Bellaria Festival: incontri e visioni respirate #3
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Bellaria Festival: incontri e visioni respirate #3

Faccio colazione e sento una mamma dire alla figlia “Ma lo sai che oggi c’è scuola?”. Gli occhi della bambina sono coperti dal canotto che ha sulla testa. Salgo in ascensore.

Faccio colazione e sento una mamma dire alla figlia “Ma lo sai che oggi c’è scuola?”. Gli occhi della bambina sono coperti dal canotto che ha sulla testa. Salgo in ascensore. Solitamente come vi disponete? Siete di quelli che si mettono uno accanto all’altro? Non vi guardate mai negli occhi? Ad Hebron la questione è molto più semplice, puoi attraversare una striscia di città, incontrare la tua vicina palestinese e darle della troia con vigore e accumulo di catarro. È un buon modo per sentirsi a casa quando di 200.000 mila abitanti tu fai parte della minoranza ebraica. This is my Land… Hebron vince il festival. Avrei preferito i disperati che raccolgono la cacca d’uccello. Ma il lavoro di Giulia Masi e Stephen Natanson è iconograficamente potente, sapiente nel raccontare la continua guerra che non finisce mai. E qui è una guerra giornaliera, da cortile, fatta di insulti, restrizioni, pregiudizi, ideologia, sputi. Difficile rimanere in equilibrio sulla sedia, le immagini mi accompagnano. Ogni volta che mi scopro dalla parte di qualcuno compio un salto della fede. Come quelle versioni di greco in cui c’erano poche parole e troppi significati. Un perfetto modo per capire cosa sia la ricerca della verità. Qualcosa di interminabile.

Nascondo la macchina in una fitta foresta. Un uomo abbaia per attirare l’attenzione di moglie e figli radunati con ossequio e devozione intorno al cane di famiglia. La ragazza con gli occhi chiari si avvicina, si presenta, e sorride. Quando parte la proiezione di Foibe 3d penso che tutto sia possibile. Documentario sovvenzionato dalla Rai per intercettare il pubblico delle nuove generazioni. Tema difficile, ribollente, silenziato, reso invisibile. Si dovrebbe sospendere il giudizio critico e apprendere umilmente. Ma Robert Olla usa tutte le forme possibili: il racconto, il testo, i disegni, il 3d appunto. E riesce a sovrastare l’orrore. Lanzmann sostiene che per filmare l’irrappresentabile (la morte, la guerra, i genocidi) si debba evitare qualsiasi tipo di ricostruzione e basarsi solo sulla testimonianza diretta di chi era presente. Godard piange che il cinema abbia fallito il suo grande motivo di esistere: documentare le grandi guerre, gli stermini, i crimini contro l’umanità. Per molti Schindler’s List è la più grande paraculata della storia del marketing, non a caso fatta da un ebreo. Io tifo per quello che a fine ‘800 riprese il concetto de l’art pour l’art. Anche se poi è finito abbracciato ad un cavallo. Quando il regista annuncia Auschwitz 3d, rido. Sono vecchio.

Dico alla ragazza dagli occhi chiari che devo andare a recuperare una cosa e lei scompare. Probabilmente il mondo femminile ha capito di averci del tutto in pugno dopo aver sentito Elton John intonare I’m rocket man. Le premiazioni sono un momento noioso a cui non vorrei mai partecipare. Incominci a pensare se ci sarà un party, come fare per imbucarti, dove sarà la ragazza con gli occhi chiari che sai non rivedrai mai più. Recuperi nella testa le voci dei ragazzi de Il futuro visto da qui di Matteo Bellizzi. Un audio racconto della realtà (vedi il progetto Docusound). Solo le parole di questi ragazzi confinati all’interno del carcere di Torino. Tutti i giorni, festivi inclusi. Le immagini ormai sono cartoni del latte. Si consumano e nutrono poco. Ear Wide Shut. Premiano Welcome to Pine Point dei The Googles e mi ritrovo a battere le mani come un pellicano sbatte le ali. Il lavoro del duo canadese è un gioiellino. Un collage continuo di testo,video, tableaux vivant in movimento, acquarelli, foto, wireframe. Per raccontare cosa? La perdita del lavoro. Niente 3d: mancheranno autori Rai da quelle parti. Il festival chiude, mi ricordo di I’m Jesus in cui tre disperati sono riusciti a convincere intere comunità di essere il figlio di dio. Ci sono momenti grotteschi come le ancelle che cantano Eye of the Tiger versione messianica o la rivelazione che uno dei tre neo eletti si chiama Vissarion. Penso a Daytan 3. Chissà se il Vaticano chiederà i diritti. Quando incrocio un uomo che indossa la maglietta “orgoglio sardo” non mi meraviglio più di nulla. La voce di una ragazza mi sorprende alle spalle. Questo potrebbe essere un buon modo per chiudere.

Marco Fagnocchi
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