La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
A morte é a curva da estrada,
Morrer é só não ser visto.
Se escuto, eu te oiço a passada
Existir como eu existo.
A terra é feita de céu.
A mentira não tem ninho.
Nunca ninguém se perdeu.
Tudo é verdade e caminho.
(Fernando Pessoa, La morte è la curva della strada, 23/5/1932, Poesias, 1942).
Lisbona, 1942. Una città e una data. Lisbona è la città di Fernando Pessoa, probabilmente il maggiore poeta del Portogallo. E il 1942 è l’anno in cui vengono pubblicate, postume, le sue liriche. Così il mondo può gustare versi come questo, raffinati come perle, taglienti come il graffio della pantera. Una città e una data. Nello stesso 1942 a Lourenço Marques, oggi Maputo, capitale del Mozambico, vede la luce Eusébio da Silva Ferreira. È portoghese senza discussioni di cittadinanza: terreno coloniale del fu Impero Portoghese. A Lisbona, Eusébio arriva nel 1960, a diciotto anni. Vestirà per i quindici successivi la camisa vermelha del Benfica, vincendo tutto e segnando 460 gol in 425 partite (sic). Darà spettacolo con i colori poco più cupi del Portogallo, acciuffando un ineguagliato terzo posto ai Mondiali del 1966. A Lisbona, Eusébio si è spento pochi giorni fa, il 5 gennaio. Lo ricordiamo con il Mastercramps di questa settimana, invisibile dietro la curva della strada, indelebile nelle sciarpe del Da Luz e nei passi felpati sui rettangoli verdi.
1. 1962 – Il Grande Real è battuto
Eusébio esordisce solo nel finale della stagione ’60-’61. Non prende parte alla cavalcata della prima Coppa dei Campioni, vinta dalle Aquile appunto nel 1961 contro il Barcellona. Ma si rivela al mondo del futebol nel 1962. Amsterdam. Ancora lusitani in finale, ancora contro una spagnola: il grande Real Madrid che aveva scorpacciato tutte e cinque le edizioni inaugurali della Coppa. È il Madrid di Di Stefano, Gento e Puskas. Il terribile magiaro ha già messo una tripletta, ma il Benfica tiene fino al 3 a 3 e si procura un rigore. Sul dischetto va il numero 10, Mario Coluna, O monstro sagrado (“Il mostro sacro”). La Pantera però non teme mostri. Quel rigore è suo, e tanti anni dopo lo ricorda così: «Prendo il pallone e dico: “Calcio io”. In Mozambico la mia specialità era calciare i rigori spiazzando i portieri. Qualche compagno mi guarda perplesso. Normale, avevo appena venti anni. Coluna mi chiede: “Te la senti?”. Ed io rispondo: “È gol”. E infatti: portiere da una parte, pallone dall’altra. Normale» (nel video, l’intera sequenza da 05:44). Non è finita. Passano tre minuti, punizione da fuori, ancora il ragazzino venuto dall’Africa. Il compagno gliela aggiusta, lui sembra partire con foga esagerata. La palla è troppo sotto il corpo. Ma riesce comunque a dare potenza e precisione: staffilata all’angolino, Araquistain deve di nuovo raccogliere. La Pantera si è presa la scena.
2. 1963 – Inizia la maledizione
Un anno più tardi, 22 maggio 1963, Wembley. Il Benfica è in finale per il terzo anno consecutivo. Eusébio è ormai la stella, tanto da prendersi il 10. Basta spagnoli: stavolta tocca agli italiani del Milan. La Pantera azzanna dopo 19 minuti: riceve palla da Torres, si gira in un lampo e trova una prateria tra le maglie disallineate della difesa. Chissà che furia il Paròn Rocco: pari solo a quella del destro di Eusébio, che trafigge Ghezzi con un diagonale assassino. Nella ripresa però il Milan agguanta il pari con Altafini, e dopo l’infortunio di Coluna opera il sorpasso, ancora grazie al bomber poi commentatore tv. La sconfitta non sarebbe casuale, come le successive otto nelle finali europee giocate dal Benfica da quel 1962 (l’ultima nel maggio scorso contro il Chelsea, finale di Europa League decisa da questo gol all’ultimo respiro di Branislav Ivanovic). Dopo l’impresa contro il Real, l’allenatore Béla Guttman si era recato dai dirigenti che gli avevano rifiutato un aumento, profetizzando: «D’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni». E infatti l’anno dopo, con il cileno Riera in panchina, sconfitta nella Coppa Intercontinentale col Santos e poi débâcle coi rossoneri. Ed Eusébio non vincerà più alcun trofeo fuori dai patri confini. Una chicca: il video che proponiamo riprende il commento italiano originale. Nel momento del gol la telecronaca di Niccolò Carosio è momentaneamente interrotta, e il vuoto è riempito da studio da un ragazzetto, tale Giuseppe Viola: tocca a lui, una delle figure mitiche (e sfortunate) del nostro giornalismo, dare voce al graffio di Eusébio, prima che la linea tornasse oltre la Manica.
