C’è un momento, situato tra l’ozio estivo e l’inizio dell’autunno, a cui penso sempre con dolcezza. Nel mio immaginario, sono le prime tre settimane di settembre, quando, con la bocca ancora impastata di nostalgia per gli orizzonti lasciati e di nullafacenza, mi lascio sorprendere da nuove energie programmatiche e stimoli in divenire.
È un momento che mi piace immaginare come un grande rito collettivo di ripartenza, di riconquista di spazi urbani e mentali. Una sorta di limbo in cui le comunità e i luoghi si riassemblano, graziati dal colpo di coda della languidezza estiva.
Da tredici anni a questa parte, a Roma questo rito prende forma concreta grazie a Short Theatre, il festival di arti performative ormai punto di riferimento per la comunità dello spettacolo dal vivo e snodo imprescindibile nella costellazione dei festival nazionali e internazionali.
In 10 giorni – le date di questa edizione vanno dal 5 al 15 settembre – il festival romano riunisce una comunità di artisti e artiste, pubblico, operatori e operatrici, osserva e definisce nuove interazioni, propone dialoghi e spunti da sviluppare durante l’anno. Fra La Pelanda, il Teatro Argentina, il Teatro India, le Biblioteche di Roma e alcuni spazi urbani, l’invito è di riscrivere la narrazione del futuro, rivedere la relazione con gli spazi cittadini, riflettere sul corpo e sulle sue implicazioni politiche e sociali. Il programma è, come da tradizione, articolato e multidisciplinare: spettacoli teatrali e di danza, performance site-specific, installazioni, concerti, dj-set, progetti radiofonici e fuori formato, spaziando tra le creazioni di 55 compagnie, tra nomi già noti, esordienti, compagini internazionali e locali.
Un appuntamento fisso, per tirare le fila delle questioni aperte l’anno precedente e lanciarne di nuove, in un gioco di rimandi ben sostenuto dai sottotitoli individuati per ogni edizione dalla direzione artistica; più che “temi portanti”, chiavi di lettura che invitano il pubblico a leggere tra le righe del programma.
Se lo scorso anno l’accento era posto sugli “stati interiori” in relazione a quelli pubblici, ecco che quest’anno il balzo – verrebbe da dire naturale – protende verso il “provocare”, inteso come innesco e stimolo, ma anche come messa in discussione, della realtà. “Provocare Realtà” – questo il sottotitolo della 13esima edizione – descrive la volontà del festival di accogliere al suo interno percorsi artistici che sappiano interrogare il reale e il suo racconto, osservandone i meccanismi, mettendone in discussione le rappresentazioni, ponendo l’accento sulla capacità che teatro e linguaggi del contemporaneo hanno nel generare delle “nuove oggettività”.
Un processo che, secondo Short Theatre, si genera attraverso un doppio movimento: da una parte l’osservazione della realtà; dall’altro il tentativo di intervenire, mettendo in discussione lo sguardo che la genera. Gli spettacoli e le installazioni in programma sono così il puntello che lo rendono possibile.

È così che il cartellone del festival dà spazio alla messa in discussione delle estetiche dominanti della danza istituzionale e dei suoi corpi normati, con uno dei nomi più rilevanti della danza contemporanea internazionale come Jérôme Bel che, in Gala, ne sfida le convenzioni e ne sovverte le gerarchie offrendo il palcoscenico non solo a danzatori professionisti ma anche a corpi e identità non conformi e marginalizzate. Gala è realizzato a Roma da Short Theatre in co-realizzazione con Grandi Pianure, la rassegna di danza contemporanea del Teatro di Roma, ed è anche l’occasione di una singolare galleria di ritratti di personaggi romani. O ancora, alla riscrittura del linguaggio teatrale europeo, grazie all’opera di Tiago Rodrigues, attore, regista e produttore portoghese, direttore del Teatro Nacional D. Maria di Lisbona, con il suo António e Cleópatra: una riflessione tra amore e politica fra echi shakespeariani e ricordi del colossal hollywoodiano di Joseph L. Mankiewicz con Liz Taylor e Richard Burton.
Il linguaggio è la chiave di volta anche di Perché sei qui? Il regno profondo, delle due “luogotenenti” del teatro italiano contemporaneo Chiara Guidi e Claudia Castellucci, fondatrici della Socìetas Raffaello Sanzio, che tornano in scena insieme in un corpo a corpo linguistico in cui ai i testi poetici di Uovo di bocca si aggiungono nuovi frammenti, e dove il sottile umorismo delle domande e delle risposte che le due si pongono serrate passa in rassegna i luoghi del pensiero e dello spirito contemporanei.
Insieme ai grandi colossi, ampio spazio è dato gli artisti emergenti e le loro istanze, come la ricerca sul movimento di Jacopo Jenna che, in collaborazione con la compositrice Caterina Barbieri, presenta IF IF IF THEN, una coreografia costruita a partire dal concetto di “meme” come una serie probabilistica, in cui ricollocare culturalmente grammatiche diverse di movimento. Quello di Jenna-Barbieri non è però l’unico duetto performer-musicista: si affiancano anche Annamaria Ajmone e Alberto Ricca, conosciuto nel panorama musicale elettronico contemporaneo come Bienoise, che presentano To be banned from Rome, un’opera in cui i materiali coreografici e musicali si intrecciano in un’indagine dentro i luoghi virtuali della rete popolati da persone che condividono in essi passioni e ossessioni.
A questo punto della lettura del programma di Short Theatre, è chiaro che la mescolanza di formati e linguaggi, formula imprescindibile al festival stesso, si fa sempre più densa.
Ce lo confermano le installazioni di Ant Hampton e Tim Etchells, insieme ai lavori di Carlos Casas e Sarah Vanhee. I primi, con The Quiet Volume, uniscono ascolto e letteratura, ospiti in alcune biblioteche pubbliche romane, ponendo la lettura come gesto intimo e quotidiano al centro della performance, riservata a 2 spettatori per volta.

