Attorno ai vent’anni sei convinto che tutte le cose interessanti della tua vita accadano di notte. Gli incontri, le intuizioni estemporanee e quindi fatalmente le migliori, tutto pare succedere sotto la luce artificiale di lampioni, lampade e neon. Citi Celine e dici: «La nostra vita è come il viaggio di un viandante nella notte; ognuno ha sul suo cammino qualcosa che gli dà pena». Non ci credi ma lo smarrimento, come il cinismo, la notte e Celine sono irrimediabilmente presenti nello starter pack di tutti i bravi ventenni e tu devi farti vedere un po’ corrucciato. D’altronde, come ci ha insegnato la storia di tante band, quando inizi a sorridere troppo canticchiando qualcosa di allegro perdi credibilità.
Metti una notte è una commedia ambientata nell’arco di una singola nottata. Il regista, sceneggiatore e interprete di questa pellicola è Cosimo Messeri, che ha una vaga somiglianza con Tommaso Paradiso e nel film interpreta un personaggio ansioso e ipocondriaco. Da queste poche informazioni avrete capito che Metti una notte poteva essere una commedia perfetta per un pubblico di ventenni ma i ventenni tendono a rifiutare automaticamente tutto ciò che sembra fatto apposta per loro. Alla fine il film non lo ha visto quasi nessuno ed è un peccato perché una pellicola con protagonista un giovane entomologo resta a prescindere più interessante di duecentosette pellicole con protagonista un giovane dalla non meglio specificata occupazione.
Metti una notte ricalca la struttura di film come Fuori Orario di Scorsese o Tutto in una notte di John Landis. In entrambi questi capolavori il protagonista rimbalza da una situazione all’altra come una di quelle palle magiche che venivano elargite con i flipper un paio di lustri fa. Entrambi i film iniziano con il calare delle tenebre e terminano assieme al buio. La notte è di fatto una protagonista: una parte degli avvenimenti in cui è invischiato Dunn nel film di Scorsese non potrebbero accadere alla luce del sole. La notte è una condizione necessaria.
Condensare tutti gli avvenimenti di un film in una notte non è usuale nel prolisso cinema italiano degli ultimi anni, più propenso a raccontare intere epoche nello spazio di un film, restando continuamente alla ricerca di un respiro epico. Una volta un amico mi ha detto che non sarebbe mai stato possibile girare un film come Tutto in una notte a Roma perché per metà del film ci sarebbe stato un tizio bloccato nel traffico. Messeri invece ci riesce facendo di Roma lo sfondo perfetto di una vicenda confusionaria in cui si susseguono eventi e situazioni al limite del paradossale.
Metti una notte funziona in quanto non si tratta di un paradissequo rifacimento in salsa italiana delle pellicole sopracitate. Il film di Messeri funziona se visto come parodia. Il film ha il merito di non prendersi mai troppo sul serio costruendo una commedia scevra di volgarità ma anche dell’eccessiva verbosità che sembra attanagliare la commedia nostrana. In Metti una notte si trova la commedia slapstick e rimandi alla comicità fisica propria del cinema muto.
Anche quando vengono ripresi dei modelli di personaggi essi vengono ribaltati per essere rivisitati in chiave ironica. Nel film di Landis la femme fatale che cerca l’aiuto del protagonista è una algida e misteriosa Michelle Pfeiffer, un personaggio diametralmente diverso da quello di Tea, la donna che torna nella vita del protagonista Martino per chiedergli aiuto. Anche Tea funge da mcguffin, è lei che mette in moto la serie di eventi che comporranno la narrazione e anche lei prova a ostentare la sicurezza nei modi e la fredda intelligenza propria di personaggi come quello della Pfeiffer risultandone però una caricatura volutamente al limite della macchietta. Quando il modello non è riletto in chiave ironica poi viene ribaltato. Succede così che la nonna smetta di essere la saggia figura che ci si aspetterebbe per trasformarsi in una anziana affascinata dall’alcol e dalla nightlife interpretata da una icona anni Ottanta.
Gli eventi, in film come Fuori Orario o Tutto in una notte, non succedono per un motivo preciso. La forza di questo genere di film è che non c’è un rapporto causa effetto tra una scena e l’altra. Tutto è governato dalla fatalità. Non è un caso che in una delle scene più deliranti del film sia proprio la fatalità a diventare pretesto per un momento musicale e la sua magia venga giustificata col fatto che «la fatalità contiene al suo interno la parola fata».
Quando il protagonista invoca un secchio di enterogermina non si può non pensare alla fascinazione nel cinema come nella musica indipendente italiana per quelle medicine di uso quotidiano: dall’enterogermina alla tachipirina calcuttiana d’altronde il passo è breve. Film come questo, allo stesso modo di dischi come Evergreen, si propongono d’altronde di raccontare storie piccole, racchiudibili in un mini mondo strettamente connesso al quotidiano ma più delicato.
Il film si merita una chance anche solo per il fatto di darci una giustificazione per le sbronze. Quando vi diranno che non reggete l’alcol dite, come Amanda Lear, che «non avete gli enzimi e che se non berrete non vi verranno mai». Magari funziona.