I Sigur Rós ci hanno fatto fare un giro in Islanda
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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I Sigur Rós ci hanno fatto fare un giro in Islanda

Quando ero bambino, i viaggi in macchina, soprattutto se lunghi, erano una rottura di palle. Le uniche cose da fare per ammazzare il tempo erano guardare fuori dal finestrino e ascoltare musica.

Quando ero bambino, i viaggi in macchina, soprattutto se lunghi, erano una rottura di palle. Le uniche cose da fare per ammazzare il tempo erano guardare fuori dal finestrino e ascoltare musica.

I Sigur Rós ci hanno fatto fare un giro in Islanda lungo la Route 1 (un anello che segue la costa per 1.339 chilometri) nel giorno più lungo dell’anno. Alla musica ci hanno pensato loro: l’inedito (fino a ieri) Óveður è stato scomposto e manipolato grazie a Bronze (un app che ricombina gli elementi di una canzone in modo sempre diverso e potenzialmente infinito). L’evento è stato trasmesso in diretta da RÚV (la RAI islandese, per intenderci) e in streaming su YouTube. Un esperimento di slow tv: «in un’epoca di gratificazione istantanea, dove tutto si muove troppo in fretta, volevamo fare l’esatto opposto» ha detto Jónsi.

Questa roba l’ho scoperta mentre facevo colazione e l’ho seguita durante la giornata: in ufficio, mentre aspettavo il mio turno alla macchinetta del caffè, in pausa pranzo, in coda al supermercato. Pensavo: chissà cosa stanno facendo i Sigur Rós. Allora mettevo le cuffie e cliccavo e mi trovavo con loro in giro sulla Route 1.

Mentre ero lì, ho pensato di scattare qualche foto, pardon, screenshot.

 

Per lunghi tratti non ci sono stati esseri umani. Sembrava di essere su un altro pianeta o sulla Terra dopo l’apocalisse.

 

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Il cielo era mutevole e enorme, una massa che a volte pareva volersi mangiare tutto il resto, con nuvole che sembravano scolpite nel marmo.

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A volte diventava di un azzurro intenso come se il mare si fosse capovolto.

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L’arrivo in un centro abitato mi ha fatto uno strano effetto: mi aspettavo che quella terra meravigliosamente desolata continuasse per sempre.

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Qualcuno ci salutava.

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Per un bel po’ siamo rimasti fermi davanti a un campo da calcio.

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Il tempo passava e le nuvole pure.

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A un certo punto sono comparse loro.

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Una volta fuori dal centro abitato, ci siamo trovati di fronte queste montagne piatte e macchiate di neve.

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Tra i commenti allo streaming su YouTube, un utente ispanofono si chiedeva come fossimo messi con la gasolina.

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La sosta ci ha regalato due momenti indimenticabili con un minimo comune denominatore: i cavalli. Accanto all’area di servizio ce n’era uno che pascolava serenamente.

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Poi ne sono passati un paio in una macchina.

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I parcheggi avevano una certa bellezza, che la musica arricchiva di un senso di fine o di cose lasciate a metà.

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Arriviamo in riva al mare. C’era una coppia che passeggiava, molto romanticamente, al tramonto.

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I Sigur Rós hanno parcheggiato e ci hanno lasciato con quest’immagine bellissima.

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Poi è partito il video di Óveður.

Sebastiano Iannizzotto
Nato nel 1989 a Catania, dopo un’adolescenza mediocre e del tutto priva di interesse sceglie un po’ a caso di dedicarsi agli studi umanistici. Abbandona il borgo natìo per emigrare in terra andalusa. Dopo un'estate da mozzo su una nave cargo battente bandiera portoghese, si trasferisce nella ridente Torino. Devoto alla chiesa del Chino Recoba e malato di Roberto Bolaño e di Julio Cortázar, usa la letteratura latinamericana per scopi poco edificanti ed è campione rionale di tiro al piattello. Scrive su Crampi Sportivi e IndieForBunnies.
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