1. Da Alghero verso est

È fine agosto e l’aria è bollente, ancora più calda quando, dopo aver arrotolato la tenda da campeggio scartando gli aghi di pino con un nervoso colpo di mano, entri in una vecchia Jeep Cherokee nera e impolverata. L’aria condizionata non va e la plastica del cruscotto sembra poter bollire da un momento all’altro. Resistendo a quell’aria bollente e al volante intoccabile siamo saliti in macchina, chiuso gli sportelli che pareva di chiudere un forno già acceso da una decina di minuti, messo in moto e attraversato Alghero con l’obiettivo di abbandonarla per andare a nord-est.
Alghero è bellissima, sicuramente una delle città più belle in Sardegna. Nella narrazione vacanziera standard vanta un record: condensare in un unico borgo molti dei cliché sull’isola, l’essere schiva, portuale, schiacciata su una spiaggia candida a qualche metro dall’acqua cristallina, e poi ancora costituire un unicum, una stranezza, finanche discostarsi da quella stessa unicità perché non povera e sardissima, bensì ricca e catalana.
La scorsa sera Stefano Serusi, artista e curatore nato qui ma a Milano da tanti anni, ci ha spiegato ogni dettaglio della città, in quattro ore di camminata abbiamo visto quello che un turista non può farsi mancare visitando la piccola Barcellona: bastioni, ville stupende e abbandonate, una nicchia con dentro Sant’Antonio e un maialino in plastica, alberghi di lusso incastrati tra facciate anni ‘50, giardini nascosti tra muraglioni, alberi di limone, scogli e gattili da romanzo. E poi ancora spaghetti al pesce ordinati in seminterrati zeppi di vini locali, torte gelato e turisti svizzeri.
È anche per via del giro infinito fatto la sera prima con Stefano che stiamo partendo da Alghero così tardi. Charlotte, che poi non doveva nemmeno continuare il viaggio con noi, si è fermata troppo a lungo a curiosare nella cattedrale come anche a fotografare Villa Sant’Elia, il vecchio castello che spunta come una torre medievale alla fine della passeggiata turistica — la chiusura col botto di una camminata che dal nostro campeggio saranno stati sei chilometri abbondanti.
Quando abbandoni Alghero per andare a nord-est sai quello che ti aspetti. Il viaggio con la vecchia Jeep era stato immaginato come due settimane di posti selvaggi e aridi, rocciosi e inospitali. Proprio la soddisfazione, dal sapore borghese, di quel desiderio un po’ banale e un po’ luddista che viene dopo troppi mesi consecutivi in città. Alghero, in questo piano, è stata la pausa-civiltà: campeggio attrezzatissimo, bagni puliti, lungomare con la folla, l’acqua cristallina e in spiaggia ogni possibile sfizio, lo stand up paddling, le immersioni guidate, fino al pedalò e il gommone in affitto. Ora la pausa è finita.
Nessuno sul marciapiede parallelo al mare. Mollare Alghero sotto il sole cocente, la tenda impolverata portata in spalla alla macchina insieme a un sestetto di bottiglie d’acqua ciascuno, ci ha ricordato qual era il mood originario del viaggio e, in un secondo, il suono marcio dei cilindri del jeeppone immatricolato nel ‘96 ci ha precipitati di nuovo in quei giorni pieni ed estenuanti che avevo immaginato già a maggio.
Se alla polvere, al sudore, al caldo e al rumore da trattore che viene da sotto il cambio si aggiunge il GPS che non prende il quadro è bello che completo. Orientarsi qui non è una questione di essere o non essere sardi, in Sardegna a meno di non essere frequentatori quotidiani delle campagne che si stanno attraversando il GPS è quasi d’obbligo — è una questione di rapporto superficie abitata/superficie totale: la Sardegna, terza regione Italiana per estensione è terzultima per densità abitativa. Un’isola vuota. La campagna rocciosa è la maggioranza assoluta, è pervasiva e te la ritrovi ad ogni angolo. Spesso ci si ritrova a viaggiare su strade sterrate con quei dossetti regolari lasciati dal cingolato dell’ANAS subito prima dell’inizio della stagione turistica, quelli che la macchina vibra come stesse andando perennemente su dei dossi rallentatori.
