«Sono qui, martedì pomeriggio, spalmato sul letto a pancia in su; in para totale sotto le foto giganti di Malcom X e dei Pistols, ad ascoltare il demo degli Splatterpink che mi ha prestato l’amico Hoge; senza aver studiato per domani; a prendere a badilate in testa le talpe dei complessi di colpa che continuano a saltar fuori da tutte le parti […]. Non si distinguono quasi le parole, nel demo degli Splatterpink. Il bassista, D.D.Bombay, è un vero manico, come del resto quasi tutti i bassisti hardcore. Sarebbe bella anche la traslitterazione americana: se fossi in lui mi firmerei Dee Dee Bombay, come Dee Dee Ramone, dei quattro fratelli il più amato. La grafica del booklet interno è abbastanza merdosa, le foto, benché scannerate, sono troppo nebulose per rendere veramente l’idea di una band sul palco… (…È meglio scegliere dall’inizio chi sta veramente con te, se per sovvertire questo stato di cose ti vanno bene anche individui a cui sputeresti in faccia non puoi venirmi a dire è colpa vostra, siamo divisi, troppi stronzi qui fra noi e tu lo sai, isolarsi può aiutare a far scoprire gli infami in mezzo a noi, c’è qualcuno sempre pronto a essere solidale con le tue rivendicazioni, poi un giorno scopri che è diventato peggio degli altri, lo vedi accettare quel che ha negato in precedenza…) Dee Dee Bombay. Forse il vecchio Dee Dee lo considererebbe uno stronzo o un infame, a Martino. Per la sua classe sociale, per il suo menefreghismo. Forse mi direbbe di isolarmi, Dee Dee Bombay…»
(da Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, Mondadori-De Agostini, Novara 1998 pagg. 91-94)
L’umanità si divide in due categorie: quelli che in fase puberale hanno letto Jack Frusciante è uscito dal gruppo e quelli che della vita non saranno mai in grado di dire alcunché. Il Dee Dee Bombay di cui sopra (Diego D’Agata) ha una ventina di anni in più. Questa sera (2 marzo n.d.r.) si esibirà live al Forte Fanfulla con i Testadeporcu. All’esterno ci adagiamo a un tavolino, avviamo un’intervista che durerà 47 minuti effettivi e diverse sigarette. Potrebbe durarne altri 47, ma viene interrotta per l’incombenza del soundcheck. A quanto pare c’è molto da raccontarsi. Prima che parta l’intervista succede che Diego vuole che gli si assicuri che non sono di Rockit. Lo rassicuro. Diego indovina la mia età e io sbaglio la sua. Gli racconto di aver scoperto gli Splatterpink attraverso Jack Frusciante e vado alla prima domanda.
Io ho scoperto gli Splatterpink e il jazzcore, e qualche anno dopo i Testadeporcu, a partire da Jack Frusciante. Chi è Dee Dee Bombay (se ancora ti riconosci in questo moniker)?È davvero uno che non ammette compromessi? Sono tanti quelli a cui sputerebbe in faccia?
Mi ricordo che mi alzò veramente le posizioni quella roba lì. Dopo il libro la gente che iniziò a seguirci nei live era dieci volte di più. Io non mi chiamo più Dee Dee Bombay, oggi sono Diego D’Anatra – come troll non posso usare il mio nome vero. (Solidarizzo con lui in qualità di Dario Lampa su facebook n.d.r.). Prendo molto sul serio la mia attività di troll: provengo da una scuola. C’è una serie di tecniche che si possono sfruttare per raggiungere l’intento di far pensare – non è efficiente entrare a gamba tesa nei dibattiti. Quello che mi piace molto e che ho visto fare è prendere posizioni inerenti a quelle dell’avversario e estremizzarle. Come vedi in quel Dee Dee Bombay mi ci ritrovo tutt’ora. Sono un hater: questa società va odiata e solo i ritardati non la odiano. (Segue una breve digressione a due su politica e fantapolitica, con delle bestemmie a rimpiazzo delle virgole. Autocensuriamo per salvarci la pelle n.d.r.)
Veniamo alla fenomenologia dei Testadeporcu: quando nascono e soprattutto da quale esigenza? Perché gli Splatterpink non bastavano?
Non mi piace dire che mi rifaccio a qualcuno, ma inevitabilmente nel percorso di ogni artista arriva il momento in cui si incontra qualcuno che ti fa cascare la mascella. Quando vidi i NoMeansNo fondai gli Splatterpink. Dieci anni dopo incontrai i Ruins che mi aprirono la testa una seconda volta, così formai i Testadeporcu. Volevo portare ancora più all’estremo la ricerca – ho sempre preso il mio lavoro musicale come una ricerca – e trovai in questi Ruins qualcosa che mi avrebbe portato allo step successivo. Scavare ancora più dentro la destrutturazione musicale, perché di questo si sta parlando: i Testadeporcu operano una destrutturazione musicale. Con il mio amico Marco Trotta (ancora batterista del duo Testadeporcu), dopo un lungo corteggiamento, formammo dieci anni fa il duo Testadeporcu. Anche gli Splatterpink torneranno presto sulla scena, ci sono delle nuove idee da sviluppare, ma io preferisco i Testadeporcu. Ci ho messo troppo tempo per arrivare a questo, e ora che ci sono arrivato, rappresentano il mio fiore all’occhiello. Con gli Splatterpink lavoro in maniera diversa, più vicina al pop e alla forma-canzone come impostazione di partenza, con i Testa spingo molto di più il piede sull’acceleratore.
