Storia delle cività sommerse
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Storia delle cività sommerse

È stato stabilito che ormai già da qualche anno viviamo in una nuova era geologica, l’Antropocene, ovvero l’epoca in cui l’uomo è diventato la principale causa dei cambiamenti climatici e territoriali che si susseguono sulla Terra. Sono ormai molteplici gli studi che dimostrano come a causa del riscaldamento globale e il conseguente innalzamento dei mari […]

È stato stabilito che ormai già da qualche anno viviamo in una nuova era geologica, l’Antropocene, ovvero l’epoca in cui l’uomo è diventato la principale causa dei cambiamenti climatici e territoriali che si susseguono sulla Terra. Sono ormai molteplici gli studi che dimostrano come a causa del riscaldamento globale e il conseguente innalzamento dei mari — che si prevede raggiungerà 1 metro e mezzo per il 2100 — il futuro di molte città iconiche come ad esempio Venezia o New York e addirittura la Torre di Pisa, rischia di essere sott’acqua.

Una prospettiva che, per quanto inquietante e drammatica, non sarebbe però di certo una novità. La nostra civiltà ha già subìto le avversità della natura, vedendo le sue opere sgretolate da avvenimenti di tale portata. Tentò di darsi una risposta creando i miti, tra cui il mito della civiltà perduta per antonomasia, quello di Atlantide. La storia di Atlantide ha influenzato l’immaginario umano fino ai nostri giorni, portando a cercare nel sommerso civiltà perdute. Ma non bisogna andare così tanto indietro nel tempo per trovare intere città o addirittura delle foreste inghiottite dal nostro pianeta e che a un certo punto si sono ripresentate a galla o sono state rinvenute sul fondale marino.

 

Thonis

Foto di Frank Goddio

 

Thonis, un’antica città egizia che sorgeva sulla costa vicina ad Alessandria d’Egitto, tornata recentemente alle cronache per la mappatura digitale effettuata dal team di Frank Goddio, che cura gli scavi dal 1999.

 

Foto di Frank Goddio

 

Città menzionata sin dal X secolo a.C dagli antichi greci, lo storico Erodoto racconta che un tempio fu eretto nel luogo dove Ercole arrivò per la prima volta in Egitto ed uccise Cerbero e l’Idra, e di qui la città divenne nota per i greci con il nome di Herakleion. Erodoto ci informa anche di altri visitatori famosi, come Paride ed Elena di Troia, che durante la loro fuga amorosa si fermarono a qui.

 

Foto di Frank Goddio

 

La traiettoria d’esistenza di Thonis ha tutti i contorni del mitologico. Nata secondo gli studiosi nel XII secolo a.C, Thonis impose il suo dominio come il più grande porto dell’Antico Egitto, attirando mercanti da tutto il Mediterraneo, vivendo il suo periodo di maggior espansione durante il 6o secolo a.C. Ma la città venne letteralmente inghiottita dal mare presumibilmente nel 200-300 d.C, in conseguenza ad uno dei tanti terremoti che hanno storicamente colpito l’area. Gli archeologi ipotizzano che la causa principale possa essere stata la liquefazione del terreno argilloso al di sotto della città, che non ha più retto il peso degli edifici. In ogni caso Thonis/Erakleion si è consegnata in condizioni quasi perfette, restituendoci molto del suo fascino originario.

 

La foresta fantasma di Neskowin

Foto da Wikipedia

 

Il viaggiatore che si reca a Neskowin, sulla costa dell’Oregon, si trova davanti un paesaggio mozzafiato: una distesa di antiche conifere che riemergono dal mare. Anche qui, come per Thonis, l’intervento della natura è stato fondamentale, questo spettacolo del sommerso si è creato in seguito ad uno dei tanti terremoti che ha avuto origine lungo la faglia della Cascadia, circa 2000 anni fa: uno tsunami ha sepolto sotto i detriti i tronchi delle conifere per millenni.

 

Foto di Wolfram Burner via flickr

 

E sempre per merito della natura oggi possiamo ammirarli. Una serie di tempeste avvenute durante il 1997 e il 1998 ha spazzato via la sabbia che ricopriva la costa, facendo riemergere i tronchi sepolti.

I locali hanno ribattezzato la foresta con l’appellativo di “fantasma”, sia per il suo incredibile rinvenimento e stato di conservazione, sia per l’aspetto quasi spettrale che i tronchi assumono al tramonto sulla costa. Questi tronchi sono visibili solo in condizioni di bassa marea, conservando ancora un po’ quel mistero in cui si sono rifugiati.

 

Foto di Pat Hathaway via flickr

 

Villa Epecuén

Juan Mabromata/AFP/Getty Images

 

La storia di Villa Epecuén è forse quella maggiormente legata ai nostri tempi, all’urbanizzazione selvaggia e al mancato rispetto dell’ambiente.

Importante centro dell’Argentina, la città deve la sua nascita al vicino lago Epecuén, un lago salato dalle grandi proprietà curative. Ed è attorno al turismo termale che la città si sviluppa negli anni venti del ‘900, conoscendo il suo periodo di massimo splendore negli anni Settanta quando raggiunge i cinquemila abitanti. Il lago però sarà anche la causa della sua morte.