2. Arrivare alla Valle
A dispetto del mood, rientrato oramai nella modalità campeggio-selvaggio-e-fornello-da-sopravvivenza, andare a nord-est venendo da Alghero significa lasciare la costa più selvaggia dell’intera isola per dirigersi verso la Costa Smeralda, quella di Olbia, Porto Cervo e le polo bianche dei russi sui 40 metri lucidati con l’acqua minerale. Ma ci sono punti della costa nord-est che non sono né fighetti, né lussuosi e nemmeno francesi. Noi stiamo andando proprio lì, nell’anti-Costa Smeralda, l’antitesi dell’idea vacanziera del nord Sardegna, forse addirittura il suo rovescio. Stiamo andando in una Valle della Luna considerata il regno degli hippie e dei nudisti stesi all’ombra delle grotte granitiche. Una piccola comune lontana da tutto.
Ci si arriva in qualche ora se si decide di prendere la litoranea che segue il Golfo dell’Asinara. Ristoranti con la vista sul mare si alternano a chilometri di boschi di pini ed enormi strapiombi sul mare che mi ributtano nei ricordi della Tasman Peninsula attraverso cui viaggiai, sempre in macchina, qualche anno prima con un’amica francese che ormai non sento più. Dopo Castelsardo — e i tornanti che si infilano tra il porto e gli scogli scuri di trachite — si comincia a intravedere l’acqua francese. Guidando, oltre all’aria calda, sento la fretta — quest’estate mi son fissato col vedere i tramonti e dopo Alghero voglio vederlo assolutamente anche dalla valle. Alla nostra sinistra l’Asinara, l’acqua blue denso, il sole che comincia a scendere a ovest. Seguire la costa è un susseguirsi di sezioni dalla superficie terrestre offerte dai tornanti con lunghe linee orizzontali di roccia che paiono strati di panna. Linee, stratificazioni di minerali e tufo, che non si sa come tengono sulle spalle torri vecchie millenni strappandole al vento e alle onde.

Il golfo dobbiamo farlo tutto, fino a Capo Testa, un’isola rocciosa protesa a nord sulle Bocche di Bonifacio, da qui i romani portavano il granito alla capitale dell’impero. Ci sono i primi cartelli che dicono Santa Teresa di Gallura e ci fermiamo a comprare da mangiare e da bere. La Valle della Luna forse non sarà il Burning Man ma stiamo comunque parlando di stare in mezzo al niente, non c’è un bar, non un ristorantino sulla spiaggia, e abbiamo il presentimento che gli hippie, se anche dovessero venderci qualcosa, non sarebbero bottigliette d’acqua o tramezzini al pomodoro. Compriamo birra, té freddo, pizzette sfoglia, melanzane, pomodori, carote, frutta e ci facciamo preparare delle crocchette di patate da mangiare subito. Ripartiamo, ho l’ansia del dover vedere il tramonto.
3. La distopia della Valle

Il nome “Valle della Luna” non è un caso, è davvero una valle ed è davvero lunare. Un lembo di terra rossastra che si intrufola, e poi si apre, tra pareti di roccia giganti che paiono fatte di orsi e facce inquietanti scavate dal vento nel granito in centinaia di migliaia di anni. Quando la valle si apre lo fa creando un dosso, lo si percorre in salita andando verso il mare, sul punto più alto c’è un grosso totem, forse un po’ Burning Man questo posto lo è davvero. Abbiamo camminato tra le rocce butterate di bianco e i cespugli appiattiti sulla terra arida per una buona mezz’ora e finalmente ci siamo. Avevo ragione a stressarmi per vedere il tramonto, la valle è indirizzata perfettamente ad ovest, una specie di passerella verso un sole gigante. E questo scende giù equidistante dalle pareti rocciose ai lati, creando un disegno simmetrico, perfetto, sembra un oliva che scende perpendicolare al mare e alle onde luminose del tramonto con le rocce a imbuto che paiono i bordi del bicchiere per il Martini. Un disegno di Moebius, un’idea di Castaneda, l’effetto Fata Morgana, in ogni caso una cartolina che calza a pennello con l’universo hippie che abita la valle.