Casas – che troviamo anche in collaborazione con i Ninos du Brasil nella sezione musicale del festival – è filmaker e artista visivo che, tramite l’intersezione dei linguaggi del cinema, film documentario e arti visive e sonore, presenta a Roma Sanctuary, esperienza audiovisiva dal vivo che riprende gli argomenti di estinzione, comunicazione tra specie e immaginario cinematografico.
Si muove invece fra arti visive, performance e letteratura Sarah Vanhee, mettendo in scena con il suo Oblivion una sorta di “negativo” della propria vita privata e professionale, attraverso l’archiviazione dei rifiuti che l’artista stessa ha conservato per un anno.
Mescolanza e stratificazione che sono così radicate tanto da andare a contaminare anche uno degli aspetti più importanti del festival, ovvero quello musicale. La sezione Controra porta a maturazione i sensi e gli intenti della programmazione musicale e notturna, accendendone la qualità “sovversiva” rispetto alla temporalità del festival e integrandole solidamente all’interno del programma.
«Nella tradizione popolare – si legge nel comunicato – la Controra è quella che descrive le ore visionarie del primo pomeriggio, quando il sole si fa impietoso e le ombre scompaiono, lasciando apparire spiriti, sirene, ninfe e demoni. È il tempo magico e caldo che interrompe lo scorrere scandito della giornata, l’ora che blocca l’attività e si dilata in atmosfera».
La Controra di Short Theatre 2018 si accende dopo il tramonto, includendo al suo interno i live, i dj-set, progetti radiofonici e serate notturne. Una striscia continua in cui i diversi progetti si inseriscono naturalmente, dialogando con tutti gli altri lavori presenti, attivando collaborazioni con realtà attive nel panorama romano e non, con cui Short Theatre condivide affinità e percorsi di scoperta.

Saranno i Ninos du Brasil insieme a Carlos Casas a inaugurarla il 6 settembre, seguiti a ruota – lungo il corso del festival – da GEGEN, storico format dell’underground berlinese in collaborazione con il Festival di Santarcangelo, dal live set della taiwanese Jing (7 settembre), dal concerto del duo pop-wave franco-israeliano Winter Family (nell’ambito della Francia in scena), seguito dal dj set di Ubi Broki del collettivo Strasse e Martina Ruggeri e Erika Z. Galli e Martina Ruggeri della compagnia Industria Indipendente (12 settembre), dalla serata – fra musica e letteratura – dedicata all’arab futurism, realizzata in collaborazione con NERO Magazine e Not, che vedrà avvicendarsi in consolle Simone Bertuzzi aka Palm Wine, DANI e Lady Maru (14 settembre). A celebrare la chiusura di Short Theatre 2018, l’ultimo sabato di festival, la preview di Spring Attitude, con il dj set della producer DEBONAIR, tra le fondatrici di NTS Radio e animatrice dell’underground londinese.
Se la vertigine di un programma così vasto, stratificato e “innescante” non vi bastasse, la possibilità di partecipare attivamente a Short Theatre è data dai percorsi di formazione, riuniti nella sezione Tempo Libero. L’offerta formativa dell’edizione 2018 è varia e composta da progetti di diversa natura: laboratori, workshop pratici, masterclass aperti al pubblico a cura degli artisti ospiti al festival, ma anche percorsi formativi più ampi, come DA.RE – Dance Research e il Modulo Arti del Master in Studi Genere dell’Università di Roma3, di cui Short Theatre sarà uno tra gli oggetti di studio.
Tutti i workshop, così come il programma completo, si possono consultare sul sito. L’invito è quello di scrutarlo e provare a declinare le tematiche dell’edizione di quest’anno, con la possibilità di creare percorsi unici e personali, che confluiranno nel grande confronto collettivo che è Short Theatre.