Black Mirror è finito nella valle perturbante dei telefilm
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Black Mirror è finito nella valle perturbante dei telefilm

“Black Mirror” non è più “Black Mirror”.

[SPOILER A VOLONTÀ] C’è qualcosa che non va nella nuova stagione di Black Mirror. La serie iperacclamata di Charlie Brooker è arrivata su Netflix il 21 Ottobre con sei nuovi episodi e, dopo il binge watching furioso e un’intera settimana per ripensarci, quello che rimane è una sensazione di incompiuto. Prima di iniziare a parlare della terza stagione di Black Mirror, è utile fare mente locale.

La Prima e la seconda stagione di Black Mirror hanno un’impostazione speculare: gli episodi raccontano realtà e distopie differenti ma possono essere accoppiate tenendo in considerazione la distanza dalla nostra realtà, in termini spazio-temporali ed etico-morali. In qualche modo questo schema è stato mantenuto anche per la terza stagione.

 

 

Tipologie di “Black Mirror”

 

1. Episodi che trattano di un presente possibile; etica e morale simili a quelle contemporanee

1×01 — The National Anthem, aka il ministro e il maiale. È una storia terribile quanto possibile.

2×03 — The Waldo Moment, aka il pupazzetto dell’antipolitica. È una cosa che sta già succedendo.

3×02 — Playtest, aka videogioco horror. Unisce due campi, VR e sistemi ad intelligenza computazionale, ormai in ampissimo sviluppo.

3×03 — Shut Up and Dance, aka hacker ricattatori.

Non è niente che non sia già successo, solo con un po’ più di organizzazione.

 

2. Episodi che trattano più espressamente di futuro, ma che in realtà sono metafore del presente — se non del passato, ma quella forse è colpa della storia ciclica; etica e morale distorte o estremizzate.

1×02 — Fifteen Million Merits, aka biciclette e X Factor. Come metafora un po’ dello showbusiness o, più in generale, della società contemporanea tutta, dell’arrivare e poi trovarsi inglobati nel sistema etc.

2×02 — White Bear, aka l’assassina braccata. Che è il sogno bagnato dei forcaioli, metafora delle gogne mediatiche attuali.

3×01 — Nosedive, aka il mondo confetto. Sta lì a ricordarci la nostra divisione in classi ben prima dell’avvento dei social network.

3×05 — Men Against Fire, aka Call of Duty. Ovvero il succo di ogni guerra e di ogni conflitto, anche razziale e non necessariamente armato, la demonizzazione del nemico, misto a concetti eugenetici da terzo Reich.

 

3. Episodi che trattano di un futuro prossimo ma plausibile e ne analizzano le conseguenze; etica e morale simili a quelle contemporanee se non per l’avanzamento tecnologico al centro dell’episodio.

1×03 — The Entire History of You, aka filmo tutto nella mia testa.

Tratta di una tecnologia non così lontana come si crede;

2×01 — Be Right Back, aka l’androide del morto. È già realtà, a quanto pare.

3×04 — San Junipero, aka il fine vita e gli 80’s. Gioca ancora nel campo della realtà virtuale, certo applicata all’estremo, ma pur sempre realtà virtuale.

3×06 — Hated in the Nation, aka api robot assassine. Prende il web shaming attuale e lo porta in un mondo in cui può essere davvero pericoloso.

 

Cosa non va

 

Nonostante i nuovi episodi riescano ad entrare in queste categorie, nonostante la loro messa in scena proceda sulla stessa via delle prime due stagioni, i motivi per non promuovere a pieno il nuovo Black Mirror ci sono.

In primo luogo c’è da considerare l’effetto dovuto all’utilizzo di stilemi tipici di alcuni generi cinematografici in ogni puntata della terza stagione. Mentre di solito il genere di Black Mirror era “Black Mirror”, qui troviamo sullo schermo, in ordine: il road movie, l’horror, il thriller, la love story, la guerra e il giallo tecnologico. Ciò rende Black Mirror un prodotto più riconoscibile e meno spiazzante, come scrive Fabio di Felice — anche se non do la colpa alla produzione americana — meno avvezzo a ciò che ci aspettavamo dai nuovi episodi scritti tutti da Brooker.

