Germano Boldorini: “Epos e Tanith(os)”
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Germano Boldorini: “Epos e Tanith(os)”

«[…] mescolati insieme in una forma che, mi rendo conto, dialoga poco con il cinema italiano contemporaneo.»

Che poi mentre pensavo a come scrivere un’introduzione per un intervista del genere mi immaginavo già canuto a raccontare aneddoti in stile La Storia siamo noi o in linea con qualche altro programma filologico in cui si ripercorre la carriera di qualcuno attraverso le parole di chi l’ha seguito sin dall’inizio. Avete presente no? Tipo Venditti che dice: «Io con De Gregori ci suonavo assieme che ancora non portava la barba». Perché, a volersi sentire davvero vecchi, io Germano l’ho conosciuto circa undici anni fa al liceo (molti di più se consideriamo le gite all’orto botanico organizzate dalla mamma di un nostro comune amico quando eravamo pupetti), durante quegli anni che di norma sono tra i più tumultuosi, delicati ed eccitanti dell’esistenza; anni in cui Germano, che già allora aveva la barba, mi attaccò la scimmia del comprar dischi e mi invitò a casa sua, durante pomeriggi assolati, per scoprire assieme la filmografia di Lucio Fulci o Cuore Selvaggio di David Lynch noleggiati in vhs nella piccola videoteca di via di Monserrato perché – altra frase da anziano – allora non si scaricava mica! Come facesse una persona così magra a contenere tutto questo cinema ancora non me lo spiego, sta di fatto che Germano si è sempre nutrito della settima arte coltivando fin dall’inizio, lucidi ed allucinati sogni di gloria dietro la macchina da presa. Ossessionato dalla forma e formatosi su variopinte ossessioni Germano ha realizzato numerosi audiovisivi di varia natura (tra cui alcuni avanguardistici videoclip realizzati per il sottoscritto che verranno sicuramente raccolti tra qualche anno in un cofanetto Raro Video accompagnato da una “video-cosa” di Enrico Ghezzi) fino ad arrivare a Tanith, il suo progetto (per ora) più oscuro, seducente e misterioso. Parliamone.

Il titolo Tanith richiama inevitabilmente la parola thanatos. Cosa t’affascina nella messa in scena della morte?

In realtà è un richiamo al quale non avevo pensato. Però forse inconsciamente c’è un legame: quando avevo circa otto anni mi capitava spesso di svegliarmi in lacrime, disperato all’idea che un giorno sarei dovuto morire, che tutto quello che pensavo e provavo sarebbe stato spazzato via; è un qualcosa che mi terrorizza e affascina insieme, una paura che credo proviamo un po’ tutti in certi momenti. Questo per forza di cose si riflette nei libri che amo, nei film che imparo a memoria, nei miei dischi preferiti: Crash di Ballard e il film di Cronenberg sono micidiali in questo senso, tra le cose più disturbanti di sempre. Ovvio che questo influenza le cose che mi vengono in mente e che tento poi di realizzare.

So quanto per te sia importante la forma. Mi dici perché la forma è contenuto?

Sono convinto che ogni forma d’arte abbia un proprio linguaggio specifico, un linguaggio che bisogna conoscere, studiare, comprendere. Mi è sempre sembrata fuorviante l’idea del cinema come arte del raccontare storie. Quello che mi è sempre interessato è capire la sua “punteggiatura”: perché mettere un primo piano girato con un certo obiettivo in questo momento piuttosto che un altro e studiare come cambia il senso della scena. È grazie al loro stile che i film ci colpiscono in modo profondo. Sono una di quelle persone che al cinema spesso si perde i passaggi della trama perché si fissa a guardare la bellezza di un carrello, di un attacco musicale, le suggestioni che può dare un certo paesaggio. È attraverso la forma che passano i contenuti. Puoi avere le più grandi idee del mondo ma se non sai realizzarle in una forma convincente saranno solo intuizioni sprecate. Credo che solo avendo una grande padronanza stilistica si possa poi creare qualcosa di valido. Vale per il cinema, come per la musica o la letteratura. Soprattutto per la letteratura, che spesso è considerata erroneamente un semplice serbatoio di storie e giudicata in base alla bontà di ciò che viene raccontato. La forma e lo stile sono invece essenziali nella letteratura. Altrimenti non ci sarebbe differenza tra Conrad e boh… Wilbur Smith.

Tanith è un testo aperto. È un esempio di quel cinema che ha bisogno che il pubblico (non) lo completi come meglio crede? Se parlo del binomio: libertà e cinema, cosa ti viene in mente?

