Il ciclo S/orridi riprende i caratteristici Leit Motiv di IABO ed è composto da 24 opere realizzate in plexiglas della dimensione di 200x200cm. I lavori sono divisi in 11 dittici e l’artista, rimanendo fedele al suo stile nitido e iconografico, introduce una novità:
oltre ai suoi tipici profili maschili, compare il volto femminile.
L’artista ha attinto da letteratura, politica, cinema e televisione scegliendo importanti personaggi storici, come Gesù Cristo e Obama, e ha consapevolmente demolito i loro stereotipi e i loro spazi vitali canonici. IABO ci offre una prospettiva alterata in cui
accoppiamenti curiosi, grotteschi e paradossali, frutto di un’indisciplinata ironia, sradicano convenzioni culturalmente indiscusse trattenendo lo spettatore in un mondo allo stesso tempo attuale e deformato, sfacciato e sincero, lineare ed eccentrico.
È da questo ossimoro intenzionale che trova la genesi il titolo S/orridi. Sorrìdi e S’(ono) Orridi, un gioco di parole volto a suggerire la via da seguire per comprendere l’intento dell’artista: i dittici raccontano confidenze, sono rivelazioni visuali capaci di strappare un sorriso, ad una prima visione, ma anche di far inorridire chi ascolta, con
maggiore attenzione, la loro voce. Dimensione comunicativa in cui il messaggio è stimolo a liberarsi di quelle categorie imposte dall’immaginario collettivo, il ciclo S/orridi si ribella all’illusione del disordine mediatico contemporaneo, cercando di scuotere lo spettatore con simboli incisivi e dotati di forte espressività. A.U.GS/orridi sarà presentato ed esposto in una mostra personale di IABO a Bologna nella galleria Spazio San Giorgio Arte Contemporanea. La mostra inaugurerà l’8 ottobre e si chiuderà il 5 novembre 2011.
DUDE: Quale approccio destinare alla messa in mostra del tuo lavoro?
I: Ogni volta che realizzo una mostra è pensata per un unico progetto, lavoro per cicli, i quadri diventano delle installazioni, e tutto ha un filo conduttore. Il momento dell’esposizione dei lavori e la vendita è parte finale dell’intero progetto.
D: In buona sostanza, cosa sono per te i tuoi quadri? Intanto, sono quadri tout court?
I: Sono un artista abbastanza eclettico, ogni volta adopero supporti e tecniche diverse per esprimere al meglio quello che voglio dire, mantenendo però sempre una linea coerente con quello che faccio.
Il mio prodotto artistico non vuole per forza dire qualcosa, o trasmettere delle cose.
Io produco immagini, PUNTO.
L`approccio che utilizzo nell`elaborare il mio lavoro è semplicissimo, è uguale a quando si sfoglia una bella rivista, con la semplicità di gettare l’occhio su quello che più ti attira, dunque per me non cambia niente tra la visione di un’opera e una bella immagine su una rivista, tutto quello che devi fare è osservare, poi il resto viene dopo.
Se nel mio lavoro ci trovi un messaggio bene, altrimenti rimane un’immagine, perché alla fine di tutto è semplicemente un’immagine. Certo, su ogni lavoro c’è uno studio, ma per me parte tutto sempre sulla ricerca dello stile e soprattutto sull`estetica. Io sono un esteta.
Lavoro sul banale e sulla superficialità con provocazione e ironia senza mezzi termini, senza semafori; diretto/dritto al nocciolo della questione. Non amo starmene davanti a un’opera a capire l’artista cosa ha voluto dire, a Napoli diciamo “ma chi se` ne` fott” tradotto ma chi se ne frega… perchè se ci pensi in realtà a nessuno importa quello che vuoi dire (forse).
D: E, in virtù di questo qual è l’incontro che cerchi con lo spettatore?
I: Sono sempre stato attratto dai meccanismi della pubblicità e del guerrilla marketing.
Quando penso e realizzo un mio lavoro, attuo lo stesso criterio di elaborazione creativa dei congegni pubblicitari, ad esempio: ad un copywriter gli viene commissionato uno spot e una campagna pubblicitaria dalla Fiat, dove in poco più di 30 secondi deve spiegare chiaramente e senza troppi orpelli che l’auto consuma poco, che ha un prezzo ragionevole, che puoi comprarla a rate ecc… e tutto deve coincidere nei tempi stabiliti di uno spot, (è impensabile uno spot che duri 40 minuti) l’obiettivo è quello che il messaggio deve arrivare forte, chiaro, accattivante e deve essere subito percepibile, nella grande giungla urbana, il prodotto ha un gran successo se “funziona” ed è comprensibile da tutti, infatti se alcuni di questi elementi vengono a mancare il risultato è che quel prodotto è destinato a morire. Ecco questa è la mia direzione, e la mia ricerca, mi spingo tra il limite dell’arte e della comunicazione visiva cercando di fondere le due cose, lo spettatore vede le mie opere e capisce senza nemmeno pensarci, esattamente come accade nel processo della percezione visiva della pubblicità.
A cura di Alice Bendìa.
Un’arte ecologica di Mara De Falco
Inafferrabile. Se esiste un aggettivo che può qualificare Iabo, di certo questo è il più appropriato. Avvezzo alla fuga, per via, forse, del suo background da writer, ha fatto di necessità virtù. Refrattario alle etichette, guai a bollarlo. Vi fareste un nemico.
Imprendibile. Come un flusso energetico. Liquidarlo con la sintetica definizione di artista visivo equivale ad imbavagliare la sua più genuina natura. È piuttosto un camaleontico, metamorfico divulgatore, totalmente devoto alla dialettica orizzontale e democratica. L’arte per lui è ecologia. Intesa come riutilizzo di risorse creative. Consapevole dell’impossibilità di aggiungere all’esistente qualcosa
d’inedito, sceglie di procedere per sottrazione, di esplorare anziché inventare. Terminato il tempo delle eclatanti rivoluzioni, superata l’idea dell’opera che fa gridare all’innovazione, Iabo succhia la sua linfa comunicativa dal mondo, la rimesta, la trasforma e poi la immette in un nuovo ciclo vitale. Tant’è che il suo linguaggio risulta immediatamente decodificabile, poiché la componente semantica – sebbene imperniata su concetti talvolta complessi – è veicolata attraverso una semiotica ampiamente diffusa e riconoscibile. L’arte si riappropria così della sua utilità. Liberata dall’autoreferenzialità che non di rado la domina,
essa diventa strumento divulgativo, in un’accezione non demagogica ma egalitaria. Al punto che la relazione medium/messaggio è percepita in termini più funzionali che meramente estetici o concettuali. Un alfabeto versatile e universale, contaminato e contaminante, che trova la sua ragion d’essere nell’attimo in cui colma distanze, tesse relazioni e innesca reazioni. Un continuo processo di de-strutturazione e di ricomposizione con cui Iabo si fa interprete del nostro tempo. Qui sta la sua forza e, inconsapevolmente, la sua innovazione.