 

 

Un improvviso abbassamento di pressione atmosferica generò un’onda anomala all’interno della diga che per la forza d’urto collassò. La città cominciò ad “imbarcare” acqua, per fortuna lentamente, permettendo agli abitanti di Villa Epecuén di evacuare in sicurezza. Col progressivo ritiro dell’acqua nel 2009 la città è incredibilmente riemersa, lasciando una vista desolante sulla valle. La città mostra i segni del tempo, essendosi perfettamente conservata come al momento dell’abbandono: una bellissima e terribile istantanea della città e della fuga dei suoi abitanti.

 

Juan Mabromata/AFP/Getty Images

 

C’è ancora vita a Villa Epecuén, nella forma del suo unico anziano abitante, Pablo Nowak, vecchio residente della città tornato a viverci dopo la riemersione del 2009. 

 

Yonaguni

 

Quando un giorno del 1987 il diver Kihachiro Aratake si immerse nel mare al largo dell’isola di Yonaguni alla ricerca di un posto per osservare gli squali martello, che tanto sono frequenti in quelle zone, si trovò davanti uno spettacolo inusuale, una lunga serie di strutture di pietra sul letto del mare che somigliavano ad una fortezza.

Con Yonaguni si va a sfociare di nuovo nel mitologico e con quella che è stata definita “archeologia misteriosa”, oltre che ovviamente nel mito di Atlantide.

Successive immersioni aiutarono a fare in parte luce su cosa era stato nascosto in piena vista nel corso degli anni: una serie impressionante di blocchi di pietra che sembravano essere stati creati dall’uomo per la loro armoniosità e levigatura.

 

 

Strutture come questa in foto, a forma di tartaruga, oppure una struttura a forma di L, o lunghi corridoi che sembrano essere stati tagliati col laser sono stati quelli che han portato gli studiosi a dividersi su due interpretazioni: quella naturale e quella artificiale.

Gli studiosi che sostengono la tesi del naturale concordano nell’affermare che le strutture subacquee siano effetto dell’erosione avvenuta durante interi millenni e che le superfici appaiono levigate per via dell’accumulo di materiale organico come alghe o spugne.

La tesi artificiale, o per meglio dire umana, è quella più stuzzicante per la fantasia.

Secondo i sostenitori le formazioni, risalenti al 2000/3000 a.C, sono il risultato di un’antica civiltà perduta che viveva in quei territori e che le strutture siano state sommerse dall’acqua per via del cambiamento del livello del mare.

 

 

Durante l’era glaciale la terraferma cinese e Yonaguni erano collegati, tanto che Kimura, uno degli studiosi del “caso Yonaguni” ha provato a datare le strutture facendole risalire addirittura all’IX secolo a.C.

La somiglianza tra le strutture subacquee e certe pietre e tombe degli indigeni di Yonaguni potrebbero essere un segnale, ma la civiltà che ha prodotto quelle testimonianze non è ritenuta abbastanza avanzata da poter creare quel tipo di strutture.

I più estremi hanno ritirato fuori il vecchio pallino di Atlantide e di Mu, il mitico continente sommerso che secondo i seguaci della teoria si estendeva per tutto il Pacifico; ma la maggioranza degli esperti rifiuta tali teorie. C’è chi, come il geologo americano Robert Schoch, vede le similitudini tra terraferma ed acqua più come un’influenza della natura vista dalle strutture di Yonaguni che una diretta influenza indigena; e afferma che le strutture possano essere state utilizzate dagli indigeni di Yonaguni più come banchi di prova per il taglio della pietra poi sprofondati che reali fortezze o palazzi.

 

Akrotiri

 

La vicenda di Akrotiri ci ricorda dell’ineluttabilità della natura che spezza il ciclo vitale degli uomini. A Santorini, l’antica Thera, la famosa eruzione del 1628 a.C. spazza via la città minoica di Akrotiri e sommerge con strati di detriti l’intera isola, dando il colpo mortale alla talassocrazia.

Le rovine furono scoperte nel 1860, ma è solo grazie al lavoro dell’archeologo greco Spyridon Marinatos che dal 1967 vennero eseguiti scavi sistematici per la zona di Akrotiri. Nemmeno lui poteva immaginarsi quello che ne sarebbe uscito fuori: l’antica città portuale di Akrotiri, una delle più fiorenti della civiltà minoica.

 

 

La città, che si estendeva per circa 200.000 metri quadri, presentava una struttura simile a quella della Santorini moderna, ma con un particolare curioso: al di là degli edifici non vi erano tracce di presenza umana.

Si presume infatti che gli abitanti abbiano lasciato l’isola, probabilmente preavvisati dai movimenti del vulcano, lasciandosi dietro poco o nulla, se non monili. Nessun corpo infatti è mai stato ritrovato.

Le costruzioni furono ritrovate in un perfetto stato di conservazione, tanto da essere stata definita la “Pompei greca”, e i suoi splendidi affreschi sono riusciti ad arrivare quasi intatti fino ad oggi.

 

Uno degli affreschi lasciati ad Akrotiri.

 

Giorgio Di Maio
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