Il libro è sempre meglio: ovviamente
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il libro è sempre meglio: ovviamente

L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Millenovecentottantadue. E sto.

Oggi parleremo di un adattamento che, il momento che dirò il titolo, anche senza aver mai visto il film (perché l’ipotesi che non abbiate letto il libro non la contemplo nemmeno, vi pare?!), saprete benissimo anche da voi qual è meglio. Ebbene, otto incontestabili paroline: L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Millenovecentottantadue. E sto. Qui il mio cervello s’immischia e dice: «Aspetta aspetta, stop stop stop». (Pause)
Cervello: «Tutto quello che ne consegue, tutta la comparazione tra libro e film, è ovvia. Davvero hai intenzione di scrivere il resto dell’articolo? Sarebbero le 5000 battute più inutili della storia della scrittura mondiale, più inutili anche dei 125 minuti di Basic Instinct». Io: «Basic Instinct è un film» Cervello: «Fa lo stesso. È comunque inutile che continui a scrivere». La tentazione è stata grande, ma si sa, noi siam gente a cui piace parlare, con la logorrea nelle mani, così, un po’ per autoreferenzialità, un po’ per forza di cose, ho deciso di continuare a parlarne. Dunque, dicevamo: (Play)

[…] E sto. Cioè, ma se anche io vi dicessi che Philip Kaufman c’ha fatto un film nel 1988, con tanto di Daniel Day-Lewis e Juliette Binoche, ma che differenza vi farebbe? Potrebbe mai venirvi il dubbio, anche solo per un istante, che il film possa essere anche solo lontanamente assoluto come il libro? Cioè, sarebbe come ritenere plausibile che qualcuno possa affermare che la seconda trilogia di Star Wars è migliore della prima. Suvvia, non prendiamoci in giro.

L’insostenibile leggerezza dell’essere è un libro, appunto, assoluto. È assolutamente bello. Assolutamente appassionante. Assolutamente poetico. Assolutamente emozionante. Assolutamente profondo. Assolutamente riflessivo. Assolutamente magistrale. Assolutamente. È un romanzo colmo, pieno fino all’orlo, che è davvero difficile parlarne. Perché lascia senza fiato e senza parole. Per capirsi meglio: quando provate un sentimento forte, ma forte davvero, di quelli straripanti e totalizzanti, voi riuscite a trovarle le parole per descriverlo? Ecco, L’insostenibile leggerezza dell’essere è la stessa cosa. Ti scoppia dentro. E non c’è verso d’arginarlo. È come uno di quei pianti di felicità. Una specie d’ossimoro. È talmente leggero da essere insostenibile. È talmente pregno, da essere leggero. In che senso? Nel senso che, nonostante la sua pienezza, è impossibile non capirlo, non sentirlo, non accoglierlo dentro di sé. È impossibile non empatizzare. Parla di qualcosa che tutti comprendiamo (nel senso che già ce l’abbiamo dentro) e che tutti possiamo comprendere (nel senso che possiamo farla nostra): dell’essere. Tutti siamo. Chi come Tomáš, chi come Tereza, chi come Sabina. Ma tutti siamo. Leggere questo romanzo è come leggere di noi stessi, solo con un altro nome. Leggersi dentro. Leggere la spiegazione a cose che ci riguardano e che c’eravamo sempre chiesti, ma non avevamo mai capito. Si entra nel proprio intimo, nei propri gesti più privati, nei propri pensieri più nascosti, dentro tutto quello che non sveleremmo mai e poi mai a nessuno, perché già facciamo fatica ad ammetterlo a noi stessi. Ci si ritrova davanti alla propria verità, limpida e lampante, immutabile e inevitabile.
Leggere L’insostenibile leggerezza dell’essere è po’ come fare l’amore con qualcuno che non si conosce affatto, o svelare un segreto inconfessabile, o qualsiasi cosa che congiunga una grande intimità a un forte imbarazzo. Il tutto, nei confronti di sé stessi. È come se, improvvisamente, diventassimo dei perfetti sconosciuti dentro un corpo che non ci appartiene, che ha impulsi e pensieri e sensazioni a noi estranei. Un’esperienza di un’intimità disarmante, ma senza agio. Si prova imbarazzo, vergogna, ci si sente inopportuni, smascherati, indifesi. E la crisi più grande avviene quando ci si rende conto che non ci si può lasciare tutto alle spalle. Che non si può allontanare per sempre la persona nei confronti della quale si è provato imbarazzo, non vederla mai più, far finta che nulla sia mai successo, perché quella persona siamo, appunto, noi. Tutto è stato svelato, stanato, scovato. Non possiamo più mentirci. L’unica via è accettare, sé stessi e gli altri, come ogni personaggio accetta l’altro e sé stesso. E questa accettazione sarà ciò che ci renderà leggeri, ma, al contempo, insostenibili a noi stessi. Ci toglierà il peso del dubbio, ma aggiungerà quello della consapevolezza.

