In volo cieco: verità, giornalismo, era digitale
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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In volo cieco: verità, giornalismo, era digitale

  1. Nel 1798, a dieci anni dalla ratifica della Costituzione degli Stati Uniti, il presidente John Adams firmò il famigerato Sedition Act. Quella legge controversa, approvata insieme a una serie di Alien Acts che miravano a inasprire i controlli sugli immigrati considerati pericolosi per la nazione, dichiarò illegale la produzione di ogni «scritto falso, […]

 

1.

Nel 1798, a dieci anni dalla ratifica della Costituzione degli Stati Uniti, il presidente John Adams firmò il famigerato Sedition Act. Quella legge controversa, approvata insieme a una serie di Alien Acts che miravano a inasprire i controlli sugli immigrati considerati pericolosi per la nazione, dichiarò illegale la produzione di ogni «scritto falso, scandaloso e calunnioso contro il governo degli Stati Uniti… redatto con l’intento di diffamare il suddetto governo… o di provocare insurrezioni negli Stati Uniti».

Nella breve storia del Sedition Act, abolito nel 1880 quando Thomas Jefferson subentrò a Adams alla presidenza, non mancano momenti comici. Un giorno, un anziano abitante del New Jersey, Luther Baldwin, si fermò sulla Newark Broad Street ad assistere alla parata del presidente Adams e di sua moglie che prevedeva un saluto militare con sedici salve di cannone. Secondo la storia giudiziaria di James MacGregor Burn, Packing the Court, qualcuno nella folla gridò: «Ecco il presidente e gli sparano al culo». Baldwin, che aveva bevuto, replicò che non gli importava niente se avessero sparato al presidente e fu subito condotto in prigione.

Ma il Sedition Act fu applicato anche per mettere a tacere le critiche della stampa. James Callender, polemista di origine scozzese, passò nove mesi in carcere e pagò una multa di 200 dollari per aver definito il Presidente Adam, tra le altre cose, «un disgustoso saccente, un volgare ipocrita e un oppressore senza scrupoli». Più famoso l’episodio di Benjamin Bache, direttore del giornale anti-federalista The Aurora, arrestato dopo la pubblicazione di articoli che attaccavano Adams e accusavano George Washington di aver collaborato in segreto con gli Inglesi durante la Guerra d’Indipendenza.

Ho ripensato agli Alien e Sedition Acts nei primi giorni del governo di Donald Trump quando, in rapida successione, il presidente ha bloccato l’immigrazione da sette paesi a maggioranza islamica e il suo principale consigliere, Stephen Bannon, ha dichiarato al New York Times che i media «dovrebbero chiudere il becco e limitarsi ad ascoltare per un po’». Come molte persone che hanno letto l’intervista di Bannon durante quella prima convulsa settimana, quando il presidente firmava, uno dopo l’altro, ordini esecutivi discutibili e milioni di americani inondavano strade e aeroporti in segno di protesta, io mi sono soffermato solo sulla frase riguardo ai media che devono chiudere il becco.

Giorni dopo, rileggendo l’articolo del New York Times, ho capito che Bannon non cercava solo di mettere il bavaglio ai media americani. La sua era anche una critica feroce a una certa cultura mediatica così cristallizzata nella sua campana di vetro di raffinato benessere liberale da lasciarsi sfuggire quella che, un giorno, potrebbe rivelarsi la storia del secolo. «I media non hanno capito niente, proprio niente» ha detto in merito all’elezione del 2016, quando l’hanno definita «un’umiliante débacle che non cancelleranno mai, che resterà per sempre». La fallita copertura mediatica della campagna 2016 è la cornice delle sue accuse da prima pagina. «I media dovrebbero vergognarsi e sentirsi mortificati, chiudere il becco e ascoltare», ha detto al reporter del Times Micheal Grynbaum, aggiungendo: «Siete voi la vera opposizione, non il partito democratico. Siete voi. I media sono il vero partito di opposizione».

Naturalmente, i media generalisti non sono stati gli unici a non aver capito l’elezione di Trump. La storia è sfuggita a tutti, inclusi alcuni membri dello stesso staff di Trump. È assurdo anche insinuare che i media, in toto, abbiano preso di mira Trump e la sua amministrazione. Dopo tutto, esiste un network ben foraggiato di siti destrorsi, tra cui Breitbart.com, che è stato gestito dallo stesso Bannon, impegnati nella strenua difesa di Trump e nell’ancor più strenua condanna dei suoi avversari.

Ma superando retorica ed esagerazione, nei commenti di Bannon s’intravedono accenni a un’analisi spaventosamente accurata di una stampa americana menomata da mezzo secolo di sconvolgimenti tecnologici. I media nazionali non hanno compreso la rabbia della working class bianca che ha portato Trump al potere lo scorso autunno, e ancora adesso un’ampia fetta della stampa tradizionale appare dubbiosa – e in alcuni casi apertamente contraria – riguardo al presidente eletto anche grazie alla furia populista. Nel frattempo, i siti di notizie che hanno previsto l’elezione di Trump, i Breitbarts del mondo, sembrano pericolosamente disinteressati ai fatti e più determinati a sostenere assiduamente un programma politico di estrema destra.

