dove una giornalista, fingendosi un’accompagnatrice di una persona invalida, è riuscita ad entrare armata nella basilica di San Pietro.
In seguito, il fatto che a dover mettere in guardia i visitatori da eventuali truffe pronte a minare il pellegrinaggio sia stato proprio Papa Francesco in persona: «Quando attraversate la Porta Santa, state attenti che non ci sia qualcuno troppo svelto o furbo che dice che bisogna pagare. No, la salvezza non si paga, non si compra: la salvezza è Gesù, e Gesù è gratis».
Con grande probabilità sarà entrato gratis anche “Cherubino”, riuscito a fare irruzione nella basilica di San Pietro senza indossare alcunché, tra lo stupore dei turisti e il pronto ricovero al reparto psichiatria dell’ospedale Santo Spirito: le foto della sua impresa hanno suscitato non poco scandalo ma anche diversi sorrisi, soprattutto tra la redazione di Cronaca Vera, la quale non ha esitato a calcare simpaticamente la mano sull’accaduto.

Sono stati però gli albergatori i primi a saggiare gli effetti di un’affluenza al di sotto delle aspettative, già costretti a concorrere affannosamente con l’offerta degli istituti religiosi e delle loro case per ferie, definite dal vademecum della Conferenza Episcopale Italiana del 2014 «strutture ricettive attrezzate per il soggiorno a fini turistici di persone o gruppi e gestite, al di fuori dei normali canali commerciali, da enti pubblici, associazioni o enti religiosi operanti senza fine di lucro per il conseguimento di finalità sociali».
La questione principale legata al rapporto tra hotel e strutture paralberghiere gestite dagli enti religiosi è snocciolata sinteticamente tra le pagine de Il Tempo: «A Roma su 246 soggetti ecclesiastici che gestiscono 273 strutture ricettive solo uno su tre paga l’IMU. Appena il 38%, contro il restante 62% che è irregolare. Tanto che il Comune, stando ai contenziosi aperti, deve ricevere più di 19 milioni di euro […] Sull’intero territorio romano ci sono 13mila posti letto complessivi all’interno di 273 Case per ferie. Sono chiamate così, anche se in realtà in certi casi si tratta di veri e propri alberghi a 4 stelle. Qualcuno con piscina, altri persino con campi da tennis».

Domus Sessoriana, camere di lusso ricavate nelle celle del Monastero annesso alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Casa ferie modesta.
Una sproporzione che non ha mancato di suscitare polemiche e imbarazzi, tanto da far dichiarare allo stesso Pontefice un paio di mesi prima dell’inizio del giubileo che: «Un convento religioso è esentato dalle imposte, però se lavora come un albergo paghi le tasse, altrimenti l’impresa non è molto sana.»
Parole significative, che fanno prendere una piega ben precisa a un dibattito che parte ai tempi del governo Monti, dell’introduzione dell’IMU (la nota imposta che grava sul possesso di beni immobili) e del suo pronto esonero per i beni ecclesiastici.
Tra i molti plausi alle parole di Papa Francesco spicca anche quello di Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, che non manca comunque di lanciare il suo monito: «Se un immobile religioso viene usato per fini commerciali, è giusto che paghi le tasse. Altrimenti si tratta di concorrenza sleale».
Ai borbottii degli albergatori si aggiungono anche quelli dell’associazione romana dei taxi, il cui esponente Carlo Corsetti dichiara apertis verbis: «Il giubileo è un flop mostruoso. Non stiamo lavorando. Basta girare nel centro di Roma per vedere i posteggi dei taxi pieni. Se cerchiamo di parcheggiare in piazza Venezia i vigili ci mandano via perché non c’è posto».
C’è comunque da dire che, in controtendenza con la storia secolare della manifestazione ma comunque approfondendo il percorso iniziato nel 2000, la centralità di Roma stavolta ha registrato una deroga significativa: l’apertura della porta santa della Cattedrale di Notre-Dame di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, momento con cui Papa Francesco durante il suo viaggio apostolico in Africa ha anticipato di fatto l’inizio di questo giubileo straordinario.
Un viaggio doppiamente delicato, sia perché avvenuto pochi giorni dopo gli attentati del 13 e 14 novembre a Parigi, sia perché realizzato in un momento particolare per Bangui, in balia di violenti scontri scatenati dall’uccisione di un giovane tassista musulmano, con l’intero Paese a un passo dalla guerra civile.
Durante la visita, priva di tragici sviluppi soprattutto grazie alla “diplomazia discreta” della Comunità di Sant’Egidio, è stato proprio il pontefice a dichiarare questa apertura de facto: «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo. L’Anno Santo della Misericordia arriva in anticipo a questa terra, una terra che soffre da diversi anni la guerra, l’odio, l’incomprensione, la mancanza di pace».
Nonostante tutto, a poco più di due mesi dal suo inizio, questo anno santo non è però esente da momenti significativi, su tutti l’apertura della porta santa della basilica di San Pietro, realizzata per la prima volta nella storia da due papi contemporaneamente grazie alla presenza del pontefice emerito Benedetto XVI.
Tra l’altro la cerimonia d’apertura si è svolta con la regia di Wim Wenders, chiamato dalla Santa Sede come consulente per la ripresa delle immagini televisive: sua la cura del posizionamento delle telecamere e della qualità della fotografia, caratterizzata dall’idea della “lama di luce” su tutta la basilica di San Pietro, che ha caratterizzato l’inquadratura proprio del momento dell’apertura della porta santa.