Un testo aperto, esatto. I film e i libri che amo di più sono oggetti sfuggenti, difficili da raccontare o descrivere. Opere che si prestano a numerose interpretazioni e analisi, che gli spettatori vivono in modo molto personale e intimo. È questa la grandezza di un’opera d’arte realmente riuscita: qualcosa in grado di spingere alla riflessione, capace di trasformare lo spettatore (o il lettore o l’ascoltatore) da passivo ad attivo. L’elenco potrebbe essere infinito. Cinema e libertà? La prima cosa che mi viene in mente è il cinema di Carmelo Bene. Anni fa mi ero rinchiuso seriamente a studiarlo, cercare di capirlo. La cosa più entusiasmante dei suoi film è proprio questa libertà apparentemente sconfinata, la sua voglia di giocare con il cinema, smontarlo, ricostruirlo. In tanti lo detestano, ma sono convinto ci fosse anche molta leggerezza e ironia in tante sue cose. Una libertà creativa davvero stupefacente. Certo il suo è un caso limite, credo che la massima aspirazione di un cineasta sia di riuscire a lavorare mantenendosi coerente con le proprie idee, le proprie intuizioni: riuscire a occupare con intelligenza gli spazi e i buchi lasciati qua e là. E ancora una volta, è la messa in scena, la forma a permettere questo. Ford o Hitchcock non scrivevano i loro film e lavoravano in un sistema molto rigido, con le sue regole, le sue convenzioni, la censura: il loro genio era di tipo stilistico, come far passare determinati concetti o emozioni in una sola inquadratura; il cinema classico è magnifico per questo: consente di scoprire la libertà in luoghi inaspettati.

Da qualche anno hai anche iniziato a frequentare il mondo del teatro. Quanto ha influito sulla direzione di Marta Gastini?

Moltissimo. Dopo un’esperienza di teatro canonico piuttosto deludente ho avuto la fortuna di incontrare Andrea De Magistris, chiamiamolo un insegnante di biomeccanica, anche se è piuttosto riduttiva come definizione. Il suo laboratorio teatrale è stato ed è ancora una grande miniera di stimoli e suggestioni per me. La cosa più grande che ho imparato è che la recitazione è soprattutto un qualcosa di strettamente legato alle emozioni, all’entrare in sintonia con le persone, creare un’alchimia. Andrea mi ha insegnato a sentire questa cosa. È quello che sono riuscito a fare con Marta: abbiamo discusso molto soprattutto delle sue sensazioni e di ciò che il suo personaggio doveva provare in ogni scena. Abbiamo ascoltato molta musica che potesse in qualche modo suggestionarci e sintonizzarci su un medesimo stato d’animo. Molte scene di Tanith sono state girate ascoltando musica. Marta è stata straordinaria, credo non esista ciak di Tanith dove lei non abbia dato qualcosa di interessante, una sfumatura particolare; lavorare con lei è stata una bellissima esperienza e non la ringrazierò mai abbastanza per questo.

Giochiamo un po’. Ce la fai in poche righe a dirmi quanto l’opera di Dario Argento sia importante per te e perché?

Dario Argento fa parte di quelli amori adolescenziali un po’ folli ed eccessivi. Il suo cinema mi dava l’impressione di accedere a un regno oscuro e magico di cui lui era il padrone assoluto. Ovviamente non è l’unico regista a lavorare in questo modo ma è, diciamo, quello che ho incontrato sul mio percorso e una delle figure che mi hanno stimolato maggiormente a tentare questo difficile lavoro. Ho visto Profondo rosso almeno una quarantina di volte. Credo di conoscere a memoria anche gli stacchi di montaggio. Quel film è una sorta di grammatica del cinema, un riferimento, assieme a tanti altri, al quale guardo quando devo costruire una scena. Ora la passione si è ridimensionata, ho scoperto tanto altro cinema, tante altre cose. Dario Argento rimane però uno dei più grandi creatori di forme del cinema italiano: si può criticare cosa racconta, ma non come lo fa. I suoi film migliori sono una marea d’invenzioni, spesso assolutamente geniali. E qui torna il discorso sullo stile.

Cosa ti ha spinto a realizzare un’opera formalista e astratta nel paese dove regnano prevalentemente le commedie “due-camere-e-cucina”?

L’incoscienza. Qualcuno mi ha criticato per aver realizzato un’opera che può sembrare una mia allucinazione messa in scena. Dentro ci sono tanti miei amori letterari, visivi, cinematografici, mescolati insieme in una forma che, mi rendo conto, dialoga poco con il cinema italiano contemporaneo. Almeno con quello che emerge e che arriva nelle nostra sale. Mentre lo giravamo avevo in testa cose come Stan Brakhage, Kenneth Anger. O anche Chris Cunningham. Quella di Tanith è un’idea di cinema e un tipo di esperimento che andavo preparando da molti anni, ho girato altre cose analoghe a Tanith ma non ero mai soddisfatto. Questa volta lo sono. È stata una creazione incondizionata, realizzata senza preoccuparmi di cosa ci avrei fatto dopo o a quale tipo di mercato si potesse rivolgere. La prossima volta sarò un po’ più calcolatore, più furbo, chissà. E dato che il cinema non si fa da soli ne approfitto per ringraziare tutte le persone che hanno dato il loro fondamentale contributo nel realizzare Tanith, in particolar modo Federico Gnoli, Attilio Foresta Martin e Davide D’Ascenzio che lo hanno prodotto assieme a me, seguendomi in questa bizzarra avventura.

