L’epoca d’oro del rap
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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L’epoca d’oro del rap

«Sfera Ebbasta ha ucciso il rap, con la Sprite e l’Auto-Tune, sì lo so che un po’ ti scazza, perché non lo hai fatto tu». Così canta il rapper di Ciny(sello-Balsamo), partendo dall’idea che fino all’esplosione della trap esisteva un certo equilibrio nella scena rap; poi, con l’arrivo di questi enfant terrible, non si fa […]

«Sfera Ebbasta ha ucciso il rap, con la Sprite e l’Auto-Tune, sì lo so che un po’ ti scazza, perché non lo hai fatto tu». Così canta il rapper di Ciny(sello-Balsamo), partendo dall’idea che fino all’esplosione della trap esisteva un certo equilibrio nella scena rap; poi, con l’arrivo di questi enfant terrible, non si fa altro che parlare della trap. I ragazzini cantano la trap, le riviste si litigano i trapper, il mondo intero strizza l’occhio al sound Made in Italy, passato da brutto anatroccolo a cigno nero con i grillz e vestito Versace.

Questo è il verdetto se si rimane in superficie. Volendo addentrarsi più in profondità, l’idea è che Sfera Ebbasta, e più in generale la trap, non ha ucciso un bel niente.

 

 

Anzi, il successo di questa classe Spotify-friendly non ha fatto altro che creare un fermento sulla scena musicale italiana che mancava da parecchio. La competizione tra queste macchine da views impone un livello di performance sempre più alto, obbligando chi è rimasto nel Rap Game, e chi ne è uscito prendendo un’altra strada, a scrivere, reinventare, sperimentare, il tutto per restare a galla e per giocarsela ad armi pari con chi al momento domina le classifiche.

Gli unici che credono che Sfera (e la trap) abbia ucciso il rap sono quelli che veramente rosicano, perché non sono riusciti ad assorbire la novità e a sviluppare una musica di riflesso o di contrasto. Andando sul profilo di Ghali su Spotify, per esempio, tra gli artisti suggeriti in primo piano c’è anche J-Ax; se adesso uscissi in strada, troverei chi odia uno e ama l’altro e chi si pompa entrambi senza fare un gran distinguo. Il rap italiano si sta polarizzando e allo stesso tempo sta incontrando un inquinamento senza pari, che porta però ai  lavori migliori degli ultimi anni con buona pace del pop e del resto della musica italiana, che per ora incassano, si accontentano delle briciole, vengono sommersi da un’orda di ragazzi, che nella Top 50 — Italia di Spotify occupano i primi 9 posti (con la sola eccezione di Drake, al quale devono molto in termini di sonorità).

L’attuale scena hip hop italiana può essere divisa in tre categorie, divisione che non si prefigge nessuno scopo campionario né di esaminare tutti gli artisti attivi nel mercato, ma solo di dare una visione più ampia di questo fenomeno musicale di difficile categorizzazione.

Qui si prova soltanto a mettere un po’ di ordine, consapevoli che il rap è, per definizione, disordine.  

 

Trap

I Migos sono i re di Atlanta. Il gruppo era allo NBA Slam Dunk Contest vestito in questo modo.

 

 

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Non fanno in tempo a spendere soldi che ne hanno già fatti il triplo. Il frontman del trio, Quavo, nonostante questa notorietà, nonostante, qualora volesse, potrebbe comprare la sede della SIAE e trasformarla nel suo garage, ha comunque spaccato sul beat di Charlie Charles, in duetto con Sfera Ebbasta, nella sua Cupido (brano inserito nell’album Rockstar, ultimo lavoro del trapper milanese).

Cosa vuole ottenere un americano sconfinando in un mercato che non ha nulla da offrirgli? Niente, ma gli piace, quindi lo fa. La novità è che questa roba attira un casino; proprio quella roba italiana, quella che aveva nella difficoltà dei testi la più invalicabile barriera per l’internazionalità, adesso arriva, è figa, suona che è una meraviglia, la adorano oltreoceano e oltralpe (Francia e USA sono i due mercati più sviluppati nel genere).

Se provassimo ad andare oltre la tiritera del bitches e codeina (che comunque è un po’ inflazionata, ma alla fine so’ ragazzi), ci accorgeremo di come la trap non si nutra soltanto di ostentazione e riluttanza verso il prossimo. Partiamo dai producer: dei malati di lavoro.

