Orgoglio giallo! Il pass che hai al collo è lo stemma del tuo personalissimo esercito. Senti un senso di appartenenza e di orgoglio per tutti quelli che come te sfidano gli altri eserciti di pass per entrare e sedersi in sala durante le proiezioni. I posti sono limitati e la battaglia è infinita e senza sosta. «Orgoglio giallo» dice Luca, uno che come me si prende ferie per questa, chiamiamola, missione. Si è svegliato all’alba ed è rimasto dalle 8 del mattino ad occupare la fila del settore dedicato ai pass gialli, quelli del media press. Lo trovo lì mentre io sto ancora masticando una brioche. Mi metto in coda per la visione in sala Darsena di Carnage di Roman Polanski. Si aprono le porte ed iniziano ad entrare i giornalisti con il pass daily e poi quelli periodics e poi quelli di industria, dopodiché, arrivederci e grazie.
Siamo infuriati, neanche una piccola delegazione di media press viene ammessa e questo comporta l’impossibilità di fornire in tempo reale le uscite dei film in anteprima nei canali web non istituzionali.
Sembra che l’organizzazione non tenga in considerazione la cosa e nonostante gli improperi, le telefonate, il nostro capannello all’ufficio accrediti e la trovata folkloristica del gruppo di facebook licenziate Fiorella Tagliapietra (ufficio stampa del festival ndr) la risposta che otteniamo è «se riuscite a fare di meglio siete i benvenuti». Ok siamo una minoranza e dalla faccenda ne usciamo sconfitti.
Pazienza. La battaglia continua
Il mio spirito d’appartenenza cresce e me ne accorgo quando dal popolo giallo mi viene chiesto di tentare il tutto per tutto nuovamente all’ingresso della darsena per la proiezione di W.E. di Madonna. Ad essere sincera non mi attrae, ma ormai dobbiamo farlo insieme ed io non mi tiro indietro.
La storia non cambia. Cerchiamo nel programma tutte le repliche dei film e ci rendiamo conto che tra impegni prestabiliti e coincidenze astrali è sicura la visione l’indomani. Mastico amaro, in definitiva non me ne frega nulla, ma quando hai bisogno di conquistare qualcosa ogni obiettivo mancato ti fa traballare di più.
Bighelloniamo aspettando le proiezioni che ci interessano. La gente urla nel piazzale vicino al red carpet; è l’ora della conferenza stampa, qualcuno sta scendendo dalla macchina scura. Noi nel giardino del movie village siamo indolenti sulle nostre sedie da bar, ci domandiamo se le grida sono per Madonna o per la Winslet, non attendiamo con ansia alcuna risposta. Ci rifocilliamo, e pensiamo al prossimo piano.
Tra pioggia, improvvise schiarite, riusciamo almeno ad infilarci alle proiezioni della sala Perla.
Si parte con La scossa, un lungometraggio fuori concorso composto da 4 episodi, che racconta attraverso storie vere o romanzate il terremoto che colpì Messina nel 1909 e le conseguenze di tale catastrofe.
Il film è stato scritto da Francesco Maselli, Carlo Lizzani, Carmine Russo e Ugo Gregoretti.
Le rappresentazioni degli eventi hanno ritmi e chiavi interpretative più adatte al teatro che al grande schermo e personalmente non amo l’uso sconsiderato green screen; se realizzato con un budget insufficiente si corre il rischio di rendere il tutto alquanto dozzinale.
Esco dalla sala Perla e mi infilo in un’altra. In programmazione c’è Photographic Memory. Trattasi di un documentario della sezione orizzonti e primo film di Ross McElwee. L’opera documenta il rapporto travagliato tra il regista e suo figlio adolescente e di come andando a ritroso con la memoria, aiutandosi con foto e filmati, cerchi di ritrovare i fili e i motivi di ciò che sono diventati. Concordo sulla dichiarazione del regista «questa è stata un’ operazione freudiana» è vero ed è commovente quanto egli ci abbia invitato nella sua vita. Un film intimo e personale, un meraviglioso montaggio, non so se riuscirò a cancellarmi dalla mente l’immagine in soggettiva della seggiovia avvolta nella nebbia che scende verso valle, mentre sotto scorrono le parole di rabbia del figlio registrate della segreteria telefonica.
Mi organizzo per una passeggiata in città con un simpatico amico veneziano. Cammino ma mi rendo conto ormai di non avere più sensibilità ai piedi, sono stanca ed è già tardi, ci salutiamo, il suo lavoro lo attende e pure il mio. Mi sveglio da questo strano torpore solo sulla prua del vaporetto che mi sta riportando al lido. Mi guardo attorno ed è tutto così splendente che mi viene quasi il magone.



