Avete presente Sacro/Profano (di qui in poi S/P)? Si tratta di un webcomic a colori, scritto e disegnato da Mirka Andolfo (colorista Disney ed altro) circolante su Facebook fino alla recente pubblicazione da parte della Dentiblù Edizioni (quelli che stampano Il Trono di Spiedi, per capirci).
La trama del fumetto è molto scarna, un diavolo bruttarello e onanista per scelta (degli altri) è fidanzato con Angelina, un (hey hey hey!) angelo il cui character design pare essere improntato alla ricerca di una mascotte per un sito porno. Mi piacerebbe aggiungere una frase con “MA! C’è un MA!”.
Purtroppo però, non riesco proprio a vedere come imprevisto il fatto che il povero Damiano non si possa dire fortunato della propria situazione sentimentale, in quanto Angelina, di darsi a qualsiasi attività anche vagamente sessuale, non ci pensa minimamente.
Il che, quando sei un demone, tende ad essere opprimente.
Le strip si dipanano quindi in tutta una serie di situazioni prese di peso dalle vignette della Settimana Enigmistica ed al massimo (nei suoi picchi di qualità) a qualche siparietto alla Blondie e Dagoberto, il tutto condito in salsa molto velatamente soft porno.
Ogni episodio è disegnato innegabilmente bene (Mirka Andolfo conosce il suo lavoro, sarebbe disonesto dire il contrario), ma non è altro che un’infinita sequela di battute da bar, luoghi comuni talmente triti da fare spavento: la bionda stupida, l’uomo sfighello che vorrebbe fare il macho ma non ci riesce, l’allusività da stornello, le amiche di lei porche e stronze, gli amici di lui ancora più erotomani e sfighelli del protagonista, l’ipocrisia sessuale delle signore.
In un apice di arguzia dell’autrice, Damiano vince una gara di braccio di ferro perché, nonostante egli sia incredibilmente gracilino, il mio sciabolone non sarà d’oro, ma sono l’unico che se ne prende cura; oppure un’altra volta Angelina mette in scena l’ennesimo teatrino dell’equivoco, prima comperando un vibratore che avrebbero fatto impallidire una navigata pornostar e poi utilizzandolo come frusta per dolci, dimostrando di non aver capito, al solito, assolutamente nulla.
Non mi si fraintenda quando sostengo che questo webcomic sia pari ad un porno: ciò che intendo è che, parimenti a quei simpatici filmini di intrattenimento, anche S/P è estremamente coreografico (aka, ben disegnato) ma a livello di trama rasenta la complessità di alcune cellule procariote.
Finito di delineare il prodotto, mi preme aggiungere che l’autrice dello stesso è sempre stata molto agguerrita nell’affermare che S/P non ha alcuna pretesa, che è semplicemente una valvola di sfogo leggera, per lei e per chi desidera seguirla, senza pretese di morale o significato.
Va presa così com’è: non il prodotto vacuo, saturo di stereotipi e intellettualmente offensivo che è, bensì semplicemente intrattenimento.
E vi dirò, quando ho cominciato a seguire la faccenda, mi trovavo d’accordo.
Del resto, dall’alto di una più che rispettabile professione di colorista per la Disney, uno può fare quel che gli pare, anche disegnare storielle sceme piene di tette e culi gratuiti.
Vuole pubblicarle? Faccia pure, siamo in un paese libero e condividere una risata ebete con qualcuno è quasi un atto di generosità.
C’è però un paradigma nel grosso delle forme d’arte, per il quale, in possesso di una buona tecnica, la presenza di ghiandole mammarie di modeste dimensioni e di situazioni sessuali, anche solo alluse, tende a raccogliere proseliti come se piovesse.
Questo ha moltiplicato il numero dei fan della pagina col ritmo di riproduzione di alcuni conigli molto annoiati. Ed ancora tutto bene.
Siamo alle cinque cifre di seguaci, la popolazione di un piccolo paese di provincia, la casa editrice Dentiblù decide di appiopparsi il rischio d’impresa (“RIDETE, STRONZI!” Cit.) di pubblicare un primo albo di S/P e di presentarlo nella migliore vetrina a disposizione di un fumetto indipendente: il Lucca Comics and Games 2013.
Rispetto ad altre testate indipendenti, ben più vecchie ed affermate (Drizzit) ed altre arrivate già al terzo o quarto volume cartaceo di grande (Zerocalcare) o meno grande (A per Ignoranza) successo, S/P fa il grande botto: il primo volume è quello più venduto di tutto il Lucca.
La notorietà della Andolfo aumenta a dismisura.
S/P è ufficialmente un marchio ed altri volumi sono probabilmente in cantiere, a fianco a qualche sporadica vignetta-teaser pubblicata ancora con l’usuale qualità sulla pagina Fb.
