Dell’adattamento di questo libro ne avevamo già parlato e pensavo di essere stata abbastanza chiara in merito: l’adattamento de Il Grande Gatsby non s’ha da fare. Evidentemente Luhrmann non ha letto attentamente il mio articolo, o ha voluto fare di testa sua e gli è andata male. Questa volta seguirò delle linee un po’ diverse dal solito: non mi dilungherò a parlarvi nuovamente del libro, ma andrò dritta, dritta sul film. Sarò onesta, ci sono rimasta male. La verità è che c’avevo creduto, non è vero che l’adattamento del Great Gatsby non s’aveva da fare, confidavo in Luhrmann, ero emozionata all’idea, perché con Romeo e Giulietta aveva fatto grandi cose; avevo le aspettative a mille. Avevo passato un anno a morire dietro ai trailer, anticipazioni, interviste, colonne sonore e pubblicazioni di vario tipo sul web e social network; la manovra di marketing mi aveva letteralmente stroncata: bastava un soffio e mi avrebbe conquistata per sempre. Doveva essere Fight Club due, l’allievo che supera il maestro, il perfezionamento, il capolavoro dopo il capolavoro, proprio com’era successo con Romeo e Giulietta. Ero entrata al cinema con il pacchetto di fazzoletti a portata di mano, convinta che il film sarebbe riuscito a dare voce alle mie sensazioni più profonde, replicando le reazioni che il romanzo aveva mosso in me. Ero sicura che il passato si sarebbe ripetuto. E invece. È stata una Daisy (per rimanere in tema): una profumiera, qualcosa di pretestuoso, che m’ha spremuto fino all’ultimo, per poi gettarmi via senza cura alcuna; mi sono sentita lasciata, abbandonata proprio come Gatsby, con un sogno terribilmente infranto. Solo che io non sono morta, quindi posso provare odio.
La prima cosa che salta, anzi, aggredisce e sventra l’occhio è il CGI (ovvero Computer Generated Imaginery, da non confondere con gli effetti speciali). Il Grande Gatsby è un libro d’altri tempi, è uno dei motivi che lo rende così bello, affascinante e stupefacente. Fitzgerald l’ha scritto battendo sui tasti di una macchina da scrivere, mentre fumava sigarette che ancora non si sapevano nocive e bevendo whiskey, mentre fuori Long Island si estendeva in tutto il suo verde ancora incontaminato e la promessa di una New York ancora in costruzione oltre i ponti dell’East River. Per carità, gli anni Venti non erano di certo l’emblema della tranquillità e della lentezza: erano ruggenti e viziosi, frenetici e smodati, ma non virtuali; l’intimità la faceva ancora da padrone, le cose erano ancora molto semplici e materiali: erano umane. Questo aspetto è fondamentale per quanto riguarda la dinamica della storia e la caratterizzazione dell’elemento più importante, primo motore di tutto il romanzo: l’amore, tramutatosi poi in speranza, ma prima di tutto amore. L’eccessivo uso di CGI annienta l’umanità e l’intimità di quegli anni, assestando un primo, duro colpo al cuore del film; se l’intenzione di Luhrmann era quella di rendere il ruggito dei Twenties dando libero sfogo alle sue doti sensazionaliste e lussuriose, bastava l’esasperazione delle feste per renderne la sregolatezza, calcare la mano sulla scenografia e sulla colonna sonora, aggiungere accenni di modernità. Al massimo qualche effetto speciale, ma la materialità doveva rimanere; così come l’umanità, l’accessibilità.
Il CGI, tutto quel CGI, non solo non serviva, ma non c’entra proprio nulla, senza contare che non è fatto neanche troppo bene: la pioggia, le panoramiche, i palazzi, la scena delle finestre di New York, sono solo alcuni esempi di tale scarsezza. Solo due sono gli elementi che riescono a far ritrovare un po’ di respiro alla mancata intimità del film e che mostrano nostalgicamente quello che la pellicola sarebbe potuta essere. Il primo è la scena dell’incontro, finalmente priva di qualsiasi tipo d’effetto speciale e di una colonna sonora bella, ma assordante e continua, soprattutto priva di un montaggio estenuante. Il secondo elemento è l’impeccabile interpretazione di Leonardo Di Caprio che riempie il suo Gatsby di piccoli gesti, accenni, movenze quasi impercettibili e assolutamente intime che fanno ritrovare l’umanità e descrivono un mondo interiore, assente in tutto il resto del film. Di Caprio mostra lati nuovi del suo personaggio dandone una rilettura personale, ma coerente, giocando sulla pazzia di Gatsby, sul suo lato isterico e sulle nevrosi a cui un desiderio così folle l’ha portato.