 

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Il secondo dei problemi è che Brooker ci racconta storie troppo “piccole”, storie particolari avvenute in un dato momento a dei determinati personaggi che hanno fatto delle scelte non sempre condivisibili. Nosedive è il road trip verso l’illuminazione di un personaggio di cui non condividiamo la battaglia per il riconoscimento sociale, perché troppo immerso nel suo mondo distopico fatto di voti del “tripadvisor delle persone”. Playtest narra di un personaggio particolare con una storia familiare ben precisa alle spalle e di un esperimento andato male per ragioni infinitesimali rispetto alla portata dell’esperimento stesso. Shut Up and Dance non riesce a farci condividere alcuna delle scelte dei personaggi, nonostante tenga altissima la tensione e sia un pugno nello stomaco. San Junipero non ci racconta del dilemma etico di un mondo futuro in cui probabilmente i vecchi saranno la maggior frazione della popolazione e verranno parcheggiati in bellissimi mondi virtuali, ci parla della scelta amorosa di due personaggi con storie personali complesse — poi lo fa con delicatezza rara e mi è piaciuto moltissimo, ma non è questo il punto. Men Against Fire tratta di un soldato particolarmente sfortunato senza però sollevare davvero il problema etico dei supersoldati o del futuro della guerra. Hated in the Nation è un ottimo poliziesco che tratta di un caso isolato, un po’ come The National Anthem, usando però come vero dilemma di fondo e gamechanger il classicone sicurezza vs. privacy.

I sei nuovi episodi dell’opera di Brooker restano gradevoli e fanno bene i giocolieri sulle due direttrici che da sempre guidano il progetto Black Mirror: quella della critica sociale e quella della fantascienza. La prima, però, scade facilmente nel moralismo più becero (come l’ultimo video di Moby, per capirci); i produttori lo sanno e di conseguenza questa terza stagione ha dosato le forze in campo e puntato più sulla fantascienza che sulla critica sociale, sulla storia piccola contrapposta alla storia grande. Ciò appunto non toglie il fatto che siamo di fronte ad una buona serie fantascientifica, con tutti i pro e i contro che volete, ma che non è Black Mirror per come lo ricordiamo. Ciò che nelle prime due stagioni aiutava i dilemmi tecnosociali ad essere prominenti rispetto alle storie narrate, lasciando l’amaro in bocca, manca nella terza stagione.

 

Il click

 

Il “click” è quello dell’immedesimazione diretta, una forza che spinge la critica tecnologica e sociale lontanissima da ogni moralismo. È quella che ci fa chiedere come ci comporteremmo al posto dei personaggi, che ce li fa giudicare più profondamente e, nelle prime due stagioni, ci faceva sentire sia parte del gioco sia spettatori, in un rimando ambiguo continuo. Così nel 1×01 pensavamo sì a come si sentisse il primo ministro inglese, ma eravamo anche tra quelli che lo guardavano fare sesso con il maiale; il finale della 1×02 ci faceva domandare se avremmo fatto la stessa cosa in quel reality show, e allo stesso tempo ne eravamo pubblico pagante assetato di emozioni facili; 1×03 è un dramma ibseniano universale, in cui tutti siamo coinvolti; 2×01 ci fa domandare se anche noi faremmo lo stesso; 2×02 è un gioco voyeuristico che si prende gioco di noi lasciandoci immedesimare con quella che solo alla fine scopriremo essere un’assasina; 2×03 beh, dai, siamo noi.

A caldo, ho avuto l’impressione che la velocità esponenziale dei cambiamenti tecnologici in atto, abbia tolto mordente a questa serie; ogni cosa di cui parla è un po’ troppo vicina al nostro mondo, sia per i problemi etici, sia per le nuove tecnologie, sia per le paranoie tecnologiche. Il mio pensiero è che Black Mirror sia finito nella valle perturbante. La teoria della valle perturbante fa parte della robotica ma è stata pensata in nuce anche da Darwin quando guardava facce di serpenti e pipistrelli che somigliavano più a volti umani, e fa più o meno così:

 

«Explain it to me in Star Wars!»

 

Black Mirror con questa terza stagione è finito suo malgrado nella valle perturbante dei telefilm, alieno e indifferente perché immediato e non futuribile e non ci fornisce lo spazio di manovra per immedesimarci né con i protagonisti né con il contesto.

Mattia Pianezzi
Studente di Editoria e Scrittura alla Sapienza, vivacchia a Roma. Scrive per Crampi Sportivi, Atlas Magazine e Flanerí.
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