Oggi si fronteggiano in campo due squadre tutte italiane, giusto perché anche noi italioti abbiamo i nostri adattamenti cinematografici che anzi sembrano andare piuttosto di moda ultimamente: scarsa inventiva, strategia di marketing, o reale interesse? Dubbio amletico che probabilmente non ci toglieremo mai.
Ahimè, codesto caso di oggi fu un po’ deludente. Il match quasi non s’è giocato. Uno dei due team era infatti particolarmente debole, contro ogni aspettativa e potenzialità. Così, il film ha lasciato vincere il libro in maniera affatto combattiva. Certo il romanzo è un bell’osso duro, ma la pellicola poteva fare decisamente, ma decisamente di meglio. Si poteva fare una partita proprio “come Dio comanda”. O almeno giocare un’amichevole.
Per chi non l’avesse ancora capito, le squadre in questione sono la A.S. Niccolò Ammaniti e la S.S. Gabriele Salvatores, che si sono incontrate nello stadio di Come Dio Comanda. Io sono una tifosa spudorata della prima, mentre la seconda non mi ha mai fatto impazzire più di tanto. Ma metterò da parte i miei gusti e cercherò di spiegarvi nella maniera più obiettiva possibile perché il “ruscelletto dietro casa mia” di Come Dio Comanda il film, non può nulla in confronto a quell’impetuosa e spettacolare cascata del Niagara che è Come Dio Comanda il romanzo.
Niccolò Ammaniti – uno degli scrittori più cinematograficamente adattati e di cui dunque sentirete ancora parlare prossimamente su questi schermi – pubblicò il suddetto romanzo nel 2006, che poi l’anno seguente vinse il Premio Strega. Ora, non che lo Strega sia effettivamente garanzia di qualità; un po’ come gli Oscar: le case editrici si divertono a spartirselo a tavolino, per incentivare tristissime strategie di marketing e visibilità. Ma in questo caso gli ha detto bene, perché questo romanzo è davvero da premiare.
Estremamente pulp, incredibilmente tagliente e magicamente paradossale, per quanto paurosamente realistico, Come Dio Comanda è un libro che sciocca senza fare troppi preamboli, né indorare pillole. Afferra lo stomaco del lettore e lo tiene ben stretto, senza nessuna pietà, ma al tempo stesso, ha ben chiaro il senso del giusto e del limite. Ogni cosa è perfettamente in equilibrio, ogni personaggio e ogni evento raggiungono il picco massimo, senza però strafare, in pieno stile “ammanitano”, creando dicotomie irrisolvibili e continue scissioni all’interno del lettore.
Così, si finisce per lo stare dalla parte di tutti e di nessuno, amando e odiando fin nel profondo ogni singolo personaggio, senza mai riuscire a prendere una posizione netta e stabile. Tutto quello che rimarrà, quando si volterà l’ultima pagina, oltre a un impetuoso fiume d’emozioni, sarà un profondissimo senso d’ingiustizia, perché sì, sono tutti stronzi, ma nessuno si meritava quella fine: è ingiusto che Dio abbia comandato così – e non sarebbe la prima volta che succede – ammesso e non concesso che Dio esista.
Il primo legame che si crea con la storia è dato dal fatto che il romanzo racconta uno spaccato perfetto di realtà che, per quanto apparentemente impossibili, sono perfettamente quotidiane e dunque, perfettamente familiari. Sarcastico, sfacciato e affilato, Ammaniti scova i pregiudizi più nascosti del lettore, la vera anima, l’istinto più inconscio, portandolo a combattere con sé stesso tra il senso di pietà e quello di collera, l’amore profondo e lo schifo totale, un po’ come un padre, un po’ come un Dio. L’autore istiga al giudizio più spietato e incoerente, a volte quasi al pregiudizio, fino a farlo vergognare, ridotto così, nudo davanti a sé stesso; senza più dita dietro cui nascondersi. Ma poi eccolo là, ipocrita e salvifico, l’appiglio di un dio a cui imputare, che si sia atei o meno, tutti i meriti e tutte le colpe delle proprie riflessioni e delle proprie emozioni. Così, per quanto sbagliato o ignobile siano il nostro disprezzo o la nostra approvazione per uno a scelta dei personaggi, siamo comunque al sicuro, perché alla fine potremo dare la colpa a quel dio, lavandocene le mani. Cosa non nuova, devo dire, per la razza umana.
