Qualche tempo fa è uscito su Repubblica Il buio dopo l’Occidente, un lungo editoriale dell’ex direttore Ezio Mauro che in poche parole condanna le azioni di Trump e Putin perché orientate verso un mondo post-occidentale, un mondo oscuro, in controtendenza rispetto ai valori occidentali.
È molto interessante il modo in cui il concetto di “Occidente” abbia subito evoluzioni e strumentalizzazioni nel corso dei secoli per affacciarsi oggi all’opinione pubblica come una parola svuotata dei suoi molteplici significati, da tirare fuori quando c’è da creare una contrapposizione con un’entità altra, diversa da quella occidentale ma pur sempre attuale, come ad esempio i valori dell’Islam o gli stessi valori post-occidentali dell’alt-right mondiale. Certo l’idea di un mondo diviso a metà, dopo la seconda guerra mondiale, imponeva una categorizzazione netta tra Europa occidentale e Europa orientale, con gli altri paesi del globo chiamati a schierarsi dall’una o dall’altra parte o in alternativa a non schierarsi affatto.
Oggi però la situazione è molto diversa e la domanda è più che legittima: ha ancora senso parlare di “Occidente”? No, semplicemente perché non l’ha mai avuto.
A livello ideologico, quella parte del mondo caratterizzata dai cosiddetti “valori occidentali” non è mai stato un corpus omogeneo e non ha mancato di tradire quei valori ripetutamente, così come non c’è motivo di credere che una certa idea di pluralismo, democrazia, diritti civili, razionalismo, non sia germogliata e tuttora prosperi lontano dal mondo occidentale, in paesi osservati troppo a lungo con l’opaca lente del pregiudizio e del senso comune. L’idea di un mondo diviso a metà è stata utile per i leader politici del tempo e potrebbe tornare utile per i leader politici di oggi, ma è importante capire che le polarizzazioni di schemi cognitivi sono spesso fuorvianti, a maggior ragione in un mondo che vive di innumerevoli fratture non riconducibili al semplicistico manicheismo Bene/Male, Amici/Nemici, Giusto/Sbagliato, Occidente/Oriente.
Secondo la Treccani il termine “occidente” può assumere più significati: uno dei quattro punti cardinali (e fin qui), la parte di un territorio situata a ovest (chiaro), e quello che interessa a noi (spesso con iniziale maiuscola): «l’insieme dei popoli, delle civiltà, delle culture dei paesi occidentali, aventi caratteri e confini vari secondo le diverse epoche storiche in cui si affermò la coscienza di una contrapposizione fra “occidente” e “oriente”».
È entrata, ormai da molto tempo, nella vulgata comune, l’idea che un certo bacino di valori e credenze sia proprio di una specifica civiltà, quella occidentale appunto, e che le altre civiltà del mondo siano in qualche modo estranee a tali valori perché incapaci di comprenderli o perché fin troppo radicati nel loro diverso bacino di valori e credenze. Se fosse davvero così sarebbe inspiegabile l’apertura di un centro Yoga a Milano o a Londra e l’apertura di un McDonald nei paesi del Pacifico.
Globalizzazione? A livello tecnico sicuramente; la globalizzazione porta il know-how e i mezzi, ma se davvero un’alimentazione come quella occidentale non fosse recepita in altre parti del mondo e la filosofia zen non facesse breccia nelle menti degli occidentali allora non ci sarebbero incentivi ad aprire fast-food e centri di meditazione in luoghi a cui storicamente non appartengono.
Un cuoco giapponese può diventare un fenomenale pizzaiolo e un cameriere inglese può specializzarsi per fare il miglior kebab al mondo, la globalizzazione ha permesso l’espansione delle conoscenze ma non c’è nessun codice genetico, nessuna appartenenza culturale ad impedire una commistione di stili all’interno del variegato universo culinario, così come non ce ne sono quando il discorso si sposta sui “valori occidentali”.
In un controverso libro chiamato Critica della democrazia occidentale un antropologo di nome David Graeber (conosciuto per essere uno dei più attivi esponenti del movimento Occupy Wall Street) si concentra sul significato della democrazia nel corso della storia andando a toccare anche il suo rapporto con l’Occidente.
Ebbene, se il concetto di democrazia è di matrice greca e si è poi sviluppato nel corso dei secoli fino a inglobare una serie di pratiche che hanno lasciata intatta la parola ma ne hanno mutato irreversibilmente le caratteristiche, il concetto di Occidente è un artificio recentissimo, impregnato di valori che nei paesi occidentale sono emersi soltanto a partire dal XIX e XX secolo.
Individualismo, liberalismo, costituzionalismo, diritti umani, eguaglianza, libertà, democrazia, principio di legalità, libero mercato, separazione tra Stato e Chiesa, questi i valori che Samuel Huntington, uno dei più ferventi cavalieri dell’unicità della “cultura occidentale”, indica come “idee occidentali”.
