Palermo, cronache da una capitale triste
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Palermo, cronache da una capitale triste

Ricevere il titolo di capitale della cultura forse ha dato alla testa ai palermitani più bisognosi di conferme? Interpellati sul tema, quello che sindaci e cittadini innamorati non riescono a spiegare è come fa una capitale della cultura ad ammucchiare 107 mila disoccupati.

Tristissimi Tropici? Il dramma tipico del Mezzogiorno è mistificarsi, generalmente scambiandosi per tutt’altro, nel credere di trovarsi in una condizione opposta a quella realmente vissuta. Ricevere il titolo di capitale della cultura forse ha dato alla testa ai palermitani più bisognosi di conferme? Interpellati sul tema, quello che sindaci e cittadini innamorati non riescono a spiegare è come fa una capitale della cultura ad ammucchiare 107 mila disoccupati. Ma sembra che importi nulla, basta che si vinca sempre “alla faccia di” qualcuno (o qualcosa), tacciato di rosicamenti, invidie, ammutinamenti e altre nequizie. Quindi la recente moda della Palermo ri-nata ricorda quei pazzi di film e barzellette che si credono Vespasiano, Marlon Brando o Churchill, ed è un caso tra i migliori di capitale triste che vestita di stracci e compiaciuta di un modo e di un mondo culturale troppo spesso angusto, avverte stranamente una personalità regale e cosmopolita in barba a dati, evidenze e certificazioni di fallimento.

 

 

Sul caso “capitale della cultura vero o falso” ormai è sempre più una questione di oves et boves perchè dirne bene o male riaccende le contrapposizioni più ataviche: “Apocalittici e Integrati” o “realisti e campanilisti interessati e/o spaventati”? “Pessimisti in malora” e “gioviali costruttivi”, oppure “apoti” e “accecati dal mito del capoluogo di provincia?”. Intanto l’Araba ‘Infelice’ non smette di esser descritta su quotidiani nazionali e internazionali (da qualche parte niente di meno che The resurrection of Palermo) come esempio di svolta virtuosa e come capitale di qualsiasi cosa — buona cucina, innovazione, ingegno, arte, cultura, progresso, bellezza, legalità, civiltà — e paradigma per rinascite a portar via e risalite trionfali. Ma, ci si chiederà, sarà ingenuo, falso o semplicemente immorale far ritratti a lustro di una città così regina di cattivi esempi, soprattutto se è vero che l’accesso al lavoro è tra le prime forme di cultura? E potrebbe anche non servire a molto la virtù tanto alla moda chiamata ‘resilienza’ come attitudine a trarre il meglio dal peggio, se implicasse pure il tenersi questo ‘peggio’ sempre ben in caldo o addirittura minimizzarlo a favore dei feticci isolani più bozzettistici del “come noi, nessuno!”: l’eredità Classica, la simpatia, il teatro dei pupi, l’architettura normanna e i mercati storici, il mare, il sole mediterraneo, l’Humanitas e Pietas, la pasta allo scoglio e il clima mite tutto l’anno e il pesce fresco. Però, se lo sguardo si concentra oltre ogni trucco da incantatore di serpenti si avvertirà in città la riduzione attuale degli interessi e delle tematiche a pochi dati e apporti ripetitivi e fissi, elemento che potrebbe essere imbarazzante per una cultural capital.

 

Foto di Giuseppe Nicotra

 

Certo non manca né fumo negli occhi né l’ansia di recuperare il temps perdu, con i tentativi (disallineati rispetto al genius loci) di internazionalizzazione fashionistica attraverso le più recenti introduzioni e imposizioni di minimalismi da sushi e lussuosaggini da maison d’haute couture, come nei sottosviluppi dei Quarti Mondi indebitati ma colonizzati da multinazionali e sceicchi per costruire megaresort e skyscrapers ‘luxury’ con baracca dietro l’angolo. «Wow!» , direbbero i cultori della reductio ad unum («alla fine è tutta magggìa del folklore») e del sincretismo etico ed estetico più ingenuo. Ma mescolare il sacro al profano, lo chic al cheap, il bello al brutto, il degrado all’hi-tech, il decoro urbano con l’abbandono, sarà invidiabile pop art oppure apoteosi kitsch o magari, più miseramente, la complicità con la Bruttezza nella rinuncia definitiva a una civiltà illuministica e autenticamente europea?

