L’uomo in più: il posto mancante di Agostino Di Bartolomei
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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L’uomo in più: il posto mancante di Agostino Di Bartolomei

Stiamo parlando di Agostino, stiamo parlando di noi. Di Bartolomei si spara al cuore il 30 maggio del 1994, dieci anni esatti dopo la sconfitta della Roma in finale di Champions League.

Agostino Di Bartolomei era un centrocampista, gli piaceva impostare il gioco, iniziare l’azione. Quando Niels Liedholm arrivò alla Roma la sua intuizione tattica fu quella di spostare un centrocampista in difesa, arretrarlo di qualche metro per sottrarlo dalla marcatura avversaria. Agostino poteva così impostare l’azione da dietro, aggirando il marcatore, avanzando palla al piede col suo incedere elegante per scambiare con i compagni. Era come se la Roma, in quel modo, giocasse con l’uomo in più. L’uomo in più è anche un film di Paolo Sorrentino liberamente ispirato alle vicende di Agostino di Bartolomei e del suo alter ego Franco Califano. Fa un certo effetto riguardare L’uomo in più di questi tempi, a pochi giorni dall’anniversario dei diciannove anni dalla scomparsa di Di Bartolomei, a pochi mesi da quella di Franco Califano; due icone molto differenti, imprigionate a vario titolo negli anni Ottanta. Personaggi accomunati dal vivere una condizione d’emarginazione, diversi nel modo di viverla quella emarginazione.

Nel suo esordio cinematografico Sorrentino inizia a girare attorno alle tematiche sulle quali continuerà a interrogarsi nei suoi film: la solitudine, l’abbandono, l’emarginazione dal consorzio umano. Il personaggio di Tony (Toni Servillo), archetipo della figura molto italiana del cantautore anni Ottanta, avrà persino una sua reincarnazione letteraria in Tony Pagoda, protagonista di Hanno tutti ragione, romanzo d’esordio del regista napoletano. Quella di Antonio Pisapia (Andrea Renzi) rimane forse la più intensa rappresentazione del personaggio di Agostino Di Bartolomei. Più dei vari documentari usciti su di lui – da quello melenso e forzatamente drammatico di Sfide, a quello molto bello uscito quest’anno intitolato 11 metri – è un film che non parla direttamente di lui a raccontarci meglio la sua storia. Soprattutto la sua seconda parte, quella lontana da Roma, che è anche quella con cui più faticosamente riusciamo a fare i conti.
Così fragile, così incomprensibile la sua parabola negli ultimi anni. Difficile non pensarci senza un senso di vertigine, senza la vaga sensazione che si stia parlando di Agostino, ma in fondo si parli di noi. Il pregio de L’uomo in più è quello di essere stato capace di esplorare una narrazione rimasta sempre nascosta, e ci è riuscito scavando dentro l’impenetrabilità umana di Agostino per trarne quell’irriducibile carattere di umanità che rende tuttora la sua figura così affascinante.

L’uomo in più, Paolo Sorrentino – 2001

Il calcio che cambia. Un modo di leggere la vita di Ago è quello di provare a capire il senso dei due abbandoni da lui vissuti, il primo calcistico e l’altro più profondamente umano. Anche la storia sul campo di Agostino, infatti, possiede un suo carattere malinconico, il suo addio alla Roma è quasi il simbolo della scomparsa di un certo tipo di calcio. Agostino in campo è un centrocampista elegante, un regista classico. Aveva un destro prepotente, allenato al campetto di Tor Marancia, ma anche al mare; racconta un suo amico di averlo trovato una volta, da bambini, sulla spiaggia Lavinio a tirare dei calci a piedi nudi alla sabbia: «Agosti’, ma che stai a fa’?», «Me sto a fa’ i calli» rispose.