Charlie Charles, Sick Luke, Chris Nolan, tutta gente partita facendo basi sul PC in cameretta e che adesso non ne vuole sapere di uscire dallo studio. Charlie Charles ha persino detto addio ai live, troppo stress, meglio rimanere nel bunker. Le loro basi sono il principale motivo per cui questa scena è esplosa; sono lavori che pescano dal mondo del rap, della techno, del reggae, mixano, variano, si impossessano della traccia ancora prima del cantante. Una base fa veramente tanto in un pezzo che non si nutre di parole, ma di concept e Auto-Tune.

Eccola la seconda parola chiave: concept. Guardate la copertina dell’ultimo lavoro di Sfera Ebbasta:

 

 

Al netto di quello che una persona può intendere o meno con il termine Rockstar, questo è un album totalmente incentrato su questo concept. Lui è una Rockstar, il disco è da Rockstar (primo italiano a finire sulla classifica di Spotify Top 50 — Globale), i concetti trattati (pochi) sono da Rockstar e suonano come l’avvento di una Rockstar sulla scena italiana e mondiale.

Non è tanto la musica, o meglio non è solo la musica, quanto l’idea di costruire un’immagine che regga attraverso il vestiario, gli accessori, le grafiche, le basi, i testi ( «non esco più di tre volte con una ragazza», «due tipe nel letto e le altre due di là», «guardo fogli blu diventare viola», «a ruota per una troia, a ruota per ogni droga»), la spocchia di non andare in televisione («tanto vogliono sapere solo quanto costano i miei denti d’oro», anche se poi da Cattelan c’è andato, ma sorvoliamo), tutto riconducibile alla sua personale idea di Rockstar.

 

 

Un disco molto concettuale è anche Mowgli di Tedua, dove il tema dominante è quello di sopravvivere nella giungla, per poi uscirne (metafora dei quartieri popolari?), con diverse tracce dedicate proprio all’idea della natura selvaggia (La Legge del più forte, Dune, Jungle, Cucciolo d’uomo, Natura). Chris Nolan si supera in questa produzione e Tedua esalta ancora una volta quel suo modo di stare sul beat «a levare e non a battere» (un po’ quello che ha fatto per tutti questi anni Dargen D’Amico, a cui Tedua ruba una skit in Acqua). A detta del trapper più aggressivo della scena («Quando mi ha detto che vali, ho detto “ok, tira fuori i coglioni” No, non intendevo tu ti presentassi con quei mentecatti dei tuoi soci»), il prossimo disco sarà più mainstream, con al centro l’idea di uscire da questa giungla e raggiungere il gotha del rap italiano.

 

 

Quindi abbiamo detto i beat e il concept. Cosa manca? Facile, lo stile, e in questo caso prendiamo un altro esponente della scena: Ghali. Il rapper italo-tunisino è stato inserito da GQ Italia nella lista dei Best Dressed Men, a ben vedere, poiché il suo rapporto con la moda è lo stesso che ha con le basi: le studia, le assorbe, le fa sue ed escono dei capolavori. Qui è vestito Dior e onestamente c’è poco da dire, se non che, fosse andata male con la musica, avrebbe avuto buone chance in passerella; qui dovrebbe essere vestito Versace (non ne sono sicurissimo) e sembra un maharaja; qui invece dimostra che ci sono dei capi che non starebbero bene a nessuno, con una sola eccezione: lui.

 

 

Un post condiviso da GHALI ?? (@ghali) in data:

 

Consiglio comunque di spulciare il profilo Instagram di Ghali, e quello dedicato ai suoi outfit, per trovare altre chicche, perché in fondo anche gli outsider possono entrare da Gucci. Nel 2014 Emis Killa cantava Maracanã in canottiera agli MTV Awards; qualche tempo fa Jake La Furia è andato da Cattelan in T-shirt e snapback in testa. Chi fa trap si deve distinguere, la musica è solo una parte del tutto, e anche per questo il genere risulta così accattivante. Citofonare a Dolcenera per conferma.

 

Rap Game

La categoria di quelli che «questo stupido gioco del rap» lo trovano ancora incredibilmente attuale e dal quale non hanno intenzione di separarsi, anzi lo esaltano, ci sguazzano, lavorano per renderlo il più possibile variegato, senza mai tradirne l’essenza stessa.

