Quando torno dai sogni
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Quando torno dai sogni

Non ho un buon rapporto col sonno, ho sempre dormito troppo e male. Dico male perché poi, spesso, ho di nuovo sonno. Dormirei anche ora che scrivo qui sopra, devo ammetterlo. Eppure amo il dormire. Mi attrae in quanto atto fisico, per come mi sento all’andare via dei muscoli e lo sciogliersi temporaneo della percezione […]

Non ho un buon rapporto col sonno, ho sempre dormito troppo e male. Dico male perché poi, spesso, ho di nuovo sonno. Dormirei anche ora che scrivo qui sopra, devo ammetterlo. Eppure amo il dormire. Mi attrae in quanto atto fisico, per come mi sento all’andare via dei muscoli e lo sciogliersi temporaneo della percezione sensibile.

A oggi sono ventisette anni che dormo: ogni sera per ventisette anni sono moltissime migliaia di ore di sonno. Quasi settantaquattromila per essere precisi. Nonostante l’enormità di questo tempo mi sorprendo ancora di poter morire per un po’, poter abbandonare il mondo e poi tornare, piano, all’interno di un bozzolo di carne ben sistemato al caldo d’inverno e al fresco della penombra d’estate. Mi sorprendo del tutto che svanisce, della possibilità di mettere pausa al quotidiano assedio alla mia carne da parte dei vestiti e delle cose. Non più abiti a ricordarmi i confini del mio corpo, non l’aria a sfiorarmi i tessuti come a far emergere da se stessa il volume che occupo a suo discapito, interrompendo il suo muoversi nel vento e nella brezza. Nel mio sonno non rimane nulla, nemmeno il riposo o uno spiraglio di coscienza, è una sorpresa ogni mattina il fatto di essere, di esistere, respirare e poter riprendere possesso del corpo con cui sono cresciuto.

Sebbene mi piaccia l’assurda normalità del rapporto tra sonno e percezione sensibile c’è una caratteristica del dormire che mi affascina ancora di più. Sono i momenti in cui dormendo sono qualcun’altro e, di colpo, torno cosciente per un momento – torno a Enrico pur rimanendo all’interno del hic et nunc della narrazione onirica. Come a poter veder da fuori il meccanismo di scatole cinesi in cui esiste la mia percezione di quei momenti. Mi affascina anche se tutto svanisce immediatamente.

Dicevo prima che per me il sonno è assenza assoluta di percezione ed è vero. Smetto di esistere, è un sonno particolarmente profondo. Tanto profondo che mi è capitato di sentirmi consigliare il parere di un medico. Nonostante questa profondità ci sono dei momenti di estrema percezione e coscienza sensibile, “mi vedo” da un punto di vista esterno e, paradossalmente, interno al sogno stesso. La cosa interessante, e lo dico senza sapere quanto questo fenomeno sia comune, è il godimento che nasce da quei momenti: è come uno stiracchiarsi particolarmente efficace, ma del tutto incentrato sulla percezione visiva. Faccio un esempio pratico che mi è successo proprio stanotte, accadimento che è poi il motivo per cui sto prendendo questi appunti.

È mezzanotte e venti. Ho preso sonno e ho già abbandonato la stanza in cui mi trovo, le coperte sono svanite nel loro peso e così hanno fatto le mie gambe e le mie braccia. Mi trovo in una specie di nuvola vaporosa e calda che  non so bene da quale fonte riceve un fascio di luce arancione fievole. Non lì in quella nuvola, ma comunque molto vicino, c’è una conversazione in atto, non riconosco i dialoganti, ma ne intuisco l’età: sono anziani. Mi concentro per provare a sapere di più, non so bene per quanto tempo sto a sentire le due voci, ma a un certo punto la mia prospettiva cambia: non sono nella nuvola solo con la vista e l’udito, ma arrivo anche col mio peso, la mia presenza corporea. Una specie di completamento di un trasloco del mio universo di percezione, sono andato altrove. Ora, Enrico sta dormendo, è circa mezzanotte e quaranta e siamo a Parigi. Nel mondo che percepisco però è tutto diverso: sono in una nuvola, o comunque un grosso conglomerato di vapore illuminato di arancione, e sento una conversazione tra anziani che mi sforzo di interpretare. Sembra che il mio movimento cosciente all’interno del sonno sia determinato dalla curiosità che, spingendo il mio Io cosciente a farmi concentrare per comprendere quei due parlanti, aspira la mia corporalità all’interno della nuvola. Arrivo finalmente al momento di ipercoscienza di cui parlavo poco fa.