A farsi un giro tra una passeggiata a piedi e un tragitto in macchina, sembra che tout ne se tient pas, che la bellezza non riesca a conservarsi neppure in quei monumenti apparentemente conservati o a quegli edifici preservati nella dignità da restauri competenti, e il ‘contorno’ non sembra all’altezza del poco ancora in salute. Non bastano neppure i dreamcatcher, tra gli inquinamenti acustici e ambientali di clacson, urla megafonate e giornaliere di venditori in ape cross, i mercatini di pulci e zecche, banconetti decrepiti, mogani di risulta, maniglie dorate trafugate da vecchie bare divelte vendute come ninnoli capricciosi, testiere di finta noce, broccati fasulli e damaschi mortizzi, intarsi di plastica, bronzi artificiali, ritratti di vecchi. Fruttivendoli e cucinatori di frattaglie innsmouthiani, ex pendagli da forca (o in itinere?) muniti di cuori di Gesù attaccati alle carrette e con indosso caratteristiche magliette dei giocatori del basket con numeri come ‘53’ o ‘31’ o delle prestigiose università americane con refusi nel lettering (Harfard, Yali, Cambritge etc.). Impossibile qui chiamare le cose col loro nome e dire ‘pane al pane’ quando tutto è rovesciato à la Alice in Wonderland, impressioni complessivamente tristi ma completamente prive di miti o fascini da Grand Mauvais Goût. Promontori infiniti di degrado e grigiore per turismo sadico e guardone, cortiletti e angolini dove non ci sta neanche un’ aiuola di verdure, con poveri cavalli smunti e cani inferociti da usare per combattimenti clandestini, stipati tutti insieme in mini-stalle, bambini piccolissimi che corrono in pannolino (altro che Germi, Castellani, Lattuada, Zavattini messi insieme!) a piedi nudi tra escrementi di topi e immondizia; giardinetti pubblici con panchine o sedute-lapide molto squallidi, scivoli arrugginiti per garanzia tetanica, cavi elettrici a tonnellate e a vista ovunque, annodati tra macerie e voragini, cemento male armato e abbandonato, lurido (il tutto giustificato e approvato dalla Commissione per il Romanticismo del Pittoresco che usa etichettare bruttezza e orrori dell’abbandono come pittoresque charmant per non guardare e girarsi dall’altra parte, perchè troppo doloroso?).

 

Foto di Pietro Tranchida

 

Via Maqueda, strada storica di antiche eleganze, oggi risolta in pseudo-caricatura di boulevard o street, immiserita da una gran parata di business violento di food and beverage di terza scelta, con sequenze interminabili di fritto-store, gelaterie sintetiche, “All 1 Euro” gestiti da coreani, panino-speed con techno a tutto decibel alternati a consunzioni architettoniche e “vendesi” a ripetizione. Intanto, altrove, in zone sparse e nascoste ma sempre centrali, spazi espostivi messi su tra crolli e sventramenti, perchè si dice che farebbe cultural chic mescolare la morte con la ‘vita’ (allevare degrado nell’ alibi resiliente “dal letame nascono i fior, hai visto?” — per commuovere e attirare gioventù che non ha di meglio, vecchine impellicciate e nobilame annoiato da tutti quei riti sempre uguali del teatro e degli abbonamenti alla lirica).