L’effetto luminoso è impressionante: il granito, ora che ci penso, tra le puntinature grigie, bianche e nere, ne ha altre meno fitte sul rosa chiaro. Va guardato da vicino. Devono essere queste, insieme con la terra rossa, a fare questa specie di effetto falò con i raggi di luce arancione acceso. Dirlo suona stupido, ma sembra un film, una cosa architettata per essere vista proprio da questo punto di vista, in questo momento. La sensazione di completezza che si ha nel vedere qualcosa dall’estetica primordiale e simmetrica è appagante.
I cambi di luce sono rapidi e il giallo e gli arancioni cominciano a ritirarsi dall’aria intorno a noi, ritornando lenti verso la fonte luminosa. Ogni minuto che passa lascia spazio a tonalità più scure, l’aria si raffredda e saranno le otto. È iniziata la notte.
La tenda l’abbiamo montata in due minuti, una volta che ci fai l’abitudine è un attimo. Ora che il buio ha definitivamente preso il sopravvento sull’intera valle le stelle e la luna, una volta che gli occhi si abituano, sono luminose a sufficienza da permetterci di stare sui teli da mare stesi sull’erba secca a bere birre, mangiare pane e pomodoro, perfino goderci la macchia bianca e fumosa che sovrasta la parte sinistra di cielo sopra di noi — dovrebbe essere la Via Lattea.
Chiunque si trovi a passare vicino alla nostra tenda saluta cordiale, fa senso di comunità, coesione tra il centinaio di persone che ci stanno attorno accampate tra sterpaglie, grotte e rocce incavate. Alcune sistemazioni sembrano permanenti: grossi incavi nella roccia chiusi con muretti a secco, stoffe e legni recuperati qui nei pressi.
Ho in testa Like the moon dei Future island, synthpop melodico che forse ci sta bene col guardare le stelle in campeggio o forse è passato poco tempo da quando ho visto Stranger Things — però ora che me lo canticchio in mente suona tipo Moby, Kiasmos o altri mix tra techno e ambient. Le luci delle torce di chi passeggia per la valle appaiono e scompaiono intermittenti, difficile dire se siano più o meno distanti da noi. Uno che passa con la lampada da testa si ferma e gli chiedo se qualcuno della valle farà il fuoco, non ci capiamo, mi risponde che basta stare attenti e il fuoco si può fare. Ok, in realtà chiedevo dritte su qualche focolare hippie per andare a sentire cosa si diceva, ma non importa, va bene così.
4. Il giorno dopo

La mattina dopo la spiaggetta è semi-deserta, i cani scorrazzano già in giro senza padroni e sembrano felici, una coppia di turisti di mezza età si è spinta fin qui, forse sono tedeschi. L’acqua è bassissima e costellata di rocce muschiose, piccole meduse rosa e gruppetti di castagnole dondolate piano dalle onde. Vedere lo specchio d’acqua dall’alto risalta quel reticolato bianco di riflessi, quello perfetto da ostentare nelle foto delle vacanze, lo stesso che giustifica l’aggettivo “cristallina” e permette di combinare la consapevolezza di trovarsi nella natura incontaminata con la sensazione di stare in piscina, tra comodità e pulizia.
In spiaggia Charlotte può finalmente prendere il sole nuda senza rischiare una multa come stava per succedere quattro giorni prima su una spiaggia più frequentata. C’è chi suona il djembe seduto sul lato apposto della stessa grossa roccia che noi stiamo usando come ombrellone, c’è l’odore d’erba, c’è uno particolarmente sardo che dorme nella stessa posizione in cui imbalsamavano i faraoni, quando si sveglia capisco che è brillo nonostante siano le undici di mattina.