È un gruppo cresciuto soprattutto con le liriche italiane (da Primo Brown a Bassi Maestro), mentre quelle americane erano viste più come un sogno irraggiungibile che come un esempio da seguire. Proprio per questo il testo di una canzone deve essere ricco, anzi ricchissimo. Non è tanto importante quello che viene detto, quanto gli incastri metrici possibili, gli extrabeat presenti; non è solo un esercizio di stile, ma è l’idea che all’interno di una canzone possano sovrapporsi continuamente immagini, che all’interno del disco si creino dei mondi, e, infine, che all’interno di una discografia si possa leggere un libro con un flow più veloce rispetto a come siamo abituati a leggere di solito.

 

 

In questi artisti troverete raramente dei lavori che insistono sul concept, proprio perché non c’è la volontà di istruire qualcuno o di ostentare qualcosa; la rappresentazione del sé è senza filtri e legata all’ascoltatore, che da un testo può estrarre tutto e il contrario di tutto. Per essere un po’ più puntuali nello sviscerare la categoria prendiamo le due etichette che lavorano su questo sottogenere: Machete Empire Records e Tanta Roba.

 

 

Gli ultimi due lavori di Nitro e MadMan riflettono alla perfezione l’essenza del Rap Game. Il rapper vicentino, nel suo nuovo album No Comment, alterna pezzi incazzati (Chairaggione, Ok Corral) a pezzi più riflessivi (V!olence, San Junipero), ma sempre con lo stesso stile: inserisce una metrica lenta, poi la velocizza, e alla fine abbassa al minimo il beat, lavorando praticamente solo con la voce.

Lo possono fare tutti? Certo che no, se lo potessero fare tutti i trapper sarebbe un disastro. Funziona soltanto se lo stile di scrittura non lascia spazio per respirare e la voce risponde a dei canoni più tradizionali (fuck Auto-Tune).

Passando a MadMan, devo dire che influisce molto il gusto personale (a me fa impazzire), anche se alcune considerazioni penso siano inappuntabili. Ha una voce orribile, del tipo che se lo sentiste per strada vi mettereste a ridere; eppure quando canta si colloca a metà tra la caricatura di se stesso e l’extraterrestre venuto da un altro pianeta per diffondere la sua musica.

Back Home è un album che sta molto più attento ai beat e alle atmosfere che ai testi; MadMan non entra nelle tracce, le sbrana, e per gli amanti del genere è un lavoro che merita attenzione. Anche in questo caso non c’è la volontà di dire niente, eppure non dicendo niente rimane un disco valido; più in generale il rapper romano si conferma una sicurezza ogni volta che poggia la penna su un foglio. Per stare nel Rap Game non serve essere un novello sofista, serve saper scrivere con arroganza, generare incastri metrici di continuo, stare sul beat come se fosse la cosa più naturale del mondo e il resto ‘sti cazzi.

 

 

Anche l’approccio extra musicale è molto diverso dalla trap. Salmo, fondatore della Machete, oltre a lanciare bombe carta sulla nuova scena («I rapper di ora si vestono male e cantano male, e più fanno schifo più sale la fama, ti sembra normale?»), sottolinea anche la sua tendenza a non apparire, ad essere a suo agio davanti a 5.000 persone, ma non con un fan che gli chiede il selfie dal tabaccaio.

Il suo è un approccio quasi anacronistico alla notorietà, rappresentativo di quello che per lui vuol dire essere una Rockstar: un antidivo, qualcosa quindi di molto diverso rispetto al significato che Sfera Ebbasta dà al termine. Una Rockstar con gli occhiali da sole, non perché fa figo, ma perché è ancora in post sbornia.

La loro forza sta nel saper scrivere per il semplice gusto di scrivere e nell’interpretare le basi alla loro maniera. Per il resto andrei di citazione di Gemitaiz, Old but Gold: «Se arrivo più avanti avrò cose più mature da dirti, adesso voglio divertirmi, scopare un paio d’ore e non rivestirmi».

