La morte del realismo iraniano
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La morte del realismo iraniano

Intervistato per un episodio del monumentale documentario The Story of a film, an Odissey, Kiarostami paragonava il suo lavoro di regista a quello di un allenatore di calcio. Come un coach, diceva, suo compito era scegliere i giocatori, dirgli cosa dovevano fare. Quando però i suoi entravano in scena (o in campo, se apprezzate la […]

Intervistato per un episodio del monumentale documentario The Story of a film, an Odissey, Kiarostami paragonava il suo lavoro di regista a quello di un allenatore di calcio. Come un coach, diceva, suo compito era scegliere i giocatori, dirgli cosa dovevano fare. Quando però i suoi entravano in scena (o in campo, se apprezzate la metafora e volete continuarla) però non gli restava che sedersi a lato, a bordocampo, e trasformarsi nel primo tifoso, senza però poter interferire in maniera diretta sulla buona riuscita del lavoro dei suoi ragazzi.

Chi scrive non è in grado di dire se effettivamente il margine di incidenza di un allenatore o di un regista sia così risicato. Tuttavia questa storia ci dice molto di chi fosse Abbas Kiarostami.

Il regista iraniano semplicemente rappresentava la realtà così com’era. Rappresentare la verità è difficile proprio perché non ci sono filtri, né visivi né ideologici, che si possano apporre. Anche quando ci si riesce non è detto che la verità, per quanto ben rappresentata, possa metterti al sicuro da ritorsioni. In Iran quando la rappresentazione della verità si faceva troppo vivida c’era una sola strada, quella che portava alla Francia, che da sempre abbraccia con gioia i talenti di quella che è l’erede dell’attuale Persia, da Panahi allo stesso Kiarostami.

 

 

Kiarostami, tuttavia, è riuscito a sopravvivere e a esercitare la sua arte anche nei confini nazionali, più di quanto successo ai suoi antenati e, probabilmente, più di quanto succederà a i suoi eredi cresciuti nella stessa madrepatria.

Esaminare tutta la filmografia del regista in un articolo porterebbe ad un’analisi quasi sicuramente sommaria della sua opera, col rischio di fare un bignami. Per questo ci limiteremo ad un arco di tempo relativamente breve, senza la pretesa di raccontare tutto.

Il 1986 era l’anno di Top Gun e un piccolo studio d’animazione aveva creato un corto piuttosto semplice, fatto più che altro per mostrare le possibilità di fare animazione con la computer grafica: la lampada protagonista sarebbe diventata il simbolo di quanto di più avveniristico avrebbe presentato il cinema: la Pixar.

Tutto questo accadeva alle nostre latitudini. Quando e come sarebbe arrivato tutto questo in Iran era ancora poco chiaro. Abbas Kiarostami era già uno dei registi più interessanti del Paese, avrebbe potuto avere di più: più strumentazioni, più luci, più attori, ma non in quel momento e non nel luogo dov’era nato. Potrebbe essere la storia di chi fa necessità virtù ma in questo caso, vedendo tutta l’opera del regista, il dubbio è che, se anche avesse avuto la possibilità di creare scene più barocche, Kiarostami avrebbe continuato a fare il suo cinema.

Nel 1986 i film iraniani si giravano nella capitale Teheran: trovare comparse non era difficile e sicuramente si poteva avere accesso ad una maggiore varietà di ambienti da adibire a set. Kiarostami invece scelse il nord senza toccare nessun grande centro. Non cercò grandi set, neanche cambiò i luoghi dove si trovava a girare. Coinvolse un bambino, ne fece il protagonista della storia, ma non gli diede nessuna battuta da imparare a memoria. Si limitava a dirgli cosa fare in maniera sommaria, cose che il bambino faceva anche di solito tipo: «parla con mamma di questo o parla con l’altro ragazzino di quest’altro». Ne uscì Dov’è la casa del mio amico, un titolo che divenne profetico.

 

 

Qualche anno dopo un terremoto si abbatté sulla zona in cui fu girato il film. Quasi nessuno dei protagonisti del film, nonostante avesse avuto successo anche in Europa, aveva abbandonato quelle zone né aveva visto la sua vita cambiare, gli adulti forse neanche lo desieravano. I bambini neanche sapevano di desiderarlo.

Non lo sapeva neanche il protagonista di Dov’è la casa del mio amico che era rimasto lì e del quale si erano perse le tracce. Kiarostami avrebbe potuto fare una donazione a distanza, simbolica, ma gli premeva sapere di quel bambino.

Partì con la sua troupe e decise che avrebbe fatto un film su quello che avrebbe visto, senza edulcorarlo: se il viaggio fosse stato quasi completamente in macchina, lui avrebbe raccontato quasi tutta la storia dall’abitacolo. Nel film E la vita continua Kiarostami ritroverà il bambino, ma non è questo il centro del film. Il bambino, ormai ragazzo, rappresenta qualcosa di più grande: la passione per la vita, come dirà lo stesso Kiarostami nell’intervista cui si faceva riferimento all’inizio.

Realtà e fantasia, il lettore l’avrà inteso, in Kiarostami si intersecano. Nel 1992 l’Iran, grazie a Kiarostami ma non solo, diventa la patria del neorealismo più vero, senza prenderne forse davvero coscienza.

Durante il suo viaggio Kiarostami e la troupe si fermano davanti a una casa: la casa è in buone condizioni nonostante il terremoto o forse sembra messa meglio di quanto sia in realtà grazie ai colori e alla sua architettura, che doveva essere poco regolare anche in origine. Kiarostami conosce Hassan, si è sposato da cinque giorni, dopo il terremoto. Hassan rappresenta un nuovo inizio. Kiarostami decide di coinvolgere un’attrice per raccontare la sua storia: interpreterà la sua fidanzata. Hassan, forse perché da bravo ragazzo di campagna aveva una naturale difficoltà a dividere la realtà dalla finzione filmica, si invaghì della ragazza.

Kiarostami non dimenticherà questa storia e confezionerà attorno ad essa una trilogia diversa dalla nostra idea di trilogia.

Nasce Sotto gli ulivi, per raccontare i sentimenti di Hassan in quel segmento della sua vita. La camera continua a rimanere lontana dagli attori, quasi avesse paura di consumarli o di porre su di loro una patina artificiale. I luoghi gli stessi, gli attori gli stessi, i dialoghi più o meno gli stessi. Mentre il mondo di lì a quattro anni si riempirà gli occhi con le immagini del Titanic che affonda in CGI, Kiarostami fa film “piccoli” prima che questo diventi una pratica così diffusa da far dividere l’industria cinematografica tra pellicole indipendenti e franchise.

 

 

Kiarostami si è spento in Francia. Nonostante siano due lingue profondamente diverse il persiano ed il francese hanno delle similitudini. Tra queste c’è il fatto che entrambe le lingue ringrazino pressappoco allo stesso modo: il “merci” francese trova infatti un omologo nel “merci” detto in Iran, che suona pressappoco come se fosse detto da un italiano alle prime armi col francese.

In questi giorni quella leggera differenza fonetica si sente di meno. Il Paese d’adozione e quello di nascita si sono stretti in uno stesso forte ringraziamento. Per quello che può valere, anche noi speriamo che Kiarostami possa trovare la casa dell’amico evocata nel titolo di quella pellicola del 1986.

Manuel Santangelo
Nasce il sedici settembre del 1994 a Castel di Sangro. Ha studiato a Bologna e scrive in giro di sport, musica, cinema e altre cose che pensa siano cool. Crede che “Forrest Gump” sia un film sulla sua vita.
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