Linguistica Particolare || Come salvare la faccia abitando la lingua
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Linguistica Particolare || Come salvare la faccia abitando la lingua

Pillole di metasociolinguistica morale.

Pillole di metasociolinguistica morale

 

«Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora.» (Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo)

 

Introduzione. Heidegger a parte, la lingua vista come luogo è lontana dall’essere un’immagine nuova: basta fare una semplice ricerca su Google per vedere come sia sfruttata da grammatiche e scrittori che parlano di sé in qualche intervista: insomma, abitare il linguaggio e abitare la lingua sono espressioni ancora vivaci per vantare un rapporto particolare con essa. Personalmente poi, dell’espressione amo il verbo abitare, con quella sua sfumatura che intercorre tra l’uso intransitivo (abitare in un luogo, e quindi occuparlo in parte) e l’uso transitivo (abitare un luogo, e quindi occuparlo interamente). Ecco, nella nostra espressione è sempre usata in forma transitiva: il linguaggio è un luogo che l’uomo occupa (o dovrebbe occupare) interamente. Poeti e architetti. Voi occupate interamente il linguaggio? Innanzitutto bisognerebbe capire cosa vuol dire occuparlo. Il solito Heidegger, commentando Holderlin, diceva che il nostro soggiorno effettivo nel mondo avviene attraverso il linguaggio, che ci permette di prender-misure, grazie all’aiuto di pensatori e «poeti, uomini che prendono la misura per l’architettonica, per la disposizione strutturata dell’abitare» (da Poeticamente abita l’uomo). Insomma, il linguaggio è la chiave dell’essere e quindi dell’esistenza, mica cazzi! Non solo, il nostro soggiorno, e quindi il nostro linguaggio, dovrebbe essere in consonanza con la sistemazione che poeti e pensatori hanno dato alla casa. Non basta avere l’attico davanti al Colosseo se è arredato come un dormitorio inglese; e non è colpa di Dante se te con l’italiano ci giochi solo a Ruzzle.

Abitare la lingua. Spostandoci dal terreno insidioso della metafisica, Heidegger non ha proprio tutti i torti a identificare il linguaggio con l’esistere in rapporto al mondo: tutti i giorni, soprattutto attraverso la lingua, ci ritroviamo a definire il nostro posto nel mondo. E abitare la lingua è un’immagine effettivamente molto più immediata, perché con la lingua, il potente strumento con cui esercitiamo le nostre facoltà di linguaggio, abbiamo a che fare continuamente: ci identifica, e ci indentifica soprattutto in relazione agli altri: avrete già capito che la metafisica ormai non c’entra nulla, poiché siamo appena entrati nella casa delle interazioni umane: altro che essere.

Basiti. Nel passaggio dal metafisico abitare il linguaggio al più terreno abitare la lingua, ci viene in aiuto Cioran, quando dice che «non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo e nient’altro». La lingua che parliamo può identificarci maggiormente come individui? Ci calza davvero come un insieme di tratti somatici e di comportamenti? Ci rende riconoscibili? Ci rende individui? Sono domande enormi, ma forse non sarebbe troppo inopportuno azzardare un sì per ognuna, non è un caso se è faccia il termine usato in sociolinguistica per individuare una serie di comportamenti (soprattutto linguistici) volti non all’economia tipica della comunicazione, ma alla cura dell’immagine di sé. Ed è per questo che quando ci troviamo in un paese straniero, anzi, in una lingua straniera, a seconda della competenza che abbiamo, ci sentiamo più o meno noi, ma certamente non gli individui che saremmo nella nostra lingua: non potendo applicare l’insieme di filtri pragmatici che usiamo solitamente per rappresentarci. Un conto è usarla per adempiere alle funzioni vitali e a quel minimo di funzioni sociali connesse: la spesa al supermercato, dire stronzate a un pub, far credere a dei colleghi di laboratorio di essere competenti. Altro conto è usarla per rappresentare sé stessi come individui: e questo, privi del sapiente uso delle sfumature che, consciamente o meno, abbiamo nella nostra lingua (abitandola), è molto più problematico, venendosi a creare uno scarto tra quello che siamo, quello che effettivamente rappresentiamo e quello che vorremmo rappresentare; con il risultato spesso, di avere una faccia sociale con la stessa espressività degli attori di Occhi del cuore.

Siamo™ come parliamo. La nostra lingua non è quindi solo un luogo in cui bivaccare spensierati, lasciando in disordine senza nessuna responsabilità; è il luogo che abitiamo e che ci rappresenta, non dovreste prenderla alla leggera, perché è principalmente attraverso la lingua abbiamo la possibilità di rappresentare noi stessi. Abitare il linguaggio non diviene altro che rappresentare sé stessi nel mondo attraverso la lingua. E se il vostro habitus linguistico può sembrarvi un po’ etereo, vago, impalpabile, questa responsabilità della lingua che usate nelle conversazioni di tutti i giorni o di come truccate il viso o arredate casa (ho lasciato troppe metafore aperte), pensate un po’ alla vostra presenza su Facebook. È proprio là che la lingua scritta così in bella vista, ha responsabilità di voi: negli status, nei commenti, in chat, continuamente i vostri enunciati sono associati alla vostra faccia, quella vera. Forse Heidegger non avrebbe apprezzato il suo abitare il linguaggio come un essere-su-Facebook, ma forse ora presterete maggior cura alle parole che userete e scriverete, sapendo che ne va della vostra faccia. E della vostra casa.

Fabio Poroli
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