Se Federico Fiumani si presentasse ai provini per X-Factor, i giudici si guarderebbero fra loro con espressioni di disappunto, scuoterebbero leggermente la testa e dopo una rapida consultazione – nella quale Morgan premierebbe l’autenticità, o in gergo televisivo, la sincerità – Mara Maionchi gli comunicherebbe che ci sa fare, ma per il programma non se ne parla. Nessuna indagine di mercato avrebbe potuto prevedere che i Diaframma potessero essere, per trent’anni consecutivi, testimoni privilegiati del rock italiano.
Federico Fiumani è ruvido anche nell’intervista, non ama la chiacchiera superflua e quando parla ha una voce ancora più convincente di quando canta – potrebbe prestarla per la pubblicità di uno shampoo.
Come pensavi che sarebbe andata quando avete iniziato? E invece poi come è andata?
Ho sempre avuto motivazioni molto forti, sentivo già che suonare era la mia vita. Allo stesso tempo sapevo che il rock in Italia all’inizio degli anni Ottanta non era un genere con cui trovare buone occasioni per tirare fuori da vivere. Pensavo di studiare lettere, ma il destino ha voluto diversamente. L’album Siberia nel 1984 ci diede buone chance. Quando ho iniziato a cantare io le mie canzoni sono cresciute le opportunità, e dopo i Novanta è andata sempre meglio. Ho anche fatto enormi sacrifici economici.
Come si fa a fare l’artista per trent’anni?
Non so fare altro. Altro non mi è mai interessato, e dunque sono sempre stato costretto a tener duro: ci ho messo tutto me stesso. Del resto le difficoltà fanno parte del mestiere, nella musica la precarietà è ordinaria.
Quale pensi che sia il tuo ruolo nella società?
Non credo di avere un ruolo molto sociologico. Mi interessa il sogno e il divertimento, per me la musica è un’evasione dalla realtà. La realtà non mi piace.
Quali sono i tuoi progetti per i prossimi trent’anni?
Continuare a suonare finché avrò un pubblico è la prospettiva che più mi piace. E poi avere dei figli.
Arriverà presto l’album nuovo?
Entreremo in studio in Luglio. Si intitolerà Preso nel vortice, perché la musica è una sorta di vortice. Sono dodici o tredici pezzi nuovi che ricalcano abbastanza gli ultimi nostri lavori, più forse una maggiore arditezza nei testi: oso un po’ di più proprio in quella dimensione del sogno di cui dicevamo prima, mi oriento più verso il flusso di coscienza.
Cosa ti infastidisce dell’attuale scena musicale?
Forse questi programmi di talent che non guardo assolutamente. Tutti i nomi che escono dall’ambiente della musica leggera: non ne conosco nemmeno uno, sono riuscito a passare indenne da questo tipo di musica, ne ascolto ormai pochissima.
I consigli che daresti a un giovane musicista.
Non farsi illusioni ed essere consapevoli delle difficoltà che si incontrano. In ogni caso si impara molto. Formare un gruppo insegna la cooperazione, insegna ad avere a che fare con gli altri. È un’esperienza che ti arricchisce umanamente, comunque vada.