Per chi non lo avesse ancora capito, l’altra domenica quello lì non era un concorrente particolarmente sagace. Era Matteo Renzi. E non si trattava neppure di una prova immersiva in cui gli aspiranti scrittori si infiltravano in un gioco di ruolo fantasy ambientato in una terra magica dove la sinistra vince le elezioni: erano le primarie, l’equivalente delle amichevoli estive per una squadra di calcio. Tempi duri, cari amici. Tempi in cui non ci si può distrarre un attimo. Tra una puntata e un’altra sono successe parecchie cose oltre all’elezione del nuovo segretario del PD che ha generato un sacco di discussioni tra persone non di sinistra arrabbiate del fatto che un partito che non è mai stato di sinistra abbia come segretario uno che non è di sinistra. E nonostante i forconi, nonostante una fiera del libro di mezzo in cui l’effetto De Carlo è stato devastante sull’atteggiamento degli editori, nonostante in pochi ne abbiano sentito la mancanza: Masterpiece è tornato. Il Circolo Disagio sta sul pezzo, è affezionato a questo programma, il Circolo Disagio è fatto di professionisti seri: giro di telefonate alle 22.50 «Oh c’è Masterpiece stasera lo sai?» «Cosa? Ma non l’avevano sospeso?» «Ma non avevano sequestrato De Cataldo?» «Ma oggi non è Natale?» «Master chi?!?!».
Ci sintonizziamo dunque col massimo rispetto, consci che, in un paese allo sbando e privo di proposte concrete, il nostro talent preferito in poche settimane di vita ha già portato a casa il primo risultato serio: pare che gli sgravi fiscali previsti per chi acquista libri siano merito della futura uscita del romanzo vincitore di Masterpiece, il talent del fare. Pronti via e subito un concorrente non meglio specificato si paragona a Bianciardi e Tondelli, causando ingenti danni al nostro contingente: un paio di noi prendono la rincorsa e sbattono la testa contro il muro, altri imboccano la strada di casa, si seda con difficoltà una ruffa scatenatasi attorno al telecomando. È difficile, ma resistiamo. Ristabilito l’ordine salta fuori Gabriele Zedde con il suo romanzo Quando i tetti maturano, nulla da dire sul testo che peraltro sembra promettere bene. Non condividiamo però l’atteggiamento passivo e accondiscendente della giuria nei confronti di questo autore che parla con una moglie immaginaria. Circolo Disagio è per la terapia d’urto e bisogna far capire in giro che un mingherlino calvo e ingobbito può avere a che fare con delle belle donne solo se si è Woody Allen, in un film di Woody Allen.
Preferiamo non indagare sull’origine delle approfondite conoscenze attorno alla sifilide di De Carlo, oggi più in forma che mai: si incazza sugli anacronismi, leggiadro vomita il suo schifo su un paio d’opere, insulta con cordialità i concorrenti e, naturalmente, tira addosso agli autori i manoscritti che non gli sono piaciuti. Ci permettiamo di ammonire quest’ultimo atteggiamento, perché in molti potrebbero prenderlo ad esempio e mettersi a lanciare interi scaffali contro Irene Cao. Abbiamo davvero bisogno di quest’ondata di violenza? Beh, in effetti forse sì. Passano in rassegna molti personaggi anonimi, infine, superato il momento messaggio promozionale doveroso verso la scuola Holden con tanto di codice iban lampeggiante in sovrimpressione, ci avviciniamo stancamente verso la fatidica prova immersiva. Due le location a disposizione dei concorrenti: il carcere di Torino e un bastimento carico carico di tifosi del Napoli diretti al Juventus Stadium, attinti a piene mani dall’hinterland caivanese. A questo punto, molto più che sull’andamento delle prove e il relativo comportamento degli aspiranti scrittori, è proprio necessario spendere due parole sull’immagine che –giunti alla quarta puntata – si ricava della napoletanità. Quando