Incontro Claudio Giovannesi che è un bel pomeriggio soleggiato di dicembre. E lo incontro in uno dei miei quartieri preferiti di Roma, il quartiere Ostiense: luogo in cui ponti fantascientifici disegnati da Francesco Del Tosto e ritrovi spirituali della gastronomia radical chic evangelizzati da Oscar Farinetti, si sposano armoniosi con una massiccia promozione della street art e con lo sfondo un po’ crepuscolare e postindustriale marchio di fabbrica della zona. Un sodalizio che è presto divenuto sinonimo immediato di rinascita e rivalutazione. Claudio Giovannesi è un regista, perciò gli chiedo se sia corretto dire lo stesso del binomio cinema e Roma, nell’anno in cui contemporaneamente si è visto trionfare Il sacro GRA a Berlino e La grande bellezza ha scatenato paragoni a iosa con i vecchi fasti della capitale, messi su pellicola da Fellini.
«Roma è sempre stata una mèta cinematografica tanto che a volte si rischia anche di perdersi nel ‘romanocentrismo’ fine a se stesso. Ora c’è una piccola corrente veneta guidata da Segre e Oleotto – compagni di classe al Centro Sperimentale di Cinematografia – che sta cercando di dare un’alternativa alle commedie con l’accento romano, perché in effetti negli ultimi anni se ne sono viste molte». Roma potrebbe addirittura essere suddivisa in quartieri con differenti egemonie, c’è il ducato di Muccino in zona Mazzini, la monarchia di Moretti a Monteverde, e poi la piccola repubblica di Luchetti e così via in un microcosmo toponomastico del tutto singolare. Claudio si è occupato della periferia, i suoi lavori sono spesso ambientati a Ostia «era il luogo delle mie vacanze da bambino negli anni ’80, lì è stato girato il finale de La dolce vita, poi è diventata Ostia di Amore tossico. Ora è una cittadina multietnica, a volte la vera Roma è lì».
Sin dal titolo Alì ha gli occhi azzurri – film con cui Giovannesi ha vinto al Festival Internazionale del Cinema di Roma come miglior opera seconda – è citato esplicitamente Pasolini e la sua poesia Profezia dedicata a Jean-Paul Sartre, che tragica profezia è realmente divenuta a distanza di cinquant’anni, alla luce dei numerosi sbarchi su cui l’attenzione è ormai direttamente proporzionale alla conta dei morti o agli orrori dei centri d’accoglienza. Ebbene, Claudio racconta i ragazzi di Ostia, i ragazzi di borgata di questo millennio. Così diversi per interessi e aspettative da quelli di Pasolini, forse perché quel sottoproletariato non esiste più, così inconsapevoli del loro posto nello spazio e nel tempo. Il protagonista Alì ha un iPhone come tutti i suoi coetanei di qualsiasi luogo del mondo, da lì ascolta Gigi D’Alessio assieme alla sua ragazza e nulla in questo può fargli pensare d’essere ai margini della società.
Al contrario, i giovanotti di Una vita violenta se lo sentivano attaccato addosso questo status, e viene da chiedersi se ciò agevoli una voglia di riscatto oppure una ghettizzazione. Quel che è certo è che i ragazzi – siano d’oggi o di ieri – sono difficili da tenere a bada, soprattutto su un set cinematografico: «nessuno dei protagonisti di Alì era un attore professionista, ma il problema vero non riguardava la recitazione, piuttosto la sveglia la mattina, farli svegliare tutti i giorni alle sette in punto per due mesi è stato un miracolo! Si tratta di ragazzi di diciotto anni che hanno lasciato la scuola e che fondamentalmente interpretano se stessi – cosa difficilissima – rischiavano di eccedere o di snaturarsi: per esempio non ho usato il ciack sul set per non tracciare una linea netta che interrompesse la realtà». Allo stesso tempo la differenza tra culture, religioni o costumi è completamente appiattita dall’ingenuità o se vogliamo persino dalla superficialità dei protagonisti, come se non ci fosse bisogno di un eccelso sottobosco culturale per facilitare l’integrazione «non c’è nessun messaggio in questo, non prendo posizione, io tengo la telecamera in mano, spetta al pubblico interpretare».
Inevitabile fare un salto nell’attualità. L’inizio di questo decennio è stato caratterizzato da un riassestamento e un ricollocamento per chi produce cultura in Italia. I teatri vengono occupati per scongiurarne la demolizione, giornali e riviste falliscono e neanche il cinema si sente troppo bene. «È il risultato di un ventennio medievale creato dalla televisione e dall’assenza di una politica culturale forte che parte dall’istruzione elementare». Il grande capro espiatorio degli ultimi tempi è la “crisi”, quel gigantesco inceneritore in cui si gettano a palate discorsi da bar, un capro espiatorio talmente comodo che ha fatto diventare bar persino il salotto bene. Se c’è qualcosa che non va, si dà la colpa alla crisi. E all’appello non mancano i promotori culturali. La gente è pigra, guarda SKY da casa la gente, non ha i soldi per andare al cinema, la gente. L’onanistica litania si infrange sugli incassi di Checco Zalone fornendo un assist al bacio per coloro i quali – me compreso – vantano una laurea in analisi della sconfitta (con master in PD e dottorato in A.S. Roma). Claudio però la pensa diversamente: «Ben venga Zalone, che esista un’entità cinematografica popolare è sacrosanto. Il problema è quello che c’è attorno». La velocità con cui si evolvono le tendenze rende i nostri tempi contorti e difficili da decifrare.
La più grande trasformazione degli ultimi decenni è il tanto chiacchierato internet, notoriamente al centro di un gigantesco dibattito tra gli addetti ai lavori artistici e culturali. Un giovane regista come Claudio vive internet come una risorsa, grazie alla quale può trovare film che fino a qualche anno fa era impossibile reperire, aggirando peraltro il vizietto italiano di doppiare i film. La mia posizione è un po’ pessimistica ed esistenzialista, perciò provo a incarare la dose: il rischio di spalancare le porte alla mediocrità? L’iperproduzione e il bombardamento di stimoli? Questo universo in cui basta poco per girare un cortometraggio e caricarlo su YouTube o registrare un disco e pubblicarlo su Bandcamp, non rappresentano una particolare minaccia alla creatività secondo Giovannesi, anzi: «Sarebbe brutto rendere elitario qualunque tipo di espressione creativa».
Per fare una metafora calcistica, Claudio, è il tipico centrocampista giovane che gestisce il gioco con la maturità di un veterano, gli chiedo quali siano le sue bizzarre manie da regista: «il cinema è un lavoro di squadra, senza la quale non riuscirei a fare niente. Tutte le cazzate si fanno nella fase “individualista”.»
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).