Il tour nella Capitale continua tra tetti in sfacelo, piazze storiche come deposito cassonetti, scheletri cementizi incompiuti per mancanza di soldi, calcestruzzi à la diable, recipienti blu o di eternit e antenne paraboliche che schiacciano il paesaggio, ecomostri abusivi in attesa di tritolo, graffiti-delitto anche sugli edifici o aree monumentali. Sempre tra gli sventramenti e i ‘vendesi’ casette basse poi crollate e implose, dove cresce ormai la vegetazione per mancanza di ogni manuntenzione e neanche occupabili da squatter ancora più miseri, guano di piccione sparso su portoncini, nei pressi di auto rubate con vetri scrupolosamente sfondati. Palermo, post-neorealista e pop-cinica, con la sua Piazza Verdi e l’area d’ingresso al gioiello di Basile, il teatro Massimo, convertita in campo di calcetto teppistello come nelle più povere e degradate cittadine coloniali del Sudamerica. Nei paraggi, tollerato dalle forze dell’ordine, prepotente bivacco di ragazzetti zozzi e stracciati a centinaia, birramuniti già alle 4 di pomeriggio e che dicono solo «merda, suca, fuck e shit», tracciando ovunque cazzi e vaffa, prediligendo devastazioni, abiezioni come farla sul marciapiede davanti a tutti. A spasso tra le aree più antiche, illegalità diffusa e sistematica rifilata e vissuta per colorismo e folklore, a colpi di caterve di ambulanti che occupano abusivamente il suolo pubblico vendendo merce senza rilasciare scontrini, lungo file e file di poltrone e divanetti, seggioloni usati e lerci, catafalchi, guanciali, materassi, reti ortopediche, culle, porte divelte, sedie, tavolini, invadendo carreggiate secondo il più galante costume suk-sudista «uè compà, la strada è mia, e chemmenefott’àmmè!».

 

Foto di Emiliano

 

Ma un luogo davvero umanistico non dovrebbe essere fatto di lavoro, civismo e decoro urbano anche minimo, invece che di anarchia più o meno assoluta e disoccupazione con annessa permanenza coi genitori a oltranza e dunque adolescenza protratta fino ai 40-50 anni? Epitome del colonialismo culturale passivo. Questo carattere mediterraneo e astratto, l’attitudine costiera di trasformare ogni dato concreto in discorso senza nesso col reale, unita a una chiacchiera remota da ogni influenza sui fatti, rende Palermo come il fantasma di un castello di cartapesta vivo solo per rendita di antichi fasti e che non ha nessun coraggio di ‘crescere’. L’aria che si respira per quanto riguarda il ‘tessuto culturale’ legato a ‘eventi’ e manifestazioni sembra un po’ cupa, legata forse ancora al principium firmissimum della pseudocultura stantia, nel morbo della vecchia solfa e dell’avanzare a forza di trionfalismo senza riscontri con la realtà e autoproclamazioni minuto per minuto. E certo sembra presente quel lieve sentore di arraffo full time dell’unico osso per troppi cani, nella contesa ferocissima e strategica di spazi, attenzioni, tempi e consensi, anche insignificanti, tra giovani leve a caccia di notorietà, canizie incattivite, facce note e quattro amici al bar, nel comfort di una torma che si autosostiene come i pezzetti del domino prima di crollare. Qui e là va di gran moda la sériosité, la didattica del «te lo spiego io», il climax pedagogico, il pathos dell’impegno, con cui dire le più grandi e tollerate stronzaggini. Tra umanisti frustrati e siderurgie passive, e artisti impegnati nello sforzo di emergere nel ‘circuito’ nazionale come ‘seri’, concettual-minimali, e quindi ufficiali e internazionali, oppure di essere avanguardia contro corrente e antisistema ma ricadendo costantemente nelle trappole bigotte del nazionalpopolare.

 

Foto di Pietro Tranchida

 

Qualcuno penserà, che se ne fa una vera Kapital der Kultur della propaganda su rinascimenti mai avvenuti, o dell’assillo e sovrapproduzione di sottoprodotti letterari, teatrali e pittorici e musicali? Il tic locale sembra la ricaduta nel già noto, non certo il desiderio di incontri e ragionamenti cosmopoliti, ma presuntuose periferie acritiche di sovraffollamento disgregato e di atomismi sempre più fieri. E ostentazione da Strapaese del seguire solo piccole e minime cose, la bottega, le discussioni locali su problemi locali fatte da nomi locali, nella ripetizione delle opinioni e delle dichiarazioni. Ma basterà recarsi a qualche ‘evento’ di colossi panormiti del déjà-vu e del déjà-entundu, o ad alcune esposizioni seriali per dire che si è salvi dall’insularità e nemici del milieu rassicurante? Come in quegli apologhi moralistici dove «conta il viaggio e non la meta», Palermo allora non avrebbe bisogno di quagliare, ma solo di mostrare buona lena puramente intenzionale e non fattuale per il ‘cambiamento’.