Dunque, attraverso una linea narrativa profondamente coinvolgente, Ammaniti smaschera la carogna che è in ognuno di noi e l’ipocrisia di cui ci vestiamo ogni giorno, aka Dio, che sia a causa della sua presenza o della sua assenza. Perché Dio è solo una scusa, una facciata. Chi veramente comanda è l’Uomo, unico Dio di sé stesso, sempre.
Dunque, oltre a un grande senso dell’equilibrio e del limite – per esprimere i vari concetti senza scadere nella provocazione, ma mantenendosi sul dato di fatto – c’è anche grande coraggio a raccontare e immaginare laddove molti non osano spingersi, a creare atmosfere e dialoghi da sussulto, situazioni di una controversia schiacciante, lasciando comunque al lettore il molo sicuro del paradosso. Perché scioccare va bene, ma tramortire no.
Quando si parla del film, invece, mi dispiace, ma proprio non ci siamo. Detto proprio papale papale, grandi cose mi aspettavo, una grande delusione ho avuto. Si poteva fare nettamente di meglio. Anche perché il romanzo si presta benissimo a un’opera d’adattamento, essendo scritto in maniera molto vivida, dinamica e, soprattutto, cinematografica. I personaggi sembrano pensati per stare dentro un film, come anche le azioni, i dialoghi, i particolari e le ambientazioni. Stanno lì, tatuati negli occhi del lettore, in attesa di prendere vita su uno schermo.
Ma Salvatores non ha osato.
Nonostante avesse dalla sua il linguaggio cinematografico, che possiede una forza che la parola non può, permettendo la simultaneità sensoriale e dunque, un’istintività emotiva più d’impatto rispetto al libro che comunque, in questo caso, già si dà il suo bel da fare a stringere stomachi e agitare il cuore; il regista ha deciso di non esporsi troppo, anzi. Vero peccato, perché la tramutazione in pellicola sarebbe potuta essere il non plus ultra di tutto quel turbine di sensazioni, carnalità, ipocrisia e religiosità disfatta, uno po’ come accadde con Fight Club.
E invece.
Salvatores smorza tutto. Non saprei come altro dirlo. Nonostante tutti gli elementi a suo favore (storia, cast, fama e buona base produttiva) che anzi gli facilitavano pure il compito, ha creato qualcosa di estremamente sottotono, che non rende affatto giustizia al romanzo. È troppo scuro, è troppo melmoso, è troppo umido. Passa il limite, sbafa, lo sciupa.
Salvatores sembra aver scelto qualcosa di troppo grande per lui, qualcosa con cui non sa confrontarsi. Diventa goffo, grottesco, fastidioso. Anche un po’ di cattivo gusto. Pare non saper bene come fare a trasmettere tutta quella forza, quelle fattezze affilate, quelle realtà dissacranti e volgari, ma non eccentriche. Sballottato a destra e a manca dai personaggi e dagli eventi, sembra non trovare il coraggio di conferire al film quella crudezza necessaria, quell’evidenza che rende le scene oneste e i dialoghi legittimi. Si nasconde dietro la sporcizia, gli exploit artistici, lo stravolgimento narrativo. E più lo guardi, più t’incazzi, perché ti sta rovinando quella cosa tanto bella e audace che è il romanzo. I tagli non li accetti, così come i cambiamenti. C’è sempre qualcosa che stona, c’è sempre un modo migliore. E stai lì, a farti rodere il fegato: «Ma non poteva fare un altro film, invece di venire qui a rovinare tutto?»
Così la pellicola finisce che sì, un po’ scosso lo sei, ma prima di tutto sei infastidito. Ci rimani malissimo, ecco. E poi, parliamone, ma Robbie Williams che c’entrava?
Insomma, per rimanere sempre in tema religioso, Come Dio Comanda è un romanzo di Cristo, mentre il film è una bestemmia. Comunque li consiglio tutti e due: il primo perché ne vale davvero la pena, il secondo per pura consapevolezza e possibilità di confronto. Alla fine che ci volete fare, c’è chi ha il coraggio di scrivere un libro del genere e chi invece quello di usare Robbie Williams nella colonna sonora del suo film. Ma che poi davvero, ma che c’entrava?