Il sole sale e l’ombra sulla spiaggia si ritira, ora ci sono più ombrelloni con frequentatori e vacanzieri più standard, l’età media è aumentata e qualcuno mangia frutta già fatta a cubetti. Noto che il rapporto tra maschi e femmine vede una maggioranza schiacciante del genere femminile. Avrei immaginato il contrario anche se non so bene il perché.

Una ragazza che ha catturato la mia attenzione sin dalla sera prima è una sui trentacinque, topless e abbronzatura così scura che io in confronto sembro polacco; lei sembra vivere lì da sempre, conosce tutti, insulta scherzosamente chiunque senza che ci siano reazioni indispettite, una specie di capa indiscussa. In vita porta una cintura di quelle un po’ marsupio un po’ cinta degli attrezzi. I capelli nerissimi le scendono sulle spalle e sui seni, è incazzata per le meduse ma entra comunque in acqua fino alla vita, poco dopo la sento urlare in sardo qualcosa che mi sembra sia la fine di una battutaccia o di una barzelletta sporca. Un cagnolino dal pelo lungo e scompigliato dal sale le sta dietro continuamente, e se per caso si fosse allontanato troppo un urlo secco della padrona sarebbe stato sufficiente a farlo sgommare con le zampe posteriori tanta è la fretta di raggiungerla tra le rocce e le panche di legno ricavate da qualche vecchio tronco.
5. La caduta
Il pomeriggio scorre veloce con gli occhi sempre rivolti a ovest, nello spettro di orizzonte che si intravede tra le due pareti rocciose che difendono la spiaggia, dopo gli scogli in lontananza, ogni tanto sfrecciano grossi gommoni turistici come schegge candide che interrompono solo per qualche istante la sensazione di stare lontano dalla civiltà.
La settimana enigmistica è rimasta nello zaino di Michelle, la macchina subacquea è scarica e nessuno si è preso la briga di pensarci quando ancora eravamo in macchina. Le ore di sole le passiamo a schivare meduse, dormire all’ombra di un granito a forma d’uovo e rischiare le piante dei piedi nella roulette russa che prevede la sabbia scura e bollente e i cilindretti secchi e spinosi delle medicago cresciute tra le grotte.
Stiamo smontando la tenda sul lato destro della valle, proprio dove la terra e gli arbusti s’interrompono lasciando innalzare un muraglione fatto di rocce altissime che sembrano disegnate un po’ da Gaudì e un po’ da Botero. Michelle sta piegando le parti di tubicino nero dentro cui passa l’elastico: le piega una sull’altra a fisarmonica mentre io sistemo l’interno dello zaino in modo da farci stare roba a sufficienza. Per un momento vengo distratto da un tizio che suona il didjeridoo da dentro una grotta sopra da me. Sta accovacciato rivolto verso la valle e la spiaggia, dista almeno una decina di metri da noi. Riprendo a maneggiare lo zaino per qualche secondo e noto che in due stanno andando per raggiungerlo. Prima salgono sulle rocce basse camminandoci come a percorrere un sentiero, poi affrontano la roccia verticalmente, salendo grazie ad appigli per le mani e piccoli gradinetti su cui sistemare i piedi. Il primo sale la parte verticale riuscendo a raggiungere l’inizio della caverna, il secondo lo vedo perdere l’equilibrio, avviene tutto in una frazione di secondo: allunga la mano destra verso un punto alto in cui la roccia fa una piega, poi si tira su come per cercare un appiglio alla stessa altezza per la mano sinistra. Mentre sale col busto la mano destra si libra in aria. Ha perso l’appiglio e in un attimo capisco che cadrà. I piedi ancora in bilico con le punte poggiate su piccoli scalini di roccia non possono sostenerlo e si ribalta in aria — braccia, busto e testa si allontanano dalla roccia creando un arco in aria mentre i piedi rimangono per un attimo in più fermi sul granito.
La caduta l’ho vista a rallentatore come le cose che fanno paura, saranno stati quattro metri scarsi. L’impatto suona malissimo, è il suono di polpa su roccia.