È questo, dunque, il quadro che si presenta al lettore americano oggi. Viviamo in un universo mediatico polarizzato, ma c’è di più. Da un punto di vista giornalistico, siamo in volo cieco. Una parte della popolazione, quella che ha appena eletto un presidente, è alla mercé di una frangia ideologica incapace di distinguere tra realtà e finzione, mentre il resto della popolazione si affida a media tradizionali gravemente fiaccati i cui giornalisti sono ben istruiti e studiano fatti e prove con professionalità, ma se ne stanno così comodi nella loro camera dell’eco cittadina ed elitaria da non essere sempre capaci di comprendere le informazioni in loro possesso.

Perciò, circondati dalle rovine ancora fumanti della macchina mediatica americana del ventesimo secolo, rischiamo di ritornare a un ambiente giornalistico simile a quello precedente le tirature di massa dei quotidiani, quando il gioco al massacro di una stampa estremamente faziosa portò un presidente americano a firmare una legge che consentiva al governo di rinchiudere in cella i giornalisti non graditi. 

2.

Le notizie m’interessano perché m’informo parecchio e perché in questo ripongo la mia fiducia di elettore, ma in un certo senso è anche una questione personale. Trent’anni fa, ventiduenne appena uscito dal college, trovai per caso un lavoro al settimanale della mia città, il Mill Valley Record. Non avevo alcuna formazione giornalistica, e non scrivevo articoli dai tempi del liceo. Un giorno mi presentai in redazione alla ricerca di un impiego e il direttore mi mise tra le mani un comunicato stampa di un evento pubblico imminente. «Perché non ci vai?» disse. «Se c’è qualche notizia, la pubblicheremo». Tre mesi dopo, avevo un lavoro a tempo pieno come cronista di politica locale.

Come molti giovani giornalisti dell’epoca, quel poco che sapevo del mestiere prima che cominciassi a fare pratica lo avevo imparato da due libri, Tutti gli uomini del presidente di Bob Woodward e Carl Bernstein e The Powers that be di David Halberstam. Il libro di Halberstam è la storia imponente del giornalismo del ‘900 mentre il primo è un thriller avvincente su un’unica fondamentale inchiesta, ma entrambi i volumi offrono un resoconto affascinante del momento di gloria vissuto dalla stampa americana, quando il Washington Post denunciò lo scandalo Watergate, che portò infine alle dimissioni del Presidente Richard Nixon.

Al Mill Valley Record mi sarò anche occupato di riunioni di pianificazione e urbanistica e avrò scritto pezzi insulsi sull’economia locale, ma nella mia mente ero un piccolo Bob Woodward che incastrava quell’ultimo tassello, faceva quella telefonata decisiva, così che un giorno avrei spiattellato la verità in faccia al potere sulle prime pagine di un grande quotidiano di città. Quello che non sapevo – e che nessuno capì all’epoca – era che in poco più di un decennio Internet avrebbe sbaragliato i piccoli settimanali di provincia dove si erano formate generazioni di cronisti in erba come me, e avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dei grandi quotidiani cittadini cui ambivo.

Trent’anni dopo, capisco che il panorama mediatico che ho conosciuto come reporter di provincia tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 era soltanto una ripetizione nel continuum mutevole del giornalismo americano. Agli albori della Repubblica, l’epoca del Sedition act di John Adams, i giornali erano un lusso venduto previo abbonamento ad un’élite istruita e relativamente ristretta. Spesso, si trattava di testate possedute e gestite da partiti politici con l’intento esplicito di sostenere i propri candidati e mettere in imbarazzo gli avversari.

La situazione cambiò con l’avvento della pressa a vapore, che ridusse i costi e accelerò così tanto il processo di stampa di un giornale da convincere i direttori ad abbassare il prezzo di copertina da sei a un centesimo e ad estenderne la vendita alla classe operaia. Nel corso del secolo successivo, i quotidiani si trasformarono, da un mucchietto di “formati lenzuolo” simili a blog, in una rete complessa di testate che spaziavano dai piccoli giornali locali autogestiti, ai grandi gruppi editoriali nazionali guidati da tycoon come William Randolph e Joseph Pulitzer. Nel 1950, prima che la TV iniziasse a rubare la scena e gli investimenti pubblicitari, i giornali venduti ogni giorno superavano del 25% il numero delle famiglie americane

Il quotidiano americano di metà secolo, redatto per un pubblico locale e sovvenzionato da sponsor del luogo, rifletteva naturalmente le idee politiche dei suoi lettori. Il giornale di una città del sud che applicava la segregazione doveva spalleggiare la linea segregazionista o sarebbe fallito, così come il quotidiano di un ricco sobborgo liberale avrebbe rischiato il disastro contraddicendo l’opinione dei suoi lettori. Ma in entrambi i casi, i direttori avevano un ottimo motivo per evitare la retorica estrema o una copertura eccessivamente imprecisa perché la loro sopravvivenza dipendeva da inserzionisti locali, pronti a ritirare le proprie pubblicità dalle testate che avessero infangato la loro reputazione.