 

Foto di Umberto Rotundo

 

Il tasso di fervore intellettuale si può misurare ascoltando e annotando le discussioni di certi gruppi di Signore e Signori impegnati a rifare la conversazione del demi-monde francese o la caricatura della vecchia cafè society, con giudizi tutti uguali a proposito di stormi di presentazioni di libri in fila come panettoni avvitati sulla storia della città o su quant’è bella e unica e antica e ricca di suggestioni, col tormentone degli antichi sapori-odori-colori che consolano ogni pena da malaurbanità. E altro che Drouet, Rigault, Marat, Danton o carboneria, sommosse e rivoluzioni nei bugigattoli. Qui niente contrapposizioni reali: una o due librerie al massimo, o due-tre gallerie, amalgamano borderline e cadetti, lowbrow e highbrow, accentrano completamente il ‘top’ degli assembramenti artistici e culturali ufficiali, così ‘tutto succede’ solo in aree deputate (e pensare che Cirpì e Maresco erano un tempo il massimo dello scabro, e ora sono già ortodossia che non fa neppure il solletico). Sarà questa ristrettezza di spazi e idee a ostacolare la nascita di un vero antagonismo tra conformism e undergroundness, come si usa nelle (vere) capitali culturali come New York o Parigi o Londra?

 

Foto di Emiliano

 

Offerta culturale ideologizzata e compatta che si difende bene da ogni novità o concezione insolita, ove si ammettono unicamente quelle trasgressioni a registro in cui compaiono icone dialettali del cinema di serie d, per compiacere in un colpo solo popolino e borghesia, palato dei radical folk e housewifes di borgata. Virando ancora un po’ ma restando in zona eventi, ci si imbatte nelle ‘scoperte’ di tradizioni locali come genialate ma che invece sono sempre state là. Sagre, salumi e vini minori e itinerari sempre più astrusi per ammirare ‘factory’ de noartri, verso paesotti fino a ieri ignoti e poco seducenti ma abilmente piazzati alla ribalta grazie a massive operazioni di marketing culturale con installazioni sempre meno affascinanti e performances d’artisti che suonano violini suonati dal vento in campi di grano biologico. Con conseguente rivincita dello strapaese mascherato da cultura del contemporaneo e dunque ribattezzato cultura del territorio che si rinnova e si attiva. Un popolo di artisti, leggendo i giornali: però, scarsa cultura generale ma voluminose aspirazioni e attitudini generiche onnicomprensive, credendosi cantanti, attori, scrittori, poeti, compositori di élite, in mescolanze sinistre di pittura estemporanea dilettantistica — ma spacciata per ben altro — con sfondi sonori quali: cori della vendemmia, flautisti della trebbia, stornelli della spannocchiatura. Non è noto come finirà la partita (o invece sì?) Idealismo borbonico vs illuminismo asburgico, ma l’arbitro è già pronto a udire le accuse di cinismo, ressentiment , di bicchiere mezzo vuoto, di panieri e rotture di uova e altri escamotage retorici (come il relativismo oltranzista del ‘tutto il mondo è paese’). Tutte mine per delegittimare visioni realiste di chi non dimentica il dato e l’evidenza, ma a confortare i delusi dal match resteranno gli sponsor a cui va un ringraziamento speciale:

  • Lega Nazionale Climbers
  • Assessorato al Pallone gonfiato
  • Istituto Superiore di Compiacenza
  • Cialtrons & Partners
  • Fondazione Vecchie Solfe
  • Consorzio Cantine Assatanate wine corporate LTD
  • Associazione Mezze Calze Onlus
  • Società culturale del Parmigiano a cubetti SRL

 

In copertina foto di Giuseppe Nicotra.
Foto — Alcuni diritti sono riservati.

Rubina Mendola
Rubina Mendola, critico e saggista, ha scritto per alcune riviste online (Kill Surf City, Iovo Arte Contemporanea, Rapporto Confidenziale) e quotidiani (Repubblica Palermo). Attualmente collabora con Il Foglio e con Dude Mag. Ha curato diversi progetti editoriali e scritto per alcune case editrici italiane, come Franco Angeli (Milano), Il Poligrafo (Padova), Mimesis (Venezia). Nel 2015 ha fondato Impressions - Rivista digitale di critica della cultura, di cui è direttore editoriale.
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