L’amico che lo precedeva, urla subito di ambulanza e soccorsi, aggiungendo che si è fatto un be’ male. Un be’ in slang sassarese vuol dire molto. Si è fatto molto male. Non posso vedere il ragazzo ferito, dalla mia prospettiva è sparito in mezzo alle rocce. Sto cercando il telefono e non lo trovo, mi raddoppia lo stress l’alta probabilità che sia scarico visto che siamo in culo al mondo da quasi ventiquattr’ore. Non è scarico. Però stanno già chiamando altre tre persone. Ok, calma, uno che ha raggiunto il ferito sta chiamando e sembra raziocinante. Stiamo lì ad aspettare una specie di responso che vede due possibilità: 1) mandano un elicottero; 2) panico generale.
Quello che chiamava allontana lo smartphone dall’orecchio, subito in panico anche lui. Chiede, urlando verso di me, se c’è un medico. Mi giro verso la spiaggia, e chiedo, urlando, se c’è un medico. Nessuna risposta. Incalzo con: nessuno che studi infermieristica? Tirocinanti? Niente. Un po’ per interrompere il silenzio suggerisco una mossa semplice: controllare le pupille, se una è più dilatata dell’altra potrebbe esserci trauma cranico. Dico: verifica questa cosa, se c’è trauma cranico richiama e comunicalo all’ambulanza. Risposta: «Cosa?!». Lo ripeto urlando più forte, per poi pentirmene: il morale è fondamentale per affrontare un trauma e quello che urlo lo sente perfettamente anche il ragazzo ferito. Me lo ricorda Fabio, che poi, usando il GPS dal mio telefono, riesce a comunicare ai soccorsi le coordinate del punto esatto in cui siamo.
Passano i minuti tra: piccola folla che si raduna intorno al ragazzo caduto, folla che si impone di lasciarlo respirare e si allontana. Chi sta col ferito chiede panni, arrivano fin troppi panni; poi si chiede dell’acqua, arrivano fin troppe bottiglie d’acqua. Il tizio a cui ho consigliato la cosa delle pupille richiama l’ambulanza, chiude. Passa un minuto, la richiama di nuovo. Poi altri, richiamano di nuovo. Ogni tanto qualcuno urla rivolto a tutti: «arrivano?!?». Qualcuno abbozza un «dieci minuti». Ottimo, penso io. La tenda è smontata e dovremmo andare via, ma l’ansia e la curiosità prevalgono e vabbè, restiamo, magari c’è bisogno di qualcosa. Arriverà davvero l’elicottero qui? E dove cazzo dovrebbe atterrare?
Mi balena in mente un momento cinico-funzionalista (mi succede spesso). Penso: che meraviglia e che fortuna il welfare, un elicottero, i medici, il pilota, i paramedici, tutto pagato dalla collettività per chi potrebbe aver bisogno. Fine del momento cinico-funzionalista.
Sirene in lontananza, è fatta, arrivano. Però un secondo solo, arrivano via terra? Fanno il sentiero tra le rocce? Vedo tre puntini arancioni che si muovono tra i primi cespugli che svettano all’ingresso della valle: sì, arrivano dal sentiero. Qualcuno si lamenta dell’attesa dando degli scansafatiche al medico e ai paramedici che lo seguono. Mi affiora un secondo momento cinico, lo sopisco. Il medico arriva e raggiunge il ferito: «cosa lamenti?». Non sento nessuna risposta. Di nuovo: «cosa lamenti?», «Oltre alle escoriazioni cosa lamenti?».
Uno dei paramedici ha portato la barella per tutto il tragitto, l’altro qualcosa che mi pare essere l’ossigeno. Il medico un borsone rosso. Ora il medico, un signore calvo sui quaranta, sembra agitarsi, corre tra le rocce, parla al telefono gesticolando, poi lo sento aumentare il tono di voce: «sì, c’è lo spazio per atterrare, sì, sì» dice. Ripete la stessa frase una seconda volta, identica. Penso: ottimo, meglio se lo portano via in elicottero, allo stesso tempo mi pare che la decisione sia sintomo della gravità del ferito.
