Lo chiamavano Jeeg Robot è il film d’esordio di Gabriele Mainetti con protagonisti Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli e Luca Marinelli. Il film era stato presentato in anteprima all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma. Già allora se ne era parlato un gran bene. È uscito nelle sale italiane lo scorso 25 febbraio, distribuito da Lucky Red in circa duecentocinquanta copie e con una spinta promozionale che ha pochi precedenti in Italia, come ne ha pochi un film come Lo chiamavano Jeeg Robot.
Chi è Gabriele Mainetti
Romano, classe 1976, Mainetti è descritto su Wikipedia come «attore, regista, compositore e produttore cinematografico». Come attore, il primo ruolo importante al cinema arriva nel 1999 come figlio di Ricky Tognazzi/Elio Germano in Il cielo in una stanza, uno di quei pochi film dei fratelli Vanzina davvero ispirati e lontani dalla commedia più becera. Nel 2000 Mainetti entra nel cast di Un medico in famiglia 2 nei panni di Adriano Mosca. Continua a recitare, soprattutto in televisione, e nel frattempo studia da regista. Nel 2008 inizia a farsi notare per Basette, un corto su un gruppo di rapinatori della borgata romana vestiti come i protagonisti del cartone Lupin III. A guidare la banda c’è Valerio Mastandrea, Marco Giallini è Jigen, Daniele Liotti Ghemon, Luisa Ranieri Fujiko, Flavio Insinna Zenigata. Nel 2012 torna dietro la macchina da presa per un altro corto, Tiger Boy, storia di un ragazzino che indossa tutto il tempo la maschera del suo wrestler preferito, il Tigre di Corviale, che l’anno successivo viene preselezionato per l’Oscar al miglior cortometraggio, senza però entrare nella cinquina finale.
Mainetti compone le colonne sonore dei suoi lavori, anche di Jeeg Robot, e li produce con la Goon Films, di cui è fondatore. In genere, i suoi lavori mettono insieme la cultura e l’estetica del fumetto, soprattutto di origine giapponese, con il mondo della periferia romana più degradata.
Chi è Jeeg Robot
Jeeg Robot d’acciaio è il titolo italiano di Kotetsu Jigu, manga e anime giapponese ideato da Go Nagai comparso per la prima volta nel 1975. In Italia il cartone è stato trasmesso a partire dal 1979. Racconta la storia di Hiroshi, un giovane pilota di Formula 1 che può trasformarsi in Jeeg Robot, un androide alto undici metri in grado di lanciare missili protonici, raggi gamma e altre cose simili. La trasformazione avviene grazie al potere della campana di bronzo del popolo Yamatai che il padre di Hiroshi, il professor Shiba, ha trovato nel corso di una ricerca archeologica. Il professore ha miniaturizzato e impiantato la campana nel petto del figlio dopo che il ragazzo era rimasto vittima di un incidente nel laboratorio del padre ed era stato necessario trasformarlo in un cyborg per farlo sopravvivere. Hiroshi/Jeeg usa il suo potere per combattere i guerrieri Haniwa guidati dal ministro Ikima e dalla regina Himica che hanno ucciso suo padre e minacciano il mondo. Per trasformarsi, Hiroshi unisce i pugni e urla «Jeeg robot d’acciaio!».
Che cos’è Lo chiamavano Jeeg Robot
È la storia di Enzo Ceccotti, un piccolo delinquente di borgata che mangia tonnellate di budino confezionato e accumula dvd porno nel suo appartamento lurido. Un giorno, mentre scappa dalla polizia a piedi dopo un furto, si tuffa nel Tevere per non farsi beccare. Finisce dentro un barile di rifiuti radioattivi. Mentre torna a casa in autobus si sente sempre peggio, la mattina dopo scopre di essere in possesso di super-poteri che lo rendono fortissimo e invincibile (come: precipita dall’ultimo piano di un palazzo in costruzione e non si fa nulla). Decide di usare la sua nuova forza per rubare meglio, tipo staccando i bancomat dai muri, ma succede dell’altro. Alessia, una ragazza rimasta traumatizzata dalla morte della madre, vive nel suo stesso palazzo ed è convinta che lui sia Jeeg Robot, il protagonista del cartone da cui è ossessionata. Enzo dovrà difenderla dalla banda dello Zingaro, un criminale sulle tracce del padre della ragazza per una storia di droga finita male.

Che cosa non è Lo chiamavano Jeeg Robot
Non è un tentativo di fare un cinecomic in stile Hollywood, questo è il punto fondamentale. È un tentativo, riuscito, di fare un cinecomic secondo un modello nuovo, italiano. Due anni fa, Gabriele Salvatores aveva già provato a fare qualcosa di simile con Il ragazzo invisibile. Non era andata molto bene, o meglio: il film aveva incassato abbastanza, ma in generale aveva lasciato perplessi. Il punto è che Salvatores aveva provato a competere con i modelli americani, illudendosi di poter stare sullo stesso terreno, nonostante la disparità di mezzi, e pensando di poter colmare la distanza seguendo una strada autoriale, non popolare. Invece, Lo chiamavano Jeeg Robot si ispira, come è ovvio che sia, a tutto il cinema di supereroi di Marvel e compagnia, ma non prova neanche ad avvicinarsi agli Stati Uniti. In qualche modo – occhio al paragone forte – Gabriele Mainetti ha fatto la stessa cosa che ha fatto Sergio Leone ormai cinquant’anni fa: ha preso un modello – il western allora, il cinecomic adesso – e lo ha italianizzato, trasformandolo in un’altra cosa, più semplice, più sporca e più vicina alle nostre possibilità e alla nostra cultura. Oggi in Italia una cosa del genere la fanno davvero in pochi, forse solo i Manetti Bros. Ai tempi d’oro del cinema di genere italiano era la prassi.