si ha bisogno di qualcosa di straniante, colorito e peculiare gli autori di Masterpiece sanno che giocarsi la carta Vesuvio soddisferà un po’ tutti: gli amanti del neorealismo alla Gomorra, i fan dei cinepanettoni di Alessandro Siani nonché i minimalisti carveriani lettori di racconti di provincia. Nelle puntate precedenti avevamo già visto due aspiranti scrittori sottoposti a un pranzo di matrimonio napoletano con serenata annessa. Questa volta il calcio. Davanti ai nostri occhi sono passati una serie di stereotipi (il mandolino, la famiglia, la curva b) che hanno superato in indecenza perfino il personaggio napoletano dello spot della tim. A essere buoni pensiamo sia proprio lì il sadismo degli autori tv: provocare i concorrenti mostrando loro un carosello di clichès e sfidarli tacitamente a evitarli. A essere realisti, tuttavia, se ne ricava che giocare su immagini stereotipate e fortemente caratteristiche sia l’unico modo per stimolare un minimo le capacità diegetiche di scrittori che più che aspiranti definiremmo boccheggianti. Più interessante la prova tra le mura del carcere di Torino, salvata sul finale solo grazie all’intervento di Massimo Coppola. La concorrente si confronta con una donna che deve scontare la pena di essere rimasta troppo scottata dagli anni Ottanta e aver imposto a tutta la famiglia l’ascolto delle migliori hit dei Duran Duran a ripetizione; le domande che le vengono poste sono dirette e prive di tatto, ma ricche di tutto il patetismo avanzato dallo studio di Che tempo che fa, in onda poco prima su Rai Tre. Per evitare che i pochi spettatori rimasti cambino canale, il coach arriva a sedersi accanto alla concorrente e inizia a fare domande al suo posto, chiedendo alla Galeotta Platinata quale fosse la sua canzone preferita, come rimediava alla disidratazione dei capelli decolorati nel glamouroso ottantacinque e che tipo di tecnica utilizzasse per applicare gli strass alle ciglia finte. Molto spesso una storia non è la storia, quella ufficiale, ma il dettaglio. È forse stata questa la prima valida lezione di scrittura creativa elargita da Masterpiece agli spettatori.
La finale è tra la lettone e Woody Zedde. C’è un’altra grave perdita per Circolo Disagio, uno di noi non ce l’ha fatta a reggere per l’ennesima volta la spiegazione dell’elevator pitch, overdose fatale. Stroncato. Dio santo questo gioco sta diventando pericoloso e noi ci siamo dentro fino al collo.
Prima di entrare il coach (che parteggia chiaramente per la bella straniera) regala un consiglio determinate al caro vecchio Zedde: «Mi raccomando, bello dimesso, triste». Nell’ascensore entrambi sbiascicano quattro parole mozzate sopraffatti dall’emozione. Emozione di che? Alvaro Vitali in fin dei conti non può essere così nocivo. Ah è Andrea Vitali? Scusate, ci siamo distratti.
Brusco impatto con la realtà e lezione di vita per Zedde, la vita non è un film e alla fine a vincere è la bellona dalla Lettonia. Anche perché a Vitali non è sfuggito che nel visionario mondo di Zedde talvolta gli apostrofi sono facoltativi. Uno scrittore deve sapere l’italiano, dicono. E così, con gran coerenza, i nostri giudici premiano la straniera.
Piccolo teorema di corollario: tutti i concorrenti eliminati da Masterpiece si trasformano la settimana successiva in telespettatori del programma. Di questo passo prevediamo un grande successo per l’ultima puntata, quando tutti saranno stati eliminati e davanti alle telecamere resteranno solo i giudici esposti al pubblico ludibrio, imprigionati negli studi rai e costretti a elaborare un romanzo senza avere nessun tifoso napoletano come spunto.
Non senza fatica, ce l’abbiamo fatta. Circolo Disagio continua e soffre per voi.
A cura di Olga Campofreda, Edoardo Vitale.