Il punto di questo articolo, che potrebbe sembrare null’altro che la sfuriata di un rosicone, è che da quando il suo fumetto è passato da un semplice passatempo ad un’effettiva occupazione, la Andolfo non ha assolutamente cambiato il suo atteggiamento nei confronti dell’opera.
Anzi, forte del sostegno di circa 35.000 e passa seguaci, rivendica la propria libertà di lucrare su un prodotto che senza mezzi termini è manchevole e scadente, con l’unica scusa che esso sia d’intrattenimento. Ed i fan dietro di lei a sostenere quest’assoluta vuotezza cosmica, pur di vedere altre illustrazioni dell’ennesima bimbo bionda, stupida e con due tette capaci di inficiare per sempre la funzionalità del rachide.
S/P porta avanti il fan-service come prodotto autonomo e non è più nella posizione di farlo, perché ora che è pubblicato, ora che della gente spende del denaro per acquistarne i volumi, ha delle responsabilità che non si è minimamente preoccupato di prendersi, in virtù del fatto che si tratta di intrattenimento.
Ed è qui che finalmente arriva il punto dell’articolo!
Checché uno creda, nel momento in cui si ha una diffusione tale, nel momento in cui passi dal diffondere il tuo prodotto, invece che i tuoi disegnini, sorgono degli obblighi di contenuto.
Delle persone leggeranno la tua opera, qualcuno potrebbe addirittura prenderla disgraziatamente sul serio.
Per carità, non mi si tacci di perbenismo.
Il mio problema con S/P ed i suoi consimili non è il fatto che usi mezzi “collaterali” all’opera per aumentare l’appetibilità del proprio prodotto e nemmeno che quei mezzi collaterali finiscano sempre per essere caratteri sessuali secondari.
Numerosi fumetti, film e opere letterarie comprendono scene di sesso o nudità, qualche volta anche per puro fan-service, ma il resto dell’opera mostra comunque un contenuto, di variabile profondità, ma sempre si tratta di un contrappeso sulla bilancia.
Non pretendo che questo precetto sia, come invece dovrebbe, universale, che chiunque inizi un’opera artistica lo faccia in primis per comunicare qualcosa. Sarebbe ridicolo.
Ma almeno quando dei soldi vengono sborsati per la suddetta opera, l’autore ha il sacrosanto dovere di non prendere per il sedere gli acquirenti.
Non si può produrre un’opera con le pretese di S/P e poi esigere che la si tratti ancora come una di quelle fanfiction yaoi che girano tutt’ora nei meandri più cupi di Forumfree.
Nessuno ovviamente si aspetta Maus, ma ogni tanto, la Andolfo, quando butta lì una pin-up con una bella settima coppa C, potrebbe anche bilanciare altrove con una trama, non dico equivalente, ma almeno da terza (elementare?) abbondante.
«A tutti quei drittoni che ciclicamente se ne escono con frasi (originalissime!) come ah, ma lo fai per ottenere consensi ricordo che se una cosa non interessa non è obbligatorio seguirla o guardarla. Critiche costruttive sono sempre bene accette, ma queste minchiate moraliste sulla mia pagina proprio non le reggo. Io disegno per passione e quando lo faccio senza cliente che mi dice cosa fare, faccio quello che ho voglia di fare e mi diverte…» risponde lei.
Segue solita gogna pubblica dalle sfavillanti argomentazioni, ma questa è un’altra storia.
Desidero sia chiaro che in casi come questi, il problema non risiede nella vuotezza in sé.
Sono certo che S/P abbia effettivamente avuto la sua cascata di drittoni che si sono fatti venire una sincope per un paio di tette (per carità non accendete la TV. Potreste non farcela) e verso quelli sono assolutamente solidale con l’autrice. Ognuno disegna quel che gli pare.
E via di tette, via di fanfiction con le più assortite ed acrobatiche prodezze sessuali, più o meno omoerotiche; via libera a squartamenti, arti che volano e teste che esplodono nella migliore tradizione di Mortal Kombat; siano sciorinate battute razziste, scorrette, humour nero senza un perché; giù con pagine e pagine di inutilità e cattivo gusto.
A iosa.
A palate.
Porzione Lucullo.
Ma c’è una sede per questo genere di prodotti e non è l’editoria stampata, non è la pubblicazione ufficiale. Quello è un ambito dove non ci sono posti per tutti, è uno Stato a parte, ha un suo confine recintato, una dogana. Entrando nella schiera delle Opere e non più dei meri prodotti di peristalsi creativa, sarebbe da fare un sacro voto. Non un voto di decoro o serietà (come l’ambiente letterario attuale pare credere), ma un voto di contenuti. Un voto di responsabilità.
Quando l’inchiostro tocca la carta, quando il vostro titolo supera l’indicizzazione di Google ed irrompe in quella ISBN, non ci si può più permettere di fare solo vuoto fanservice, o battute sui peti o umorismo da bar. Metteteci informazione, pensiero nelle opere.
O finirete come Epic Movie.
E non si augura.


