Un sabato critico S01E01 || Quasi tutto molto bello
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Un sabato critico S01E01 || Quasi tutto molto bello

«Le convenzioni del rilievo richiedono che non si interpreti letteralmente il fatto che una figura sia solo parzialmente staccata dal suo contesto materiale (dal fondo)»

Per l’appuntamento del sabato critico ho deciso di presentare la mostra che dal 29 gennaio si tiene all’Accademia di Spagna a Roma. La scelta è caduta su questa esposizione per un sacco di motivi tra cui possiamo benissimo includere la bella giornata e la gratuità dell’ingresso (elemento in realtà affatto trascurabile). Ma ad aver avuto un ruolo determinante è stata certamente la location, che mi ha permesso per una volta di uscire dal circolino dei poli museali romani, ma soprattutto mi ha dato la possibilità di rivedere e promuovere quel vastissimo patrimonio culturale (se non del tutto sconosciuto, quasi per niente valorizzato) che sono le accademie straniere d’istanza a Roma. Ma oltre a questa, che merita una parentesi tutta sua, altra motivazione è stata certamente l’esposizione di oltre centoventi stampe realizzate da Auguste Rodin, che da buon romanticone quale sono, rimane ancora uno dei miei scultori preferiti.

Di Rodin potremmo stare qui a parlare per ore e si potrebbero tirare fuori vecchi discorsi sul valore autoriale delle opere prodotte dallo Stato francese dopo la morte dello scultore, a seguito della concessione dei calchi e del diritto di riproduzione delle sue opere scultoree. Parlando del soggetto delle stampe in mostra non potremmo certamente evitare di soffermarci sul fatto che fin da quando ricevette la commissione statale per la realizzazione della Porta dell’Inferno nel 1880, lo scultore entrò proprio in fissa con la Commedia dantesca, tanto che questo tema divenne al centro della sua produzione per quasi quarant’anni. Ma al di là delle tante storie che possiamo ricostruire sulla produzione rodiana, credo che una delle riflessioni più interessanti sul lavoro del francese, sia stata quella che Rosalind Krauss ha proposto nel 1981 all’interno del suo celebre Passages in the Modern Sculpture. Ora senza voler aprire un dibattito sui punti di forza e i limiti degli spunti del testo, nella dimostrazione della sua tesi sul problema del tempo presente nei rilievi della Porta dell’Infernodi Rodin, la Krauss si è soffermata su un elemento che possiamo osservare noi stessi anche nelle stampe presenti in mostra.

«Le convenzioni del rilievo richiedono che non si interpreti letteralmente il fatto che una figura sia solo parzialmente staccata dal suo contesto materiale (dal fondo). Al contrario il fondo del rilievo opera come un piano pittorico e si vede trattato come uno spazio all’interno del quale si stagliano volti e corpi. […] Per la prima volta il fondo del rilievo ha come effetto di segmentare le figure che supporta, di presentarle letteralmente troncate, di spogliarle di una finzione di uno spazio virtuale in cui potrebbero sembrare espandersi. La Porta è allora simultaneamente purgata dello spazio e del tempo che supporterebbero il dispiegamento di un racconto. Nell’opera lo spazio si fissa e si blocca, mentre i rapporti temporali diventano di un’oscurità estrema.» (Rosalin Krauss, Passages in the Modern Sculpture)

Le conclusioni sono affascinanti e mettono in relazione la poetica di Rodin con il concetto di paradosso dell’alter ego del filosofo contemporaneo Husserl. Ora senza voler mettere troppa carne al fuoco, ciò che mi è piaciuto di quanto scritto dalla Krauss è che «da un punto di vista narrativo ci si trova immersi, con la Porta dell’Inferno [e perché no, anche nei disegni in mostra], nel significato di un avvenimento mentre si sta cristallizzando, senza la distanza dall’evento che un racconto delle sue cause accorderebbe». Ora naturalmente l’organizzazione della mostra e i suoi curatori, tutte queste pippe mentali non se le sono fatte e da un certo punto di vista hanno fatto pure bene. A loro anzi va dato merito non tanto di aver presentato dei lavori di cui non si sospettava l’esistenza, ma soprattutto di averlo fatto in modo estremamente discreto, ovvero senza fare i protagonisti. Tanto ho apprezzato questo tentativo che un paio di volte ho chiuso tutti e due gli occhi. Uno quando ho visto che a spiegazione della mostra è stato felicemente riciclato un catalogo del 1996 pensando così di sopperire all’assenza di un lavoro specifico. Un’altra volta è stata quando ho visto che diversi cartellini con la dicitura sbagliata sono stati corretti a penna (per carità, sono d’accordissimo nella crociata contro il cartellino illustrativo, però se è sbagliato non c’è bisogno di farmi pesare il fatto che non ho pagato il biglietto, sarebbe il caso di stampare un altro cartellino invece di fare delle pecionate con la penna). Ma nonostante gli occhi chiusi penso che il grande successo di pubblico di questi giorni (peraltro con molta meno pubblicità di tante altre) questa mostra se lo stia meritando tutto.

Fabrizio Carinci
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