Curioso, specialmente se si pensa che fino al 1990 l’Organizzazione mondiale della Sanità considerava l’omosessualità una malattia mentale, che nel 2008 un maschio afroamericano su 5 era in prigione, che le principali nazioni europee hanno conservato imperi coloniali fino al tardo XX secolo, il tutto mentre fioriva la cosiddetta cultura occidentale presentata come un’idea del mondo sorretta dai più alti principi liberal-democratici.
In realtà, in passato nazioni come Cina o India hanno dimostrato un pluralismo religioso molto più ampio rispetto a quello europeo, senza avere tra l’altro una pagina di storia grondante sangue come quella dell’Inquisizione, e se anche recentemente la cultura islamica è quella più bersagliata perché gravida di fondamentalismi, non bisogna dimenticare che quando George W. Bush dichiarò guerra all’Iraq e all’Afghanistan la presentò come una sorta di crociata, l’apoteosi dell’eterno conflitto tra il bene e il male, in un discorso dalla forte religiosità, come se quella statunitense fosse universalmente riconosciuta come la via maestra da seguire, lo zenit dell’esperienza umana.
Oggi i vari Trump, Putin, Orbàn, Salvini, non stanno agendo contro i valori occidentali, perché l’Occidente non è mai esistito. Se accettassimo l’esistenza della cultura occidentale allora saremmo spacciati per davvero, poiché quella cultura avrà sì portato a modelli di costituzionalismo mai visti prima, ma ha anche animato il germe del totalitarismo che ha invaso l’Europa per buona parte del XX secolo e che tuttora conserva una sua identità in movimenti estremisti.
Non possiamo adottare due pesi e due misure: se l’Occidente (e di conseguenza la cultura occidentale) è sinonimo di democrazia allora lo è anche di fascismo, eppure questi due termini non possono stare l’uno vicino all’altro, il che ci porta all’unica conclusione possibile: l’Occidente non esiste.
Con questo non vogliamo affermare che le innovative forme di governo sorte in questa parte del mondo siano da buttare semplicemente perché ne sono sorte alcune perverse, ma che bisogna superare la terminologia classica e renderci conto che se davvero esiste una cultura occidentale si trova nei libri.
Una persona può leggere e capire Montesquieu, Marx, Weber, sia che lavori alla Federal Reserve sia che coltivi riso in Nepal. Un regime democratico, pluralista, laico, tollerante, può sorgere sia nei paesi Scandinavi sia in paesi come Mauritius e Uruguay, due stati che secondo il Democracy Index stilato dal The Economist nel 2016 hanno un indice di democraticità più alto di Stati Uniti, Italia, Francia.
Graeber nel suo libro espone la cosiddetta “teoria dell’influenza” secondo la quale se l’idea del governo misto romano era alla base del pensiero politico dei Padri Fondatori, una forte influenza sull’assetto federale la ebbe la Lega degli Irochesi, una confederazione di sei tribù di nativi con cui i coloni cercarono di vivere pacificamente prima di passare a “misure più drastiche” (nel solo NordAmerica la popolazione di nativi subì, nel giro di quattro secoli, un decremento da 7/8 milioni di abitanti a soli 250.000). Di certo l’espansione verso Ovest fu il movente più pubblicizzato di uno dei peggiori genocidi della storia dell’uomo, ma, specifica Graeber, uno dei principali timori dei leader politici del tempo era quello che stando a così stretto contatto con queste tribù, i coloni non si limitassero ad apprendere tecniche di caccia o di coltivazione, ma si facessero sedurre da un forte senso di eguaglianza e libertà individuale presente tra le tribù indigene e mai sperimentato dagli europei.
È evidente che la democrazia e i suoi valori non si creano dal nulla, bensì nascono in quegli spazi di improvvisazione in cui non ci sono rapporti di potere definiti e di conseguenze è necessario trovare una forma di autoregolazione basata su equità ed eguaglianza.
Nell’Occidente di oggi i rapporti di potere sono dappertutto e l’ascesa dei leader sopracitati è perfettamente in linea con la storia occidentale, con la “cultura occidentale”. La cultura a cui dobbiamo aggrapparci è quella tout-court, quella universale, non imbrigliata in schemi rigidi basati su una divisione esistente solo in termini geografici. La Cultura, stop.
Superare un termine che ha fatto il suo tempo non è certo la soluzione a tutti i mali, la nostra visione rimarrà comunque eurocentrica in quanto esseri senzienti dotati di una razionalità limitata e abituati a processare informazioni in base a quello che vediamo e sentiamo tutti i giorni. Eppure, andare oltre, almeno da un punto di vista semantico, aiuterebbe a inquadrare meglio il problema e di conseguenza ad architettare soluzioni innovative per risolverlo, soluzioni impregnate di quei valori liberal-democratici che sopravvivono in tutto il mondo. Nella luce oltre l’Occidente.