Con quel destro realizza dieci gol la stagione dello scudetto, risolvendo partite spinose, caricandosi la squadra in situazioni delicate. Un episodio raccontato in 11 metri: ottava giornata del girone di ritorno, la Roma ha da poco perso con la Juve e deve vincere col Pisa per tenere lontani i bianconeri; la squadra è tesa e per tutta la settimana Ago ripete di non preoccuparsi, che si vince, che segna lui. E infatti segna lui, con la classica “pezza” di mezzo esterno dai venticinque metri.

Il suo problema è la lentezza, “er moviola” lo chiamano, lui risponde che sì, è lento, ma il pallone lo fa correre. Nel 1985 questo però non basta più: alla Roma con Eriksson, arriva anche il calcio moderno e i ritmi si fanno ingestibili per le gambe di Ago, che segue Liedholm a Milano. Così commenta il suo addio alla Roma: «Per uno che è e si sentirà sempre romanista è un passo che ti mette l’angoscia dentro, ma non posso fare altrimenti, se uno capisce che è di peso meglio togliere il disturbo, io purtroppo ho capito soltanto questo». Di Bartolomei è schiacciato dal cambiamento di un calcio che si fa più fisico, che non lascia più spazio al ragionamento del centrocampista: il pressing è un’invenzione diabolica.

Retirement. Agostino Di Bartolomei si ritira dal calcio giocato nel 1990, alla fine della sua seconda stagione con la maglia della Salernitana, in Serie B. Come altri grandi campioni è finito a svernare nei campi minori, a passare serenamente gli ultimi anni di carriera lontano dalle tensioni. E come altri grandi giocatori ha paura dell’abisso che si sarebbe di lì a poco spalancato a fine carriera. Deve essere una strana sensazione ritrovarsi a trentacinque anni, nel pieno delle proprie energie umane, praticamente pensionato: in una condizione in cui devi letteralmente reinventare il tuo posto nel mondo, la tua collocazione. Esiste in tali casi persino una sindrome psichiatrica, denominata retirement e i calciatori che ne soffrono devono sottoporsi a cicli di terapia. Tra gli esempi più recenti di difficile post-carriera possiamo ricordare Paolo Maldini, ancora in attesa di una chiamata dal Milan che pare averlo dimenticato (ricorda qualcuno?), o George Weah, che ha pensato bene di fare un colpo di stato in Liberia.

Eppure le prospettive per Ago sembrano diverse. La scelta di ritirarsi, a detta della moglie Marisa, è ponderata e libera, senza rimpianti. Soprattutto perché è proiettato completamente verso il futuro; i suoi progetti: un centro sportivo in un paesino del cilento, scrivere libri sulla tattica, insegnare calcio ai bambini, magari un posto da dirigente nella Roma. Decide intanto di rimanere a Castellabate dove vuole costruire il centro sportivo, nel tentativo di ricostruire una piccola comunità che vive di calcio nella giusta dimensione, quella della semplicità. Ci riesce in parte. Poi un sacco di storie per le concessioni, mafie locali che gli si mettono di traverso: storie sentite e risentite un’infinità di volte, storie italiane. Nel film di Sorrentino c’è un passaggio nel quale il presidente cialtrone motiva la sua scarsa considerazione dell’alter ego di Agostino: «Anto’, penso che il calcio sia un gioco e tu sei un uomo fondamentalmente triste»; una battuta che sintetizza un po’ il perché Agostino viene messo ai margini: semplicemente, in Italia non c’è posto per la serietà («un paese di musichette mentre fuori c’è la morte», per dirla con Boris).

I progetti iniziano pian piano a franare, quei progetti che lo aiutano a esorcizzare il ricordo di una Roma lontana, che sembra aver dimenticato incredibilmente in fretta il capitano dello scudetto. Ago però in fondo ci spera in una chiamata. Scrive lettere al presidente Sensi da poco subentrato, lettere nelle quali dà qualche consiglio, cerca di farsi vedere, di farsi sentire presente. Forse troppo poco però. La chiamata non arriva.

