Youtube e le piattaforme affini appaiono come quel magma sideral-virtuale di una ricerca infinita, somma vittoria del link e dell’ipertesto. Abbandonandoci a quest’oceano a portata di click scopriremo tanti piccoli grandi film, abitanti nomadi di terre selvagge. Il cinema, oggigiorno, è dappertutto: capita sempre più spesso di poter tracciare mappe incomplete di visioni pellegrine ed espanse. Oltre ad aver frammentato la visione, ad aver infranto e squarciato l’interezza auratica dell’opera, i film sono diventati protagonisti sperimentali di una circolazione extracorporea, dimentichi del volume e della massa, modificabili e plasmabili secondo le logiche del mash-up e del conseguente ri-montaggio ri-truccaggio. Be Kind Rewind per l’appunto. Ma qui non si parlerà dei mille potenziali Psycho rivisti, rifatti o non-visti, bensì si qualificherà Youtube (e affini) come enorme edificio liquefatto dell’immagine-movimento. L’idea di questa rubrica nasce proprio da qui: dal link come indice sommario di una nuova ricezione della visione, di un viaggio che conduce, spesso senza soluzione di continuità, verso nuove, impreviste, casuali scoperte. Ecco allora che perdersi diventa cosa meravigliosa. Internet si configura come strumento di conoscenza famelico ed irresponsabile, che mischia l’alto con il basso, il vecchio con il nuovo. Non sintetizza, contraddice, vivendo negli opposti (o nei diversi).
Circa due anni fa, smarrito in mille universi paralleli di note e narrazioni, in sfere concentriche e digitali, mi ritrovai – non so come, non so perché – a scoprire un maestro dell’animazione, un autore gigantesco che fino ad allora non avevo mai sentito nominare: Garri Bardin. Si tratta di un regista russo – o forse sarebbe meglio dire artigiano – attivo dalla metà degli anni Settanta e realizzatore di alcuni cortometraggi d’animazione fra i più interessanti degli ultimi decenni: la creazione diviene limpida trasfigurazione del mondo e della realtà, non poi così distante dall’attività immaginifica del bambino. «Il compito di un animatore è quello di essere un bambino professionista… tutto nasce dalla sua infanzia» scrive Bardin definendo la sua arte. Protagonista di questo cinema è l’oggetto, o meglio ancora lo scarto, il residuo materico: la cosa diviene così mediazione col mondo e la vita di ogni giorno, ma soprattutto punto di partenza per una bizzarra, diafana esplorazione dell’umano. Decenni di animazione, di fratelli Quay e Svankmajer, di stop-motion e di oggetti divenuti carne, insegnano come il miglior mezzo per raccontare l’uomo siano le creazioni oggettuali, ovvero le sue stesse creature.
Gli utensili inanimati vengono spogliati della loro funzionalità per prendere vita e luce, diventare altro e reinventare il loro scopo. In Adagio assistiamo a una processione religiosa di origami, in Konflikt si racconta la guerra attraverso dei fiammiferi, rievocando la solitudine e la devastazione sovrumana dell’atomica. Ma il cortometraggio su cui mi vorrei soffermare è Fioritures, racconto pessimista e metaforico sulla storia umana come vertigine di reclusione ed isolamento: la paura dell’invasore, dell’estraneo e dello sconosciuto diviene il moto fondativo di qualsiasi azione-reazione-creazione. Si eleggono così l’ansia e la paranoia, la paura di esser visti e raggiunti, l’ossessione della proprietà e della vita privata come condizioni vitali ed esistenziali dell’essere umano.
Con il fil di ferro si costruiscono mondi, scenografie e personaggi. Il protagonista stesso si “forma” a partire da una molla di ferro originaria, immersa in un contesto bidimensionale, asettico e vuoto che, proprio come un foglio bianco, verrà gradualmente riempito. Questo buffo omino di ferro, autentico protagonista della narrazione, supererà infatti l’horror vacui che lo circonda creando un mondo fatto della sue stessa materia, modellata e plasmata a suo piacimento con le mani proprie del demiurgo. Con delle gocce di ferro dà vita ad alberi e fiori, costruisce una casa, crea il suo habitat naturale. Fioritures si profila, dunque, fin dall’inizio come la rappresentazione simbolica dell’atto di creazione artistica: dare forma, struttura ed organizzazione alla materia, domando il caos o colmando il vuoto.
Tuttavia ogni forma di creazione esige sempre un’imperfezione, un errore di calcolo che rappresenta la segreta indomabilità della materia. Ogni errore ha il potere di diffondersi come un virus, ampliando la sua portata ipertrofica. Qualcosa prende vita al di fuori del controllo dell’artigiano, in un fuoricampo dell’immagine rievocato solo acusticamente: i versi delle cornacchie disturbano l’ordine e la quiete. Il protagonista non può che agire di reazione piantando uno spaventapasseri di ferro. Ma è ovvio che non servirà a niente, l’invasione è infatti appena iniziata. Quando gli animali distruggeranno il suo campo non rimarrà altro da fare che iniziare un processo di internamento e di protezione: di qui la costruzione di recinti e barriere per protegger(ci) dalle insidie di un mondo ostile.
In pochi minuti Fioritures diviene una potente metafora della parabola umana. Mi colpisce in maniera esemplare l’ossessione e la caparbietà con cui l’uomo di ferro amplia i recinti (mi viene da chiedermi: è possibile recintare il mondo intero?). Prima che cali una notte bluastra e pittorica, modella un cane da guardia per proteggerlo e poi, all’interno della casa, costruisce una lampada per illuminare l’oscurità e una donna per appagare il desiderio. Ma ogni volta, in procinto di fare l’amore, verrà disturbato da un fuori-campo sempre più intrusivo e fastidioso: bambini, cori, automobili e voci di estranei, niente è più al sicuro. Con foga crescente ed impeto ancestrale continuerà a recintare fino allo sfinimento il suo habitat, recludendosi in quell’inferno di ferro che non potrà che identificarsi con un’estrema, irreversibile solitudine. Perfino la donna e il cane verranno decomposti e usati come ulteriore ferro per il recinto. Poi, all’improvviso, sentiamo il rumore di un aereo che è in procinto di atterrare: tutto si può recintare, ma non è possibile rinchiudere il cielo. Dezoom: l’uomo è prigioniero in gabbia, bestia di ferro tenuta a guinzaglio che abbaia contro il mondo da lui stesso costruito.
Fioritures e altri cortometraggi di Garri Bardin sono visibili su youtube, vimeo e altre piattaforme video on-line.

