La levata suona alle 5 del mattino. Il rumore di ferraglia arriva smorzato nella camerata, attraverso le finestre coperte da due dita di brina. Io sono fuori dalle 3:30 a rompere il ghiaccio nel secchio del mocio di Shukhov. Gli ho chiesto perché non lo tiene dentro, così non si congela. «Ma senti Mister Idee», ha risposto. «Qui da soli quattro anni e già vuoi migliorare tutto».
Quando gli inservienti bisticciano per decidere chi userà l’acqua calda al mattino, il saldatore della Squadra 20 gli lancia uno scarpone. «Vi faccio stare zitti io», urla. Raccolgo lo scarpone e glielo riporto. «Grazie uhmm», mi fa. Gli ho solo parlato, che so, più di venti volte.
Il vecchio aiuto di campo Kuzyomin borbotta: «È la legge della giungla. Chi schiatta prima è chi lecca le scodelle degli altri, si fida dell’infermeria, o va a cantare dalle guardie». Lo scrivo perché non si sa mai che Kuzyomin chieda, più tardi, «Ehi, com’erano le parole esatte di quella cosa sulla giungla?» – e se non te le ricordi, ti dice a quale animale di Sea World1 assomigli di più.
Il Capitano torna dalla latrina e dice «Tenetevi forte, siamo almeno 20 sotto zero!» Traduco in pazzese per Glyuba l’Idiota. Sono in grado di leggere Omero in versione originale greca, ed ecco cosa mi tocca fare.
Prima di costruire la nuova baracca, bisogna scavare i buchi per i pali e il filo spinato che recinteranno la squadra di lavoro. Porto con me un sacchetto pieno di cenere tiepida, dove gli operai a turno mettono le mani. Hanno a disposizione a) braci calde e b) secchi di metallo, ma devo portare una busta di cenere che c) vola da tutte le parti e d) finisce dappertutto. «Qui si fa così, Università. Qualche problema?» No, MacGyver, nessun problema. Alyosha il Battista è steso sulla sua branda, legge una Bibbia scritta su avanzi di scorza di patate. L’anno scorso durante il razionamento ha mangiato la Lettera di Paolo agli Efesini, poi mi ha chiesto se ne avevo fatta una copia. «No», gli ho risposto, «non mi hai mai detto che dovevo farne una copia». «Ti si deve dire tutto?» mi ha chiesto. È proprio come quell’estate dopo le superiori, con Nonno ubriaco sul divano, ma col colera e le mazzate.
Il vicecapo annuncia di aver ricevuto solo tre fette di pane anziché quattro, quindi a qualcuno toccherà rimetterci. Se mi offro volontario per mangiare meno, dice, potrò farci bella figura quando riempirò la domanda per un altro campo di lavoro in Siberia. Lo guardo e basta.
Duecento uomini dormono su 50 brandine zeppe di insetti. Il Capitano ieri mi ha chiesto di calcolare quanti uomini fa, per ciascuna branda zeppa di insetti. Quattro, gli ho detto. «Non metterti fretta», mi risponde. «Prenditi il tuo tempo, ma fallo bene». Quattro, gli ho detto. Si è grattato a lungo l’occhio buono, poi è andato a chiedere a Trubov. Ora non capisco se devo rifare il conto da capo, o cosa. Voglio dire, 200 diviso 50, no? Mi sta sfuggendo qualcosa?
Il Secondo Tartaro mi spunta alle spalle. «I-853! Tre giorni in cella». L’intero gulag osserva mentre mi portano via. Esco al freddo, e l’ingegner Pryolov mi chiede se ho visto il calzino che ha perso un anno prima che arrivassi qui. Gli dico che al ritorno dai tre giorni in cella a razioni dimezzate sarà il mio primo pensiero. Non fare l’insolente con me, mi dice. Insolente, io?
Quattro uomini si raccolgono intorno al palo del termometro nel piazzale. Sanno tutti che se scende a meno 42, gli operai non saranno mandati al lavoro. «Non ci respirare sopra», insiste uno. «Cazzo», dice Bobrov da in cima alla scala, «Meno diciassette. Deve scendere di altri maledetti 15 gradi». Quando ho fatto domanda per il part-time, è stato lui a dire che non avevo sufficienti abilità di pensiero critico.
Superiamo Shukhov che arranca nella neve. Sorride cupamente, attraverso i denti che ha perso per lo scorbuto a Ust-Izma. Stava così male che si era vomitato anche le mutande. Shukhov rantolante sul suolo gelato, sputacchiante sangue, è stata la prima cosa che ho visto nel gulag. Mi sono girato, ma mia madre era già ripartita.
Il Secondo Tartaro mi porta oltre un tratto di rotaia gelata, nel quartier generale. Solo ora dice che si accontenta di lasciarmi pulire il pavimento. «Non farli arrabbiare andando piano», sibila, «o non andrai mai avanti». Avanti dove? Ha 70 anni ed è ancora solo Secondo Tartaro.
Prima di rovesciare l’acqua saponata sull’assito rotto del pavimento, mi tolgo scarpe e calzini e nascondo il cucchiaio su per la manica. Se perdi il cucchiaio, nel campo puoi anche morire di fame. Della forchettina da insalata, invece, puoi fare a meno quasi sempre.
Guardo in basso, verso le mie scarpe Fabbrica Trattori Chelyabinsk, fatte di strisce di copertone e foderate col mio master creativo. La settimana scorsa, Visneski il Polacco è morto e hanno dato le sue scarpe a Glyuba l’Idiota. Glyuba ne ha mangiata una, e con l’altra ha fatto un astuccio. Lo so, lo so, lui è parte dello staff, io sono l’ultimo degli stronzi.
Nel gulag gira voce che secondo una sentenza di tribunale gli stagisti senza stipendio non sono impiegati, quindi non sono protetti dalle molestie sessuali. Ecco, magnifico, adesso sì che ci sono novità all’orizzonte.
Di notte nella mia branda scopro da una lettera, ricevuta di nascosto con la soda caustica per i cadaveri, che il mio amico Dimitri sposerà presto la figlia del maniscalco. A primavera probabilmente metteranno su famiglia e moriranno di fame nel loro solaio non riscaldato il prossimo inverno, mentre io sto ancora qui, senza una prospettiva.
Conosco la capacità della disperazione di corrodere l’anima, ma so anche che non devo cadere preda di stupide ambizioni e soffrire il fato di Melyanov, che sognava di mettere a frutto il suo stage nel gulag aprendo una catena di ristoranti senza cibo. Rubo la Seconda Lettera ai Corinzi da Alyosha e comincio a scrivere un curriculum sul retro. Esperienze recenti, scrivo. Attacchi di panico.
Sotto Premi o Segnalazioni segnalo il mio punteggio elevato a Indovina Quanto Forte Calceranno L’Ebreo. Sento montare la fiducia nelle mie possibilità. Manderò una copia al mio vecchio maestro di musica, che potrebbe avere qualche contatto. Come dice mio padre, non conta quello che conosci, conta chi conosci che è stato condannato alle miniere di sale per possesso di una copia pirata di Show Boat2.
Le luci si spengono alle sette. Un minuto dopo essere strisciato sotto la coperta in pelle di cavallo, sento il tiepido fiato dell’Idiota sulla schiena. Chiudo gli occhi e penso al tatuaggio osceno che Shukhov ha intorno alla cicatrice dell’appendicite. Fatta eccezione per la startup letteraria online, questo è il peggior lavoro non retribuito di sempre.
Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.
Illustrazione di Fabio Pistoia.
Ringraziamo Los Angeles Review of Books per la collaborazione.