Reagire all’emarginazione. «I timidi decidono di fare i difensori, si nascondono dietro agli attaccanti, tentano di passare inosservati. Ma da quando è stato introdotto il calcio a zona per i timidi non c’è più spazio, bisogna farsi vedere e io questo non l’ho mai saputo fare». Così confessava Antonio Pisapia, l’alter ego di Agostino, prima di andarsi a sparare su un campo da calcio. Forse il film di Sorrentino riesce a restituirci cosa significasse per Ago quel senso di solitudine e di abbandono. Sentire sulla propria pelle il bruciore dell’ingiustizia e la paralisi dell’impotenza. I giri a vuoto del pensiero che non riesce più a fermarsi su niente perché tutto è uguale, il quotidiano che diventa morboso. Il telefono che non suona più, la mostruosa capacità dell’uomo di dimenticare ogni cosa: trovarsi di fronte a tutto questo e non saperselo spiegare. Come se ti rimanesse dentro solo un senso di inadeguatezza.

C’è una sfumatura infatti nella parabola di Agostino: una moralità superiore che lo porta a percepire il senso dell’ingiustizia, e d’altra parte un profondo senso di inadeguatezza; il film questa sfumatura la coglie molto bene: quanto qualcuno possa ritrovarsi di colpo abbandonato a una condizione di solitudine a causa della propria improvvisa inadeguatezza. Non riconducibile a nulla in particolare, semplicemente come se il mondo attorno a te, di colpo, non ti riconoscesse più. Come se i valori che ti hanno insegnato come quelli buoni a orientarti nella vita e nei futuri possibili, improvvisamente, non contassero più nulla.

Vivere in prima persona la sciagura storica del ritrovarsi in terribile ritardo sui tempi. Stiamo parlando di Agostino, stiamo parlando di noi. Di Bartolomei si spara al cuore il 30 maggio del 1994, dieci anni esatti dopo la sconfitta della Roma in finale di Champions League. La sua tragedia calcistica: simbolo di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Ripensare al sapore premeditato di quella morte, alla ricorrenza dei numeri e delle date, dà i brividi: si può essere davvero così ferocemente determinati in un atto così paradossale come il suicidio? Scegliere una data esatta, un po’ come il protagonista di Fuoco Fatuo? «Mi sento chiuso in un buco» scrisse su un biglietto prima della morte. Da quel buco Agostino ha sparato per gridare vergogna. La parabola del suo personaggio in L’uomo in più, intrecciandosi con quella di Califano, ci restituisce il senso profondo di entrambe le traiettorie umane: l’Esserci-nel-mondo di questi due personaggi a cui è stato tolto il presente e che vivono in una condizione inguaribilmente “post”. Personaggi decadenti, imprigionati in un passato conservato in naftalina. Califano vive la sua condizione di reietto col cinismo malinconico di chi accetta la fondamentale ingiustizia della vita; «La vita ‘na strunzat’» recita Toni Servillo nel film. Non esiste un bene e un male, non esiste un’economia delle proprie azioni: il destino dà e toglie in maniera del tutto casuale. Questo, in qualche modo, gli fa accettare la condizione dell’emarginato, anzi ne trae un paradossale vitalismo, quasi una volontà di sopravvivenza, di non arrendersi nonostante tutto: «Io non mi suiciderò mai».

Franco Califano ci ha lasciato due mesi fa, trascinando quell’oscuro istinto di sopravvivenza fino all’ultimo, cinicamente: il suo ultimo messaggio recitava «È successa una tragedia, ho finito la vodka». Per Agostino è invece intollerabile questo squilibrio, questa incapacità della vita di restituirti quello che meriti, la fondamentale inconcepibilità del male. Di Bartolomei reagisce al suo confino col senso etico di chi ritiene inaccettabile l’ingiustizia. Di chi preferisce una resa sdegnata alla quotidiana umiliazione dell’abbandono. L’irriducibile umanità di Ago è forse racchiusa in questo gesto: insieme di forza morale e fragilità umana.

Emanuele Atturo
È nato a Roma (1988) dove vive e lavora. Laureato in Semiotica, si interessa di cultura pop e sottoculture. È caporedattore della rivista L'Ultimo Uomo e scrive in giro.
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