Un sistema molto lontano dalla perfezione, che però ha costruito il mondo giornalistico in cui mi sono ritrovato accettando quel comunicato stampa dal mio direttore del Mill Valley Record. I cronisti e i redattori con cui lavoravo non erano persone particolarmente seriose, ma prendevano sul serio il proprio lavoro. Quando un lettore ci fermava per strada per lamentarsi di un problema nelle importazioni locali, noi facevamo domande e andavano in fondo alla questione. Per ogni controversia, sentivamo sempre le due campane. Conoscevamo bene le persone seguite, ma ci alternavamo regolarmente nei vari settori per non legare troppo con le fonti. Verificavamo sempre le informazioni, e quando facevamo una cavolata pubblicavamo la rettifica il giorno successivo. Più di tutto, ci inorgogliva la nostra capacità di farci largo tra le stronzate e raccontare gli avvenimenti con una prosa chiara e diretta.

Trent’anni dopo, quel mondo si sta dissolvendo rapidamente nell’etere digitale. Oggi nessun ventiduenne spiantato senza formazione giornalistica potrebbe sperare di essere assunto full-time da un giornale a meno che, naturalmente, non appartenga a quel ceto sociale che può permettersi un tirocinio non retribuito, accompagnato da due anni di scuola di giornalismo.

Questo, più di qualsiasi nefasto complotto liberale, spiega il tendere a sinistra di ciò che rimane dei media tradizionali. Man mano che i giornali locali delle piccole città scompaiono, ci restano le testate nazionali, le TV e i network via cavo che hanno sede nei grandi centri urbani liberali. Nel frattempo, lo stravolgimento digitale ha cambiato la formazione dei giornalisti, e per questo cambiano anche le nuove leve della professione. Una generazione prima di me, quello del giornalista era ancora un lavoro tutelato solo un gradino più in alto di quello dei ragazzi addetti alle macchine linotype. Oggi, grazie alle stesse forze di stravolgimento tecnologico che hanno affossato tanti mestieri del ceto medio, il giornalismo è appannaggio di un’élite urbana e ben istruita – precisamente la categoria più incline a guardare con sospetto un uomo come Donald Trump.

 

 

3.

Credo che quando Bannon definisce i media “partito di opposizione” intenda questo. Si vede alla guida di una rivolta della working class bianca contro l’élite liberale multiculturale, ben incarnata da una categoria di garruli abitanti di Washington D.C. che sorseggiano latte macchiato. Certo, dichiarando guerra ai media e spronando il suo capo a fare scelte ancor più allarmanti, Bannon stesso sta indirizzando sempre più a sinistra una stampa di tendenze già liberali.

Ma questo, a dirla tutta, non spaventa quanto la facilità con cui riesce a farlo. Senza quell’ecosistema di ricerca della verità, composto da quotidiani piccoli e medi, che spieghi le notizie nazionali in termini comprensibili ai lettori locali, gli Americani restano a crogiolarsi in camere dell’eco ben distinte: una, cittadina istruita e liberale, e l’altra lavoratrice, rurale, pronta allo scontro. Oltre a non parlarsi tra loro, gli abitanti di queste camere dell’eco parlano a malapena la stessa lingua.

È rincuorante sapere dell’aumento tra gli abbonamenti digitali a testate storiche come New York Times e The Atlantic, così come è confortante vedere cittadini americani utilizzare i social per organizzarsi e tenersi informati. Forse col tempo, quando diventeremo più evoluti nell’uso degli strumenti digitali, sapremo anche adoperare meglio siti come Snopes.com per ridurre le notizie false e iniziare a raccogliere fondi destinati al giornalismo partecipativo affinché si occupi dei piccoli centri come facevo io un tempo. Internet non ha niente di intrinsecamente giusto o sbagliato. È uno strumento come tutti gli altri. Dobbiamo solo imparare a usarlo.

Per il momento, però, saremmo pazzi a non riconoscere il pericolo che corre l’America come nazione in volo cieco, senza mezzi d’informazione di cui fidarsi completamente. Al governo nessuno ha parlato di un ritorno al Sedition Act di John Adams, ma ogni volta che Trump manda il responsabile dei rapporti con la stampa a dirne quattro ai giornalisti della Casa Bianca e usa Twitter per manipolare gli americani e convincerli a dubitare di ciò che sentono al notiziario della sera, ci riavviciniamo un po’ di più a quella realtà.

***

Traduzione a cura di Milena Sanfilippo, revisione di Lucio Carbonelli.
Ringraziamo The Milions  sul quale questo articolo è apparso la prima volta.
Copertina di Angelo Montanari.

Michael Bourne
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