Per dirla tutta, le restanti performance attoriali, lasciano a desiderare: Toby Maguire non ha dato nessun tipo di particolare apporto al suo personaggio, un’interpretazione da minimo sindacale, che non ha nessun arco narrativo, nessun climax, nessuno sviluppo, cosa che rende il personaggio incoerente. All’inizio infatti, troviamo Nick Carraway internato in una clinica psichiatrica, con un referto che lo dichiara alcolista, soggetto ad attacchi violenti d’ira e di panico, dunque completamente alterato da quelli che sono stati gli eccessi della sua estate newyorkese; ma durante tutto il film non si accenna a nulla di tutto questo. Carraway non presenta alcuna avvisaglia, nessun sintomo anzi, sembra essere il personaggio più stabile e tranquillo di tutti. Possibile che sia diventato un pazzo furioso all’improvviso?
La bella, umana e innamorata Myrtle sembra una specie di puttana viziosa, nulla a che vedere con la fragilità e la vulnerabilità che le spettano. Buchanan è ok, come anche Jordan, senza infamia, senza lode. Dulcis in fundo Carey Mulligan, l’attrice monoespressiva, che sembra costantemente sull’orlo di una valle di lacrime, un misto tra Katie Holmes e Kristen Stewart, tutta un ansimare, un sussurrare e un gemere. Possibile che non s’è trovato di meglio? Charlize Theron, Scarlett Johansson, Eva Green, Michelle Williams; paradossalmente le ultime due erano in lizza per il ruolo. Daisy è bella, stupida e stronza, non una quindicenne con le crisi esistenziali. Per il resto, il Great Gatsby di Luhrmann cozza, gli elementi stridono tra loro, non c’azzeccano nulla, producono effetti collaterali indesiderati e lo spettatore viene continuamente buttato fuori dalla storia intima e umana, distratto da tutte quelle componenti fin troppo virtuali, assordanti e esasperate, non riuscendo mai a entrare in completa connessione con i personaggi e le loro vicende. Non si riesce a scordare del libro. Non si riesce a sospendere i propri dubbi e lasciarsi trasportare da quello che avviene sul grande schermo. Il problema sta tutto qui: nell’enorme ossimoro che la pellicola mette in scena, nell’enorme virtualità di mezzi per raccontare un mondo in cui la virtualità non esisteva affatto; nel suo cercare di rimanere fedele alla trama, ma non riuscire a fare a meno di tradirla, senza contare lo stravolgimento del finale.
L’assenza del padre segna una grave mancanza, non permettendo alla storia di assumere alcuni tra i significati più importanti e dare al lettore/spettatore una morale fondamentale per quelle che sono le conclusioni che Fitzgerald tira al termine del suo racconto. L’aver scombussolato gli effettivi accadimenti conclusivi in casa Buchanan non fa che aggravare le condizioni del film che dipinge una Daisy senz’altro meschina, ma non in tutta la sua assoluta inettitudine e infamia: è un personaggio brutto, ma non l’orribile troia maledetta che dovrebbe essere. Forse, se la storia fosse stata ambientata ai nostri tempi o se il CGI non fosse stato utilizzato, magari il risultato sarebbe stato differente. Così non è né carne, né pesce. Scade nel terribile limbo dei mediocri, con un gesto disperato e crudele, che allude alla passata gloria di Romeo e Giulietta, senza però riuscire a raggiungerla. Con questo, passo e chiudo, Adesso lo penso veramente che l’adattamento del Great Gatsby non s’ha da fare. Jay è evidentemente troppo Grande per chiunque e il passato, cioè il romanzo, non si può ripetere. Facciamocene una ragione.