Proseguendo la carrellata, però, il gesto che più risalta è il forte segnale di avvicinamento che Papa Francesco ha lanciato nei confronti della chiesa ortodossa e di quella anglicana: un mea culpa senza precedenti, lontanissimo anni luce dalle pretese totalizzanti di Bonifacio VIII.
Queste le parole di Bergoglio alla presenza del metropolita Ghennadios, esponente del Patriarcato ecumenico, e di David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury: «Mentre siamo in cammino verso la piena comunione tra noi, possiamo già sviluppare molteplici forme di collaborazione per favorire la diffusione del Vangelo. E camminando e lavorando insieme, ci rendiamo conto che siamo già uniti nel nome del Signore. […] Non possiamo cancellare ciò che è stato, ma non vogliamo permettere che il peso delle colpe passate continui ad inquinare i nostri rapporti. La misericordia di Dio rinnoverà le nostre relazioni».
A suggellare questo segnale di avvicinamento, proprio nel giorno in cui si è commemorata la conversione di san Paolo (dapprima sterminatore dei cristiani e poi “apostolo dei Gentili”), l’annuncio della prossima partecipazione di papa Francesco alle celebrazioni per i 400 anni della riforma protestante in Svezia, a Lund, per il mese di ottobre.
Inoltre, è importante anche la particolare attenzione che in questo giubileo viene dedicata agli immigrati e ai rifugiati, ai quali il pontefice esorta: «Non lasciatevi rubare la speranza», mentre a Lampedusa il cardinale Montenegro apre simbolicamente la “porta d’Europa”, con il crocefisso regalato da Raul Castro a papa Francesco in occasione della sua visita a Cuba, fatto proprio con i remi dei barconi di alcuni immigrati. Nel frattempo, sulle pagine web di “Repubblica.it” il cardinal Walter Kasper invoca la liceità delle obiezioni di coscienza sulle leggi contro l’immigrazione: «Le leggi statali vanno osservate, ma non sono l’ultimo criterio dell’essere cristiano. La misericordia va oltre. Lo Stato non può comandare la misericordia. In questo senso le leggi stabiliscono un livello minimo di regole di convivenza, la misericordia va oltre. E solo la misericordia dà un certo calore alla nostra società, senza di essa e senza compassione vivremmo in una società molto fredda».
A sinistra Papa Francesco, al centro Raul Castro, a destra il crocifisso
Da ultimo però, tra un’udienza con Leonardo DiCaprio e una comparsata in un ospizio di Torre Spaccata, questi primi due mesi si caratterizzano soprattutto per l’arrivo nella capitale della salma di San Pio da Pietrelcina.
Durante la sua vita Padre Pio non ha avuto rapporti splendidi con Santa Madre Chiesa: il frate non incontrò mai un pontefice, né varcò le soglie del Vaticano, ma fu invece oggetto di lunghe e reiterate indagini da parte dell’inquisizione romana, che tra le altre cose gli impedì per diverso tempo di celebrare messe in pubblico e l’esercizio della confessione.
Il lungo processo di riabilitazione iniziato negli ultimi mesi della sua vita e proseguito post mortem raggiunge ora un nuovo apice, dopo la santificazione del frate nel 2002, con l’ostensione delle spoglie del santo nella basilica di San Pietro, dove saranno esposte sino all’undici febbraio.
«Padre Pio arriva in Vaticano e con lui tornano i fedeli. Il primo miracolo il santo di Pietrelcina lo ha già fatto» scrive Francesco Antonio Grana per “Il Fatto Quotidiano”, ponendo l’attenzione sul risvolto mediatico e sulla partecipazione popolare che Padre Pio esercita ancora a distanza di decenni: «Un vero e proprio miracolo anche per i tanti ristoratori, albergatori e commerciati delle zone attorno al Vaticano che in questi primi due mesi dell’Anno Santo hanno sofferto non poco per la bassissima affluenza di pellegrini».
Un segnale che alimenta l’ottimismo per i mesi a venire, considerata anche la prossima canonizzazione (probabilmente a settembre) di Madre Teresa di Calcutta, un’altra figura di impatto immediato nell’immaginario collettivo, capace di richiamare numerosi fedeli.
Se la scelta di giocarsi i propri jolly al momento pare funzionare, vedremo quali saranno le prossime iniziative che la Santa Sede avrà in mente e quale risposta avranno: al momento si può solo constatare che l’opera di necessario rinnovamento portata avanti da Jorge Maria Bergoglio non risparmia neanche questo giubileo, ma in un’altra sede sarà comunque necessario valutare quanto questo rinnovamento incida in profondità.
Infatti, riportando i dati forniti dalla prefettura della casa pontificia sulle presenze nel 2015 alle udienze pubbliche del papa, Sandro Magister scrive per “l’Espresso”: «Alle udienze generali del mercoledì si è scesi dalle 1.199.000 presenze del 2014 alle 704.100 del 2015. Mentre per gli Angelus domenicali il calo è stato da 3.040.000 a 1.585.000. Ciò non toglie che la popolarità di papa Francesco resti straripante. I suoi indici di popolarità non sono però in grado di dire quale grado di effettiva pratica religiosa vi corrisponda.»