Che cos’ha Tanith che manca al cinema italiano oggi?

Qui mi spingi a essere antipatico…credo che l’aspetto migliore di Tanith sia proprio un’attenzione all’aspetto formale, allo stile con il quale è girato. Spesso vedo tanti film o corti dove l’interesse dei realizzatori è tutto per la storia che si racconta, e dove la messa in scena passa per le prime soluzioni che vengono in mente, l’applicazione di un linguaggio non pensato e compreso, ma semplicemente adottato perché lo fanno tutti, perché è il più immediato. In Tanith ho preparato fin nei minimi dettagli ogni minima inquadratura, cercando di capire come comporre l’immagine e tenendo conto che aspiravamo a una sorta di 2.35:1. Abbiamo studiato molto cinema girato in questo formato, da John Carpenter al primo Spielberg. Senza dimenticare L’anno scorso a Marienbad, un film che amo alla follia. Sono davvero soddisfatto di come ho realizzato Tanith, della forma che gli ho dato. Questo ha: la ricerca di uno stile, l’attenzione alla forma.

Credi sia importante che il nostro cinema si riconcili con il “fantastico” (nel senso più ampio del termine)?

Sai perché è importante questa riconciliazione? Perché continuando così rischiamo di restare tagliati fuori da quello che sarà il futuro del cinema. Fino agli anni Settanta non c’era una grande differenza qualitativa, parlo soprattutto di confezione, tra cinema italiano e cinema americano. Rivedendo oggi un film come Il presagio di Donner si ha la sensazione di vedere un film di Lucio Fulci: atmosfere, scenografie, stile, effetti speciali: il nostro cinema “fantastico” era assolutamente competitivo. Anzi ti dirò che preferisco L’aldilà al film di Donne, è un cinema che abbiamo disimparato a fare e che ci sta allontanando sempre più dall’applicazione delle nuove tecnologie al cinema. E questo tra le altre cose è anche una grande occasione persa per creare nuovi posti di lavoro (tra grafici, ingegneri informatici, tecnici del 3D): un qualunque film di Michael Bay, per non dire James Cameron, dà lavoro a centinaia di persone. Credo che il problema culturale dell’Italia sia una cattiva elaborazione dell’eredità neorealista: in molti, critici, registi, sceneggiatori, sono rimasti attaccati all’idea che il cinema debba raccontare la realtà, che l’affrontare un determinato argomento, genericamente ritenuto meritevole, sia superiore alla messa in scena di fantasie o generi. Il che è paradossale perché molti tra i registi più grandi di sempre, Hawks, Polanski, Huston, Kubrick, si sono sempre confrontati con i grandi generi: western, noir, thriller. Su YouTube c’è una bellissima intervista di Gian Luigi Rondi a Michelangelo Antonioni dove è evidente questa sorta di forbice: Rondi preoccupato dall’avvento di Guerre Stellari di Lucas e che rimpiange il “cinema della realtà”, Antonioni che definisce il neorealismo come roba da museo e che sogna strumenti per arrivare alla materia del cinema. Antonioni è rimasto parecchio inascoltato. L’Italia è uno strano paese.

Prossimi progetti?

Tantissimi. Spero di avere la possibilità di staccarmi dalla tipologia corto, che ho sempre sentito un po’ stretta, e di sviluppare qualcosa di più lungo e articolato. Vorrei cambiare genere in realtà, sperimentare cose diverse, un noir, o anche una commedia. Magari qualcosa di autobiografico. Sul versante incubi e fantasmi per adesso sono soddisfatto!

Salutandoti ti abbraccio chiedendoti una top 5 senza i quali non potresti vivere e i cinque che invece proprio non sopporti ma che sono diventati fenomeno di culto.

Ci provo: posso barare un po’? Comunque questi valgono solo per oggi, domani probabilmente sarebbero altri.
Come top 5 direi: Remain In Light dei Talking Heads L’Anno del Dragone di Michael Cimino ex aequo con Fanny & Alexander di Ingmar Bergman L’Urlo e Il Furore di Faulkner Il Concerto K488 di Mozart L’opera completa di Michael Mann, Joseph Conrad e H.P. Lovecraft
Worst 5: Lars Von Trier Fight Club Tutti i gruppi contemporanei che vorrebbero suonare come i Television o i Devo, ma non ci riescono. Il “tarantinismo” (non Tarantino, attenzione, son cose diverse). Mmm… forse Giovanni Allevi.

n.d.r. In questi giorni Tanith è in gara al First Glance Holliwood, nella sezione online. Per supportare quest’avventura basta andare qui o qui.

Tommaso Di Giulio
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