Com’è fatto Lo chiamavano Jeeg Robot
Mainetti, rendendosi conto dell’impossibilità di fare anche solo qualcosa di simile ai film di Hollywood, ha sfruttato al meglio le risorse a disposizione. Ci sono gli effetti speciali, ma solo quando servono, e sono fatti bene, senza tentativi fuori portata. C’è un’apertura con una ripresa aerea, con un drone che si avvicina a Santamaria in fuga tra le strade del centro di Roma, che nel cinema italiano non si vede mai. C’è una voglia generale di provare a fare le cose in un modo diverso. La scrittura, curata da Nicola Guaglianone e Menotti, prende quel tanto che basta dal repertorio classico dei fumetti e lo immerge nella romanità, immaginando anche la distopia di un paese costantemente sotto il ricatto delle bombe della camorra, un po’ un aggiornamento del biennio ’92/’93, un po’ un pretesto per spiegare il bisogno di eroi che c’è. In generale, Mainetti conferma quella sua naturale inclinazione verso la fusione dell’immaginario giapponese dei manga con la realtà della borgata romana. Qui ci si aggiunge anche la parte dei super-poteri. Vengono in mente film come Chronicle di Josh Trank o la serie inglese Misfits, per il tipo di ambientazione e l’estrazione sociale dei personaggi. Il tutto, però, spostato a Tor Bella Monaca.
Com’è Lo chiamavano Jeeg Robot
È prima di tutto una speranza per il cinema italiano, che possa finalmente uscire dalla gabbia della commedia e del film d’autore. Ci sono tanti altri modi di fare cinema, ma da noi sono praticamente sconosciuti. Mainetti potrebbe gettare le basi per un’apertura nel panorama della produzione cinematografica, un po’ come si sperava avrebbe fatto Smetto quando voglio un paio d’anni fa. C’è innovazione sul piano della regia, un’aderenza al reale che mostra la periferia senza imbellettarla e senza sentire il bisogno di denunciarne il degrado. Soprattutto, c’è un cast che si diverte e fa divertire. Claudio Santamaria, ingrassato di venti chili, è un supereroe brutto e cattivo, ma non brutto e cattivo fico alla Wolverine. È un miserabile, moralmente discutibile, che potrebbe essere pronto al riscatto ma non ne è del tutto convinto. Ilenia Pastorelli, che viene dal Grande Fratello, fa bene Alessia, sexy e fragile allo stesso tempo, ma è soprattutto Luca Marinelli a essere un capolavoro. Il suo Zingaro è un personaggio superiore a tutto il resto, uno psicopatico fissato con le canzoni della Bertè e di Anna Oxa e con il suo passato da cantante ospite a Buon domenica. Volendo essere obiettivi, il film si dilunga troppo nella seconda parte. C’è chi sostiene che in pratica includa già il suo seguito, mettendo troppa trama sullo schermo, ma è un difetto che si può sopportare.
Come sta andando Lo chiamavano Jeeg Robot
Quando il film è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre è stato accolto come una rivoluzione. La sensazione generale era quella di essere di fronte a una novità potentissima nella storia del cinema italiano. Addirittura, Variety ha pubblicato una recensione di They Call Me Jeeg scrivendo che «Italy finally gets it’s own superhero». Prima che uscisse in tutti i cinema lo scorso 25 febbraio era stata avviata una campagna promozionale, soprattutto sul web, che contava di rendere il film virale e iper-atteso. Per ora il film ha incassato un po’ più di un milione di euro. Non è tantissimo, ma si punta ancora sul passaparola. Probabilmente sul risultato generale pesa molto l’uscita quasi contemporanea di Deadpool, nuovo supereroe Marvel molto sboccato e scorretto – quindi idealmente simile a Enzo Ceccotti – portato al cinema da Fox, e il successo di Perfetti sconosciuti, commedia corale di Paolo Genovesi che sta registrando risultati superiori alle attese e toglie spettatori, vista la naturale resistenza del pubblico a dare fiducia ai film italiani (ne basta uno alla volta). Ci sono buone possibilità che il film riceva un po’ di premi tra David di Donatello, Nastri d’argento e gli altri riconoscimenti italiani, almeno per la migliore opera prima, ma le nomination devono ancora essere annunciate. Visto l’interesse di Variety, il film potrebbe trovare un percorso di distribuzione all’estero, anche perché Mainetti è già stato premiato in mezzo mondo per i suoi cortometraggi. Sarebbe un bel segnale.