
Al Lido si ha sempre fame. Di cinema certo, di cultura come no, di nuovi incontri e possibilità vuoi mettere? Ma dopo cinque giorni di festival si incomincia proprio a provare la fame che proviene dalla bocca dello stomaco e che tende ad ignorare bellamente le nobili ed esigenti sinapsi. Sì perché il tempo scarseggia qui nell’isoletta: i film da recensire/vedere/applaudire/fischiare/ignorare ti assalgono, e uno non può che ridursi agli orari più strani a mangiare un Gregory Speak o un George Crudey (due dei più gettonati panini del festival, vi lascio immaginare gli altri…) che costano la bellezza di cinque euro faticate col sudore romano e versati con orgoglio tutto cinefilo nella laguna dove sono transitati Fellini e Antonioni. E poi si sa, gli ultimi giorni veneziani ti trovi ad avere sempre due compagni inseparabili che viaggiano con te come lo schizofrenico Russel Crowe di A Beautiful Mind: il sonno e la fame che devi rispettare e combattere lealmente se non vuoi perire sotto i loro attacchi.
Due film catalizzano l’attenzione di tutto il Lido, due registi attesi, due campioni del cinema tosto e disturbante. Uno è Todd Solondz che porta a Venezia la sua ultima fatica Dark Horse, apoteosi e punto di non ritorno delle sfighe perenni che attanagliano tutte le sue creature di celluloide. Ora, il buon Todd è certamente uno dei giovani registi americani più innovativi e radicali, uno che ho sempre stimato, di quelli che non mi perderei mai un film in sala se la sempre illuminata distribuzione italiana non lo avesse relegato all’oltretomba della visibilità. Detto questo però ci si inizia francamente un po’ a stufare di questi personaggi disegnati come calamite delle più assurde sventure e sfortune che la vita può affliggere. Caro Todd, il cinema può anche servire ad esorcizzare in maniera sublimata le tue fobie, credici! Invece ieri in sala sembrava di assistere ad una privata seduta di psicanalisi di Mr. Solondz che racconta i suoi guai in amore facendoci sentire come degli intrusi. Nonostante questo il film ve lo consiglio, perché è pur sempre uno dei migliori lettini psicanalitici che mi sia capitato di vedere.
Veniamo ora a Shame, opera seconda di un talentuoso videoartista dal tonante nome di Steve MeQueen (niente parentele con il mito, questo Steve è un ragazzone inglese di colore simpatico e coltissimo; deve comunque essere una goduria portare quel nome!) autore di Hunger, un film che straconsigliamo di recuperare a chiunque non l’abbia visto. Ora, dico io: il film è bello, affronta temi classici della solitudine umana, regia sofisticata e stratificata ed ecc. ecc., se ne potrebbe parlare per ore, affrontare temi disparati e complessi, confrontarsi su tutti quelli ecc ecc…e invece no. Tutta Venezia (soprattutto la parte femminile rimasta ammaliata in sala) non fa altro che parlare delle dimensioni del pene di Michael Fassbender protagonista del film, che qui mostra allegramente e in reiterate occasioni le sue nudità. Girano tante battute in queste ore, tutte quelle che potete immaginare e anche di più. La più gettonata tra quelle scrivibili è: «avviso al pubblico maschile: evitare come la peste di andare a vedere questo film con la vostra fidanzata, potreste tornare a casa con un “metro” di confronto insostenibile». Ma va bene così, Venezia è anche questo: si leggono per anni queste grandi firme della critica italiana e si pensa che all’uscita da un film parlino solo di struttura drammaturgica o di innovazioni estetiche, e invece mentre si è in fila per uscire dopo aver visto il bellissimo Shame si ha la netta sensazione che abbia veramente prodotto solo discussioni del c….
Dark Horse, di Todd Solondz
Sopra: Shame, di Steve MeQueen