E allora, sarà liberatorio e al contempo doloroso, come il troppo piacere che si tramuta in pena. Come la felicità che si fa pianto. Come l’amore che si fa paura. Ammetto che è un libro davvero molto, molto, molto difficile da adattare. Questo glielo concedo. Nonostante la fitta azione presente nella storia, la sua vera essenza sta nelle parole, nei concetti, nei passi introspettivo-filosofici. Per cui, tanto di cappello anche solo per l’averci provato. Ma, come potevasi immaginare, non ce l’ha fatta. Non so come altro aggettivarlo se non noioso. Okay è vero, non poteva certo venirne fuori un film d’azione, o comunque un qualcosa di particolarmente avvincente, ma allora: 1) perché lo fai? 2) Ciò non toglie che il film sia noioso. Decisamente pesante da reggere, ecco. E affatto stimolante a livello introspettivo, come invece è il libro. Il film è una storia. Una storia e basta. Non ha nulla d’insostenibile e nulla di leggero. Nulla che smascheri. Nulla da accettare. E i personaggi, che della storia sono il fulcro, definendola in base alle loro umanissime azioni e reazioni, che sono passionali e impulsive e incoerenti e riflessive e dolorose, sembrano svuotati. Assolutamente incompresi e mal interpretati — come se fosse un’altra storia. Improvvisamente, diventano delle macchiette, bidimensionali, non credibili nelle loro reazioni e nelle loro emozioni.

Tereza diventa una stupida isterica, Tomáš uno stronzo piacione e Sabina una più semplice troia. E non sto dando la colpa agli attori, per carità, loro sono bravissimi. La colpa sta nell’aver voluto portare in vita su uno schermo personaggi che appartengono, in tutto e per tutto, alla carta. Ognuno di loro è contornato e motivato da fin troppe retrospettive e pensieri e pluridimensioni, per poter tradurre tutto in una pellicola, nonostante i suoi 172 minuti di lunghezza. Forse un’opera teatrale ci sarebbe potuta riuscire, buttandoci dentro tre o quattro monologhi. Ma un film, specialmente se fatto così, proprio non fa al caso di quel profondissimo, viscerale, intimissimo ben di Dio che è il romanzo. Così, ne esce fuori una pellicola scialba, dai grandi intenti per carità, ma all’effettivo, deludente e caratterizzata da una regia che non tocca picchi di chissà quale incredibilità. Se poi ci si mette il carico da novanta del confronto con quel gioiello che è il libro, beh, va da sé che proprio non ne vale la pena. Non so, non vorrei esagerare, ma davvero, non ho molto altro da dire in merito. Peccato però, se invece che a questa pellicola, Kaufmann si fosse messo a lavorare su un altro Indiana Jones, non avrebbe fatto un soldo di danno. Anzi. Insomma, L’insostenibile leggerezza dell’essere è un romanzo e per questo va ricordato. Punto. Il film, facciamo finta che non esista. Facciamo che gliel’abboniamo. È meglio per tutti. E ringraziate, che v’ho fatto risparmiare 172 minuti della vostra vita.

Alice Bellini
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