È il 23 febbraio del 1996, ho otto anni e sto scrivendo i classici pensierini durante l’ora di italiano. Ho quasi finito di riempire tutte le caselle degli aggettivi per descrivere alcuni oggetti senonché davanti a un bel fiore, stanco e annoiato dal compito, butto giù un immaginifico “petaloso”.
Consegnato il compito mi viene fatto presente di aver preso un semplice distinto anziché l’usuale eccellente. La motivazione: quel dannato aggettivo – petaloso – non esiste.
Inorridito dal votaccio chiedo spiegazioni alla maestra che, schiantandomi dolcemente il vocabolario sulla testa, mi conferma che, effettivamente io ho torto e lei ragione.
Riprendendomi dal duro colpo, scopro di aver imparato una cosa nuova. Anzi due: che in effetti “petaloso” non è una parola dell’italiano del 1996 e che un bambino di otto anni non può inventare parole. O almeno non può utilizzarle in un contesto formale. Caso chiuso.
Il piccolo Matteo invece va a scuola nel 2016. Due decenni e una rivoluzione tecnologica multimediale dopo. La storia è simile alla mia, con l’unica differenza che la maestra di Matteo ha un senso dell’opportunità didattica più spiccato (oggi si direbbe più petaloso) di quello della mia insegnante e decide che da un errore di un suo scolaro scemo può trarne giovamento, insegnando in un sol colpo a dei bambini di terza elementare cosa è l’Accademia della Crusca e cosa è la linguistica. Magari non nominando la seconda, ma lasciandola lì, in un angolo, come un’apparizione della Madonna di Medjugorie.
Fa dunque scrivere una letterina al piccolo Matteo e la fa ricopiare “in bella” a una compagna dotata di una scrittura sicuramente più petalosa (il nostro autore è già un petaloso semantico, non può essere anche un valido calligrafo, in fondo ha solo otto anni). Il tutto è inviato in via di Castello 46 – Firenze, sede dell’italica istituzione.
Dopo neanche un mese arriva l’inattesa risposta in cui la Crusca si complimenta con Matteo per l’insolita creazione elencandone le pregevoli caratteristiche. Ma non è tutto. La lettera continua spiegando al giovane creatore i passi necessari per l’introduzione del fantasioso neologismo all’interno della lingua italiana:
«Bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a scrivere e dire “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano».

Una breve e concisa lezione di linguistica, nulla di più. Basilare e semplice, per nulla petalosa, con il solo probabile intento di invogliare il bimbo allo studio della lingua. Peccato che questo non sia il 1996, e come già detto, gli anni delle mie elementari e quelle di Matteo si distinguono per due decenni e una rivoluzione multimediale.
Non passa un giorno, infatti, che la maestrina pubblica la foto della lettera incriminata raccontando fiera i recenti avvenimenti. I social impazziscono e con loro, per riflesso (in)condizionato, le testate online, tanto che il Corriere arriva ad affermare, in una vertigine di rimandi: «Su Twitter la mobilitazione per aiutare Matteo al grido di #petaloso».
Ma come funziona una lingua? Basta veramente richiedere in massa che una parola entri nel vocabolario per far sì che essa sia parte dell’italiano?
Le cose sono un po’ più complesse. Se fosse davvero così semplice, orde di milanesi avrebbero già imposto l’ufficializzazione del “piuttosto che” con valore disgiuntivo e i parlanti del Mezzogiorno avrebbero tutti i diritti di utilizzare in forma transitiva il verbo “uscire” senza essere derisi.
Per fortuna la linguistica, questa sconosciuta, ci spiega che questo tipo di modifiche sono regolate dal rapporto langue/parole. La langue è, per semplificare, il codice di regole che apprendiamo nel corso della nostra vita e che vengono fornite dalla comunità in cui viviamo. Da soli, in linea di massima, non abbiamo il potere di alterare queste regole. La parole invece è il momento individuale del linguaggio. La sua parte creativa, che permette a ognuno di noi di inventare nuove parole e forme di espressione.
Le due cose sono strettamente correlate. La parole ha bisogno di una langue per permettere la comunicazione tra individui che ne condivideranno le regole di base. Ma la langue nella sua fissità è inutile se non c’è nessuno che la utilizzi.
Possiamo dunque ammettere petaloso all’interno delle parole dell’italiano? Sì, ma non subito. A dispetto della sua grandezza e capillarità, la rete, ambito di diffusione della parola incriminata, non è – linguisticamente parlando – l’Italia e non ha il controllo assoluto sulla sua lingua. Se la parola supererà il muro digitale forse si potrà prendere in considerazione la cosa. Fino ad allora potrete inserire petaloso nei vostri discorsi, ma se sperate di prendere il massimo dei voti utilizzando l’aggettivo in un compito in classe ho una brutta notizia per voi.
Non vi tedierò oltre con petalose nozioni di linguistica base, rimando solo al Corso di Linguistica Generale di Ferdinand de Saussure. Sarà lui a spiegarvi, meglio di quanto possa fare io, come le parole si sedimentano ed entrano nell’uso comune. Se già il nome vi fa paura e l’incontro con qualcosa di più complicato di un tweet e di un hashtag vi dà l’orticaria, allora prendete in mano il libro consigliato al bimbo dall’Accademia: Drilla di Andrew Clemes (l’età consigliata per la lettura è, appunto, otto anni). Se invece non vi piace proprio leggere, cercatevi un riassunto del libercolo.
Cosa ci lascia questa storia? Tre cose: la prima è che la maestra, tale Margherita Aurora (nome petalosissimo) è un genio dei new media. Aveva già smosso le acque sociali con la questione dei compiti di Pasqua alternativi: «Dormi, gioca e passa tutto il tempo possibile con i tuoi genitori». Buonismo petaloso antisistema. La candidatura come ministro dell’istruzione pentastellato è dietro l’angolo.

La seconda, più realistica, è un bambino che per tutto il corso delle elementari verrà ricordato come il Petaloso, giustamente bullizzato dal resto della classe per essere diventato involontariamente cocco di una maestra troppo social.
La terza, più triste, è la consapevolezza che la linguistica, a quattro giorni dalla morte di Umberto Eco, rimane, purtroppo una disciplina nell’ombra.
