
A Milano ieri c’era il sole. Arrivando verso le quattordici e mezzo al Castello Sforzesco ho incontrato un amico davanti alla grande fontana che guarda a Largo Cairoli. Molte persone ci passavano accanto passeggiando, molti uscivano incamminandosi verso la Triennale, altri entravano nel cortile in silenzio, come a sancire la propria partecipazione a un rituale collettivo di cui si percepisce l’importanza storica.
Chi entrava nel cortile si trovava davanti a una scelta di civiltà: precipitarsi verso Porta Giovia avvicinandosi il più possibile al feretro e ai discorsi di commemorazione, o mettersi “religiosamente” in fila. A osservare il comportamento della maggioranza delle persone si aveva la netta sensazione di stare a una riunione di commemorazione della civiltà prima ancora che al funerale di un intellettuale. Quasi tutti sceglievano di stare in coda, di non avvicinarsi in massa all’entrata del Cortile della Rocchetta, ma di aspettare in silenzio un proprio turno che in realtà non sarebbe mai arrivato.

La coda in pochi minuti è diventata così lunga da andare dall’entrata al cortile sotto la Torre del Filarete, fino quasi alle mura esterne della Sala Viscontea e da lì indietro fino al Torrione di Santo Spirito e poi giù, finalmente, verso Porta Giovia. A un ipotetico osservatore a volo d’uccello sarebbe apparsa una specie di radice quadrata di facce silenziose, ma non tristi. Peccato però che la coda nell’ora successiva sarà avanzata si e no di cento metri. Impossibile entrare tutti nel Cortile della Rocchetta, troppe persone continuavano imperterrite a mettersi in coda ancora alle quindici.
Intorno al feretro e alla toga di Eco parlavano i grandi nomi: i parenti, il rettore dell’Alma Mater, Moni Ovadia, Elisabetta Sgarbi, Gianni Coscia presentato come “compagno di bisbocce musicali” e così via. Ovviamente lì vicinissimi all’Eco ormai cadavere c’erano le istituzioni: il sindaco di Milano Pisapia, alcuni dei candidati alle prossime comunali, Fassino, il ministro Franceschini e la ministra Giannini solo per citarne alcuni. Un funerale di stato a tutti gli effetti, cosa per di più sancita dalla corona di fiori spedita da Mattarella insieme alle guardie d’onore.
Eppure la sensazione era che non fosse lì il fulcro del rito in corso, ma nell’intorno di facce comuni, di lettori, studenti, professori, anziani signori con le braccia conserte, scrittori ed editori più o meno noti.
Quell’enorme folla significava lì, a pochi passi dalla casa del semiologo alessandrino, una vicinanza degna di un eroe popolare, un leader delle idee riconosciuto da più strati della società. Quella folla composta e fermissima era lì a dire dell’amore che un intellettuale si tira attorno a sé da morto, un serpentone di persone consapevoli dell’impossibilità quasi totale foss’anche di vedere il feretro, ma comunque lì a partecipare a un rito laico per rendere un sincero omaggio, per raccontare ognuno la propria presenza.

Certo che la barzelletta di Moni Ovadia ha fatto sorridere tutti, con una rima a quell’Eco barzellettiere e ironico di professione. Ma la barzelletta a chi stava in fila all’inizio del cortile non è arrivata. Chi attendeva nella seconda metà della fila non sapeva dello sguardo serio di Fassino, non sapeva della pettinatura dei politici o delle parole della Sgarbi, stava lì in silenzio a presenziare per il gusto e il piacere di farlo al funerale di un grande del pensiero critico.
C’erano due sottofondi “musicali” ad accompagnare il silenzio assoluto dell’enorme coda al castello sforzesco. Il primo erano i microfoni in lontananza, come quando si sta a qualche chilometro da un concerto e non si saprebbe dire nemmeno che genere di musica si stia suonando: una specie di altalenante ronzio ovattato da amplificatori rivolti verso chissà quale muro quattrocentesco. Il secondo suono veniva su dalle grate verdi sulla sinistra del cortile – un suono d’aria ronzante che impediva di sentire il primo e rendeva il tutto, se possibile, ancor più medievale come una sorta di meccanico canto gregoriano monotono. I due suoni si alternavano con una cadenza regolare per chi stava in silenzio e venivano interrotti raramente da un applauso composto.

Questa compostezza, questa estrema civiltà nel decidere di far parte di un evento come il funerale laico di Umberto Eco, dava uno spettacolo surreale e sublime insieme sotto il sole milanese. I pochi turisti che non erano lì per il funerale aggiravano la coda di cappotti con molto rispetto, non chiedevano informazioni sull’evento e si limitavano a fare i loro giri nel cortile facendo convivere la spensieratezza del turismo con l’assoluta riflessività dei partecipanti a un funerale.
I riti sono riti, e come tali vanno letti. Un breve rito laico in centro Milano probabilmente era pensato per un saluto fugace, per qualche parola data all’aria dai ministri di turno e i compagni di sempre. Ma il rito si è invece spostato da un cortile all’altro, ha varcato la porta medievale tanto cara all’Eco medievista, ha impregnato un comportamento sociale più rilevante di una mera formalità istituzionale, ha preso una città e una nazione intera e le ha messe in coda ad attendere niente di più che quella coda stessa. Una fila di persone fotografata da tutti, ma con l’intento sbagliato: non era l’enorme numero di persone a dover impressionare – Eco era famosissimo e lo spevamo tutti già prima che morisse – ma al contrario il modo in cui quella coda è nata senza funi e senza servizio d’ordine, il modo in cui quella coda è vissuta nell’attesa e nel comportamento di chi la componeva. Milano, e l’Italia, hanno evaso per un lasso di tempo brevissimo i confini del conforme creando una specie di flash mob dell’emozione trattenuta, una specie di piccolo ballo del saluto silenzioso.