Linguistica Particolare || Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la lingua
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Linguistica Particolare || Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la lingua

Con che occhio il linguista guarda la realtà che lo circonda? Può farlo o è costretto a un eterno esilio accademico?

Premessa. Chi studia linguistica, all’università, viene preparato a guardare con occhio critico la lingua: studiando come funziona, analizzando corpora di scritto e parlato, imparando regole e teorie. Ma con che occhio il linguista, invece, guarda la realtà che lo circonda? Può farlo o è costretto a un eterno esilio accademico? Ecco, prima ancora di assaltare la realtà quotidiana con la linguistica (cosa che in parte già sto provando a fare), per non trovarsi con le armi spuntate, bisogna dire qualcosa sull’osservatore, il linguista: un personaggio che si trova nel perpetuo dramma di non possedere ciò che ritiene suo.

Il linguista in società. Mi rendo conto che dall’esterno può sembrare tutto molto semplice e lineare. Lo dice il nome stesso: un linguista è un esperto di lingua, non ne sa tutto, per carità, ma è certamente la figura sociale con più competenza al riguardo, più di un avvocato, di un macellaio, di un giornalista e perché no, di uno scrittore. In società è visto principalmente come un grammatico vecchia maniera, un cruscante con simpatiche competenze etimologiche, che danno brio alla conversazione e lo rendono presentabile: almeno questo deduco dalle frequenti domande, che vanno da «Dove devo mettere l’apostrofo e dove l’accento?» a «Da dove viene l’espressione “andare a cavacecio”?». Insomma, una sorta di giurista, esperto del codice di leggi che governa e determina l’uso di una lingua.

Il problema dei parlanti. Il fatto è che la lingua la fanno i parlanti e non i linguisti: il linguista questo lo sa, anche se prova ogni giorno a dimenticarlo, o eliminando il problema alla radice dedicandosi alle lingue morte, o bevendoci su (come faccio io non avendo fatto il classico). Infatti, l’assoluta democrazia linguistica porta a una strutturale instabilità (un po’ come avviene a sinistra da quando hanno introdotto le primarie e ognuno può dire quello che vuole), che si traduce in una continua evoluzione, seppur appena percettibile e limitata da alcune istituzioni come la scuola. Insomma, c’è questo dettaglio degli esseri umani che usano la lingua per i più biechi scopi, come comprare il pane, avvisare il condominio che il portone va chiuso con decisione, avvertire che si è disponibili per scambi di coppia, e che quando la usano non è che stanno troppo a badare a come la usano, basta che funzioni.

Esistenzialismo linguistico. Questo è il grande disagio che vivo: sapere molto dell’uso “giusto” e allo stesso tempo sapere che l’uso “sbagliato” il più delle volte raggiunge il suo scopo comunicativo, quando non è addirittura il germe di qualcosa che forse diventerà regola (e che se non lo diventerà è perché ha i voti di Mario Adinolfi, tornando al PD). E così, a differenza di un qualsiasi intellettuale che straparla di lingua, non posso lamentarmi, non posso infervorarmi, non posso strapparmi i capelli gridando che gli italiani parlano peggio e che è per questo che poi vince Berlusconi. Non posso accusare gli italiani di usare un lessico povero, visto che a Porta Maggiore, in mezzo al traffico, conto ogni dieci minuti almeno centoventi tipi di insulti diversi. Non posso denunciare la morte del congiuntivo, perché purtroppo so che in alcuni casi può essere perfettamente sostituito dall’indicativo (e così è dal Trecento*). Non posso lamentarmi degli anglismi (a proposito, un trick da linguisti: se siete contro gli anglismi, non dite anglicismi, perché è un anglismo), sapendo che è un’invasione che riguarda solo alcuni linguaggi specialistici e il marketing: ma che je voi di’ a quelli del marketing?

Freddezza e abnegazione. Così come il ginecologo non si emoziona (in positivo o in negativo) nei confronti di qualcosa che, se eterosessuale, probabilmente ama, io, pur amando il bello stile e l’uso immacolato, devo essere freddo per mantenere il ruolo, devo valutare attentamente il contesto e lo scopo comunicativo, devo guardare al parlante o allo scrivente e a ciò che hanno a disposizione: osservando tutto dell’universo linguistico e spiegandone le ragioni, anche di ciò che ha orribile forma. E se inizialmente la presa di coscienza porta alla depressione, col tempo sono arrivato a capire che la lingua espressiva e pregna, bella e variegata, è possibile soprattutto perché ogni parlante ne è un inconsapevole creatore, avendo contribuito in parte, in minima parte, alla sua costruzione e alla sua esistenza.

*«[…] il congiuntivo non è morto, né è recente l’assedio postogli dall’indicativo: dopo una completiva l’indicativo è spesso una semplice alternativa colloquiale, possibile fin dal XIV secolo, e per un’ipotesi irreale nel passato l’uso è antico e ben acclimatato persino in poesia.» (Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, p. 54)

Fabio Poroli
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