Qualche tempo fa mi è capitato di vedere Eistree 1976, il documentario di Jon Spira che racconta l’esperienza di alcune delle comparse sul set del primo episodio di Star Wars, Una Nuova Speranza: dai volti coperti dei Troopers a David Prowse e il corpo di Darth Vader utilizzato anche da Kubrick nel suo Arancia Meccanica. Tutti hanno avuto il loro spazio nella creazione di un mito, tutti potranno raccontare a nipoti ed amici quando sulla fine degli anni ’70 presero parte alle riprese di un film di fantascienza apparentemente folle, e mentre Harrison Ford e Mark Hamill entravano nel cuore di milioni di spettatori, gente come Paul Blake e John Chapman davano profondità alla “Galassia lontana lontana” attraverso scomodissimi costumi di gommapiuma.
Perché tutto questo? Perché un paio d’anni fa la Disney ha comprato Star Wars e qualcuno ha gridato allo scandalo. Si sa come sono i fan di Guerre Stellari, nati con un’industria cinematografica “buona” e cresciuti all’ombra di una Hollywood più ingombrante della Morte Nera, si sono illusi che la trilogia prequel fosse un bene — alcuni di loro lo pensano ancora — e si sono chiusi a riccio davanti l’era disneyiana di Star Wars. Tutto in nome dell’integralismo e della sacralità, tutto ciò che non è stato benedetto da George Lucas e bagnato dal suo sudore non è degno del loro amore.
Nonostante i tentativi di sabotaggio tutto è andato avanti, e solamente un anno fa la Disney ha inaugurato la nuova trilogia, seguita dall’annuncio di una serie di spin-off. Ma a cosa serve uno spin-off di Star Wars? Soprattutto, cosa diamine potrà mai dirci di nuovo? Bene, immaginate il mondo di Star Wars firmato Lucas come gli anni in cui la Terra era considerata piatta, quando dall’altra parte di Roma c’era il vuoto e se provavi a guardare oltre precipitavi di sotto. Adesso pensate allo spin-off, pensate a Rogue One, come alla prove della sfericità della Terra, a Gareth Edwards come ad un Magellano che circumnaviga il mondo di Star Wars ed approda sui lidi del suo film, Rogue One: A Star Wars Story. Così come Eistree 1976 ci ha raccontato la vita e la morte (artistica) delle comparse di Guerre Stellari, allo stesso modo Edwards ci ha portato nelle sale di comando della ribellione, nei vicoli delle cittadine oppresse dalla dittatura dell’Impero, ci ha raccontato il sacrificio del proletariato galattico nella difesa di un’ideale. Non esistono solamente Luke Skywalker ed Obi-Wan Kenobi, ma anche personaggi piccoli ed imperfetti che hanno sempre vissuto dall’altra parte del mondo di Star Wars.
Le sfericità di Guerre Stellari è un insegnamento su come comporre un franchise moderno in modo intelligente, una piccola lezione da cui molte major hollywoodiane dovrebbero trarre più di qualche insegnamento. C’è la mitologia che abbiamo imparato ad amare nei film originali, ma ci sono anche la guerra, la fede, la speranza e la voglia di rialzare la testa davanti alle ingiustizie dell’Impero. Con un risultato quasi paradossale, Rogue One è il film più lontano da mondo di Star Wars che un vero fan di Star Wars non potrà non amare. Un mix di ingredienti che hanno costretto l’amministratore delegato della Disney Bob Iger a puntualizzare che «Rogue One non è un film politico». Noi non ci crediamo, nessuno ci crede, soprattutto non ci credono quei supporter di Trump che hanno minacciato di boicottare il film più multiculturale della storia di Star Wars. Poco importa, perché c’è una cosa che Rogue One: A Star Wars Story è riuscito a darci: speranza.