6. L’elicottero

Arriva il rumore sordo e lontano dell’elicottero e tutti sembrano sollevati. Di nuovo qualche lamentela sull’inesistente inefficienza del servizio di soccorso. Ora vedo l’elicottero, è lungo quanto la spiaggia, deve atterrare sulla terra rossastra della valle, almeno credo. Appena arriva fa come per non fermarsi, sembra passare oltre, ma ovviamente sta solo rallentando, tipo la metro che sembra sempre che non si fermerà — basta questo perché mi debba sorbire altre lamentele sulla presunta inefficienza del servizio di soccorso — sopisco di nuovo l’istinto di invitare al silenzio questi presunti esperti — manco fossero tutti dei piloti o dei soccorritori professionisti.
Guardiamo la scena da una trentina di metri. L’elicottero sorvola il punto delle rocce dove il ragazzo se ne sta circondato dai paramedici — si ferma in aria in mezzo al rumore assordante e inizia a scendere piano. Le tende da campeggio prima si schiacciano al suolo sotto il peso del vortice d’aria, poi cominciano a perdere qualche pezzo. Dalla pancia dell’elicottero cala un cavo con due soccorritori appesi per la schiena, sembrano poter raggiungere il ragazzo, non ce la fanno, optano per una roccia vicina. Si sganciano dal cavo e questo risale lento. Si sta valutando se tirare su direttamente il ragazzo una volta immobilizzato? Difficile, visto che il punto in cui è caduto è sovrastato da rocce che ne impedirebbero la risalita.
Si fa per atterrare — e le tende, liberatesi ormai dai picchetti, rotolano via verso l’acqua come le tumbleweed nel deserto. Ora l’elicottero scende verso il centro della valle, vicino a una panca di legno e un piccolo accampamento dove stanno una decina di persone, tutte troppo lente a cercare riparo. Vengono inghiottite dal polverone che si alza tipo nebbia improvvisa.
Spento il motore torna la calma, il ragazzo, per quanto grave fosse la caduta e il probabile trauma cranico, non ha mai perso coscienza e se la caverà. Noi andiamo via e ci tengo a ringraziare i piloti che se ne stanno di fianco all’elicottero spento: probabilmente un riflesso che mi regali la sensazione di aver provveduto a compensare lo scontento gentista di chi mi stava attorno.
Rimugino incessantemente il fastidio provocatomi dalle lamentele ansiose su un’inesistente inefficienza dei soccorsi. (E so che anche Fabio ha provato lo stesso). L’idea di vivere circondato da truppe di opinanti orgogliosi della loro cultura della gogna e pronti alla sassaiola irrazionale contribuisce al contorcersi del mio stomaco nelle ore seguenti — insieme alla sensazione di vivere ancora in tempi in cui alla complessità si preferisce di gran lunga (e in massa) la strada semplicistica dell’individuazione di un nemico. Che sia l’immigrato, la casta, l’euro, lo stato o le multinazionali non importa. Ho lo stomaco contorto e non per una tragedia ma per l’invadenza delle reazioni eccitate e ansiose rivolte proprio a chi quella tragedia l’ha evitata.
Mi consola la consapevolezza che l’intero episodio sia stato un eccellente aneddoto su come la chiusura, l’isolazionismo e il luddismo — proprio i valori di riferimento di un viaggio per “sfuggire alla civiltà” — siano fallimentari. Essere hippie, o farlo per qualche giorno d’estate, starsene isolati e così via è bellissimo, può essere rigenerante, eppure c’è troppa ipocrisia nel fare una scelta del genere — fosse anche per un solo giorno — e poi lamentarsene nel caso si abbia necessità di quella stessa civiltà che si è deciso di tenere lontana. Il dubbio è che pochi dei presenti abbiano visto la vicenda sotto questa luce.
Guido verso sud. Qualche ora dopo raggiungiamo Olbia e l’aeroporto e l’ansia se n’è andata. Svanita.
Foto di Charlotte e Fabio