3. 1965 – Il Pallone d’Oro
Il 1965 è l’anno della consacrazione per il figlio del Mozambico. Segna gol a grappoli, guida le Aquile alla finale di Coppa Campioni (persa, ovviamente) e trascina il Portogallo ai Mondiali d’Inghilterra 1966. Nel match con la Cecoslovacchia, il 25 aprile 1965 a Bratislava, segna il gol partita: una fotografia del calcio di Eusébio. Riceve palla dietro il cerchio di centrocampo, ma il controllo è impreciso. L’avversario fa per ripartire, ed ecco la prima zampata: la Pantera riacquista il controllo della sfera e si lancia verso l’area. Individua la preda, il libero cecoslovacco: lo punta alla massima velocità, poi temporeggia sornione. Sembra incespicare in una finta, invece manda fuori tempo il rivale e lo aggira con guizzo felino. È defilato, ma il tiro è potente e non lascia al portiere nemmeno il tempo di pensare. Undici secondi di strapotenza calcistica, un mix impressionante di forza e qualità. Alla fine di quell’anno arriva il Pallone d’Oro, davanti al compianto Facchetti (che però con la Grande Inter di Herrera gli aveva soffiato la Coppa): è il primo giocatore di colore a ricevere il premio, unico fino al 1987 e alle treccine indemoniate di Ruud Gullit.
4. 1966 – I mondiali: Corea distrutta a poker
Nel ’66 il calciatore più forte del mondo si mette in mostra nella vetrina dei Mondiali. Vestendo un insolito numero 13, resta a secco nella gara inaugurale contro l’Ungheria. Poi marca in tutti gli incontri: 9 gol, 4 alla Corea del Nord in un quarto di finale passato alla storia. Liverpool, Goodison Park (la casa dell’Everton). Dopo 25’ gli asiatici, già giustizieri delle speranze azzurre, sono sul 3 a 0. Ma la Pantera si desta dal sonno, comincia la caccia: quattro reti in 32 minuti. Nel primo tempo ravviva i suoi con un affondo di destro al 27’– pauroso lo scatto per anticipare il difensore (5:10 nel video), e un rigore non troppo angolato ma violento al 43’ (8:07). Al 55’ ecco il pari: Eusébio avvia l’azione a metacampo e si getta nello spazio, raccoglie il filtrante col solito allungo belluino e scommette su un rimbalzo compiacente per spedire la palla sotto la traversa (8:51). Il poker arriva ancora su rigore, ma emozionante è l’azione con cui la Pantera se lo procura. Parte in dribbling sulla fascia sinistra dietro il centrocampo, semina un coreano che però lo tallona fino all’area e cerca di atterrarlo: Eusébio resiste, in equilibrio precario tocca la palla oltre il difensore in raddoppio e con l’esplosività nera lo aggira. Vede la porta, ma un terzo avversario ne ha abbastanza: tackle kamikaze che sembra tratto da un cartone, rigore sesquipedale. La Pantera zoppica, ma il dischetto è il suo regno: nuova fucilata, il popolo britannico si inchina a un altro Re (9:32).
In quel Mondiale Eusébio si era già tolto la soddisfazione di segnare due gol (uno splendido di destro al volo) al Brasile di Pelé, che col Santos lo aveva umiliato nella Intercontinentale ’62. Ma si deve inchinare in semifinale agli inglesi: la doppietta di Bobby Charlton è la premessa per Hurst e il gol più discusso della storia, e spinge il centravanti del Man U verso il Pallone d’Oro 1966, soffiato alla Pantera per un solo voto.
5. 2014 – La dedica di CR7
E siamo al presente. Il 5 gennaio Eusébio si spegne nella Lisbona sua e di Pessoa per un arresto cardiaco. Il cordoglio del mondo dello sport è unanime. Cristiano Ronaldo ha l’occasione per ricordarlo sul campo. All’82’ del match contro il Celta Vigo (1:03) Carvajal mette una palla radente da destra: CR7 legge la traiettoria e si avventa sulla sfera. Bianca, coi capelli patinati, ma sembra proprio una Pantera. Le dita al cielo iberico sono per Eusebio, come ribadisce più tardi su Twitter. E il gol è il modo più bello per dare onore e memoria a chi rimarrà per sempre uno dei più grandi mai passati sulla strada del calcio mondiale. Anche se ora ha girato dietro l’ultima curva.
Fonti:
quasirete.gazzetta.it
blog.futbologia.org
storiedicalcio.altervista.org
Gioele Anni, da piccolo sognava di fare il calciatore per andare ai Mondiali. Ora sogna di fare il giornalista per andare ai Mondiali. Quasi milanese e tutto milanista, mancino incompiuto attualmente in trasferta a Roma: l’unico giallorosso è quello dell’Amatori Hockey di Lodi. @gioeleanni
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Mastercramps è una rubrica di Crampi Sportivi è una rivista online di approfondimento sportivo nata con l’intento di portare Zinedine Zidane e Dennis Rodman al cena dal professor Heidegger.