Prima che arrivasse il mio corpo all’interno del sogno ero concentrato sui parlanti, ma il mio stesso arrivo, ora, mi distrae quindi ecco che arriva l’interruzione: esco dalla mia prospettiva senza che nulla del sogno cambi: non le parole che compongono la conversazione, non la parte di nuvola che la mia vista riesce a inquadrare e immagazzinare in fondo al mio dormire. Sono fuori dal sogno, lo percepisco come tale, ne sono cosciente e quindi meno coinvolto con le emozioni e le mie energie. Sono fuori, è vero, ma dormo ancora. Una situazione assurda che dura poco, ma accade spesso e ogni singola volta oltre a sorprendermi crea disordine nel buio del mio sonno per la sua dirompenza. Questo momento è una frattura, un limite che fa in modo che in ognuna delle mie notti ci sia un prima e un dopo.

Sono fuori dal sogno perché lo interpreto in quanto tale, lo so, è sogno quindi merita uno status di pensiero inferiore, magari (come vuole la credenza popolare) è sinonimo di sentimenti e attriti del desiderio, ma non è “davvero” quello che Enrico pensa. Io lo so e se lo so è perché me ne sono accorto anche se ci sono ancora dentro, quello è un sogno, ci rifletto poi mi fermo. Continuo a esser addormentato ma adesso arriva una scarica di possibilità di percezione di me stesso. Succede che sono in entrambi i luoghi, sono a Parigi e sono nella nuvola. Percepisco il sogno come presente e reale, ma me ne discosto coscientemente identificandolo come tale. Come un flash che mi percorre il corpo torno in me, grazie alla grana del cuscino e delle coperte sento nuovamente il corpo; è a letto: il braccio destro lontano dal busto come a cercare il bordo del materasso, le gambe schiacciate verso il basso come se pesassero quintali, quasi indolenzite dal loro essere lì, presenti nonostante l’incombenza della notte e dei sogni. Sento tutto: dal viso per metà coperto dal cuscino, fino alle dita delle mani semichiuse, come quelle che ti rimangono dopo aver usato la bici a lungo. Anche se sento tutto non posso muovermi o forse, più semplicemente, non voglio farlo per preservare il sonno in cui ancora risiedo e a cui voglio rimanere aggrappato.

C’è un certo godimento fisico in questa fuoriuscita e ha una particolarità. Nonostante questo momento di forte coscienza sia di per sé un accadimento che coinvolge il mio corpo nella sua fisicità, il godimento oltre che fisico, è anche visivo. Come un sentimento di soddisfazione davanti a un’unione di forme, un completamento che soddisfa perché naturale, quasi fisiologico. Ci sono tante cose che, vuoi per esperienza personale o per questioni psicologiche, ci appaiono come visivamente soddisfacenti. Per me l’arrivo di quel momento è ogni volta come la fine di un puzzle, un solido a cui si ricongiunge una sua parte mancante.

Arriva la mattina e prendo appunti perché, dico tra me e me, se prima o poi questi momenti smettono di arrivare, se il mio amore per il sonno andrà scomparendo con l’età saprò andare a rileggere degli appunti che mi ricorderanno com’era. Perché per quanto possa essere banale ricordarlo si dorme soli. Ogni notte. E se delle nostre vite condividiamo oramai tutto con partner, amicizie e social network, quella metà di vita buia e solitaria fatta di linguaggi incomprensibili e nuvole arancioni non si può davvero riassumere in un tweet o in un selfie, eppure vale comunque la pena di tenerla presente quando si pensa a se stessi.

Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
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