 

 

Mostri sacri

Quelli che comandano la scena da anni. Quelli etichettati come commerciali, venduti, e altri aggettivi che più mi impegno più fatico a ritenere offensivi. Jake La Furia, Gué Pequeno, Marracash, Fabri Fibra: «Il fottuto presepe vivente», più la doppia F, che canterà anche canzoni con Tiziano Ferro da Fabio Fazio, ma quando vuole rimette tutti in fila (vedi il dissing con Vacca, oppure Cronico, un pezzo quasi vintage all’interno di Fenomeno).

 

 

Qualsiasi cosa facciano, bisogna partire sempre dal presupposto che senza di loro il rap sarebbe rimasto un genere di nicchia, la scena italiana si sarebbe arenata, e tutto quello che c’è adesso sarebbe una fervida fantasia. Invece no, quei quattro hanno segnato una generazione, hanno sconquassato il Rap Game e adesso se la godono senza perdere di vista il mercato, che comunque rimane la fonte principale di guadagno.

Marracash e Gué Pequeno hanno letteralmente spianato il campo alla trap con Santeria, un album in cui non c’è un singolo testo che abbia minimamente attirato la mia attenzione, eppure suona un casino, funzionerebbe in un bar a Guadalajara o a Quarto Oggiaro; un disco internazionale nella sua totalità, che anticipa di un annetto abbondante l’esplosione della trap nel belpaese per atmosfere e sonorità (Cashmere è tutta la vita un pezzo trap).

 

 

Dopo aver portato il disco in tour (dai live si nota quanto questi concerti siano audaci per quanto riguarda la produzione artistica), Marracash si dedica alla promozione delle nuove leve, lanciando Ghali e Sfera Ebbasta in cima alle classifiche; Gué Pequeno, d’altro canto, si spinge ancora oltre e sforna Gentleman, la prova provata che Cosimo Fini può fare di tutto e risultare comunque credibile.

È impensabile creare un disco in cui convivono Enzo Avitabile, Tony Effe, El Micho (un cubano di cui ero all’oscuro) e Luchè. Gué, per sua stessa ammissione, non ha più tra i suoi interessi il mercato italiano (vive a Lugano e se lo seguite su Instagram capirete che lo stivale non lo vede quasi mai) e, nel suo ultimo lavoro, ha buttato dentro tutte le sue influenze in un cocktail impossibile per chiunque, ma non per il Dio del Rap.

 

 

Per quanto riguarda Fabri Fibra direi di aspettare ancora un po’ per capire quale sarà la sua direzione. Fenomeno è un album da cui sgorga malinconia, c’è tutto quello che ha dovuto lasciare sul piatto per diventare un benchmark della scena: dal non potersi occupare di se stesso, al non potersi tenere una ragazza, dal dover sempre rispettare delle aspettative, al sentirsi assorbito dalla sua stessa musica.

Non sorprende più di tanto; è un po’ la stessa cosa che è successa a Jake La Furia con Fuori da qui (per inciso, io l’ho trovato uno dei migliori dischi che il rapper milanese abbia mai fatto). La zarroganza in persona prima si è innamorato, poi si è sposato, in mezzo ci ha infilato un lavoro in cui ha riversato tutte le sue ansie, le sue rinunce, la sua vita che fu, ma che adesso non ha più ragione di esistere. Pezzo dopo pezzo fa a brandelli quella maschera che il successo impone di indossare, svelando tutta la fragilità di un uomo come tanti, forse solo un po’ più bravo a scrivere.

 

 

Nessuno dei due rinnega quello che ha fatto, ma entrambi sono costretti a imborghesirsi per continuare a esistere in pace con se stessi e con la musica. Gli ultimi pezzi di Jake La Furia sono il più grande vaffanculo a tutti quelli che lo hanno infamato, dimostrando che uno zarro può diventare il re del party, a patto che la retorica dell’outsider rimanga sottopelle («dalla panchina adesso una poltrona in prima»), appena visibile, quel tanto da far capire agli haters che razza di percorso ha fatto. Che razza di percorso hanno fatto tutti.

Paolo Stradaioli
Classe 1995 studia Scienze Politiche a Torino e nel tempo libero guarda tanto sport e tante serie tv. Un giorno vorrebbe scrivere per mestiere e finché non ci riesce continua ad intasare qualsiasi spazio abbia il coraggio di dargli un pubblico e una buona ragione per rimandare lo studio.
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