I lati belli della band basso-batteria: è vero che lavorare in due è meglio che lavorare da soli o in tanti? Quanto guadagno c’è nell’impatto?
È vero ed è anche bello da vedere, due persone che suonano come un’orchestra. All’inizio era qualcosa di più rude, embrionale, e ci trovavamo in una scena (a giudicare dalle amicizie su Myspace) composta soprattutto di gruppi grind, death metal, hardcore, gente che aveva scelto di prendersi molto sul serio. Io non voglio fare un genere serio: i Testadeporcu sono essenzialmente parodia. Io voglio che la gente rida ai miei concerti, non che stia lì a muovere la testa, perché non è quello l’obiettivo dei Testadeporcu. L’obiettivo dei Testadeporcu è quello di prendere per il culo tanto gli aspetti più esilaranti e comici dell’hardcore quanto gli aspetti tromboni della musica contemporanea, del jazz. Ci abbiamo messo molto prima di arrivare a questo e sento che ora, finalmente, a livello di destrutturazione, velocità, eterogeneità nelle soluzioni, i Testadeporcu, insieme con i Neo di Roma, siano l’oggetto musicale più vicino all’obiettivo nell’ambito del jazzcore. È una questione anche di velocità: in un brano, accorciando la durata a circa quaranta secondi e dovendo inserirci dentro più idee che puoi, diventa un po’ come giocare ai lego. Lo ammetto, con Trotta giocavamo ai lego da bambini, ora abbiamo questo nuovo modo di giocare lego.
Il tuo stile al basso è piuttosto particolare: l’influenza di Mark King o ancora più di Les Claypool sono appena visibili. Come e con quali sforzi hai trovato questa tua autenticità? Quando sei a casa in mutande e suoni il basso staccato per rilassarti, cosa ne viene fuori?
Non suono più così tanto, l’allenamento si sta riducendo all’essenziale per non arrivare fuori forma in sala prove. Les Claypool fu uno di quelli che mi fece cascare la mascella: non volevo emularlo, ma raggiungere quel livello di personalità. Ho sempre preferito il comporre, ma ho anche sempre evitato di trascurare le basi. La formazione accademica, classica, mi occorre – non mi piacerebbe suonare il basso soltanto in maniera istrionica. Per arrivare alla possibilità di fare altro, per cominciare a sperimentare bisogna conoscere le basi. Non dico che debba essere un obbligo stare dieci anni sugli standard jazz. Sintetizziamo: due ore da una parte e due ore dall’altra.
Raccontaci (brevemente) la scena bolognese degli anni Novanta e colloca Diego D’Agata.
I miei vecchi amici musicisti di Bologna hanno continuato per trent’anni a fare quello che hanno iniziato a fare e in cui hanno creduto. Chi suonava punk trent’anni fa oggi continua a fare punk, chi suonava jazz oggi fa jazz. Non ho mai incontrato persone con un’attitudine alla sperimentazione simile alla mia – è per questo che molti mi vogliono bene ancora oggi. Gente affine non ne ho mai trovata – ho trovato Trotta, ma dopo.
Sappiamo che ti infastidiscono diversi elementi del panorama musicale attuale. Scegliamone uno solo: cosa ti fa più schifo?
I Baustelle. O meglio, tutti i gruppi proposti da Rockit. Mi sembra che sia stata creata una scena che non esiste. Innanzitutto gli indie, nel senso di “indipendenti”: siamo noi che non abbiamo etichette, agenzie, non abbiamo un cazzo e facciamo tutto con le nostre forze. Trovo che in questi circuiti (non parlo solo di Rockit) sia stata assimilata la maniera berlusconiana di trattare l’arte: ridurre, anzi, azzerare completamente il livello qualitativo. Plastificare tutto, massificare tutto e al tempo stesso creare una lobby: una lobby di straccioni, che non è meritocratica e che tende a omologare tutto. Fare del talento un handicap invece che un punto di forza è quanto di più vicino al trattamento dell’arte ai tempi di Berlusconi. Avere talento significa uscire dagli schemi, sperimentare, fare qualcosa che non è imposto: un handicap. E infatti si è visto cosa ha prodotto, questa lobby di straccioni senza talento: della musica di merda. Le Luci della Centrale Elettrica, metti anche quelli (prendo appunti, n.d.r.). Recentemente, con un amico della Locomotiv ci dicevamo: «Stai a vedere che la gente non è più disposta ad ascoltare musica di merda?» Io me lo auguro.
Veniamo alla parte peggiore di ogni intervista, tuttavia onnipresente: che consigli dai ai giovani musicisti in cerca di un’identità artistica?
Mollate tutto (propongo di chiudere così, ma è Diego a fare un’ultima aggiunta n.d.r.) Mollate tutto e andate a suonare in Indonesia, in Thailandia, in Giappone. È lì che ho trovato terreno fertile.