Intanto uno scrittore è arrivato
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Intanto uno scrittore è arrivato

Due sono i poli geografici, e non solo stilistici, del romanzo: Palermo e Parigi. 

Di Fulvio Abbate, dell’intellettuale Fulvio Abbate, per chi frequenti la rete, è facile aver avuto notizia. Dal 1998, infatti, si esprime dalla televisione monolocale di Teledurruti con interventi, talvolta spietati, ora contro il culturame italiano, ora contro il “clientelismo dal volto umano” di certa sinistra. Critiche, forse facili, ma non per ciò meno giuste o lucide. E, in questi anni, la replica più frequente è stata quella di bollarlo con il marchio infamante di “rosicone”, quasi come il Castellitto di Caterina va in città, luogo comune vivente, invidioso perché escluso. Ma tale critica (questa si, facile e ingiusta al tempo stesso) è doppiamente colpevole. Innanzitutto di non riconoscere l’originalità di Teledurruti come operazione artistica, ancor prima che culturale, svilendola sul piano dell’opinionismo d’accatto. Secondariamente si tratta di critica ignorante, rea di non conoscere lo scrittore Fulvio Abbate, che precede, per sostanza e per cronologia, l’intellettuale. Nella difficoltà di rinvenire le sue prime opere ci giunge in soccorso Intanto anche dicembre è passato, appena uscito per Baldini & Castoldi.

Nel romanzo, ricordo e immaginazione si fondono per disegnare l’infanzia siciliana del piccolo Fulvio, una girandola multicolore capace di descrivere l’esistente con tragica spensieratezza. E di restituire al lettore un mosaico di riferimenti culturali, di giochi della fantasia, di ironiche analisi antropologiche.

«Poi, anche per lui, verrà il Suca. L’insulto summa graffito da chiunque, perfino dalle mosche, sui muri di Palermo, l’offesa diretta che, sempre a Palermo, lo straniero non può non scoprire, costretto com’è dall’evidenza dell’odio fra simili, perfino tra consanguinei; sui muri, sui vespasiani, sui cartelli stradali, sulle saracinesche, sui carretti siciliani perfino, ben visibile sugli scudi di Orlando e di Rinaldo, sulla fronte di Angelica sotto la frangetta guerriera, ovunque».

L’operazione, più nelle premesse che nel risultato, ricorda quella effettuata da Jodorowskycon Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Ma, dove l’epopea familiare di Jodorowskytrae le sue radici, inevitabilmente, dal gotico Est Europa e dall’ebraismo, quella di Abbate si nutre del sole tunisino della Sicilia. Dove Jodorowskytende alle costruzioni intellettuali del Sud America, Abbate guarda alla leggera eleganza francese.

«Il sogno francese si apriva con una copertina sfondo blu e cartiglio bianco di gusto settecentesco: era il frontespizio di un Classique Larousse per intero dedicato a noi, gli Abbate»

E, infatti, due sono i poli geografici, e non solo stilistici, del romanzo: Palermo e Parigi. La prima, casa natia, terra dei padri, luogo di origine e fine di percorsi narrativi ed esistenziali. La seconda, città promessa, verso la quale tutto tende, come per magnetismo.

«Il sogno francese si apriva con una copertina sfondo blu e cartiglio bianco di gusto settecentesco: era il frontespizio di un Classique Larousse per intero dedicato a noi, gli Abbate. Aggiungo che sempre su quel libretto, in luogo, metti, di L’Avare di Molière, Fedra di Racine o Le Retour di Lamartine, c’era invece scritto: “Fulvio Abbate e la sua famiglia”, anzi, “et sa famille”, così il titolo, senza bisogno di nominare tutti.

Ancora, la Francia era per me ciò che vedevo illustrato nei libri di testo adottati da mia madre per insegnare agli allievi dell’Istituto Tecnico Statale per Geometri “Filippo Parlatore” di via Montevergini, un pendio barocco diroccato dalle bombe della guerra dov’era rimasta una chiesa popolata di tuniche e teschi: disegni stilizzati, linee spezzate che mostravano chepì, signore con i barboncini a spasso tra Avenue de Opéra e Arc de Trionphe, oppure il basco dei pittori ritrattisti nell’altopiano-tetto del mondo parigino di place du Tertre, un mondo immaginario, un mondo da cartolina illustrata da mille bandiere blu bianco rosso, dove era assente ogni sentore di guerra, di angustia piccolo-borghese, di morte o invalidità permanente».

Ecco, dunque, la casa di via Cesare Abba, dove un Hitler scampato alla distruzione del Reich trova rifugio come imbianchino presso la famiglia Abbate, dove Gemma, la madre di Fulvio, splendida bugiarda, racconta di come abbia incontrato Camus, dove Totò, il padre, conduce un’esistenza di gentilezze e premure familiari.

«Mio padre non era esattamente un uomo mite: era gentile d’animo, ma era anche tendenzialmente nervoso, “un nevrastenico”, lo definiva la moglie, bravissimo a rispondere con garbo aristocratico, da vero signore, a chi pensava d’offenderlo, agli individui privi di tatto; era anche molto generoso: se papà toglieva la buccia a una pesca, questa era tutta per noi, per sé teneva al massimo uno spicchio. (…) Totò era una creatura invidiabile nella sua incrollabile certezza degli affetti».

Proprio di fronte, in un appartamento anch’esso di proprietà della famiglia, spende i suoi giorni in incognito Ettore Majorana, lo scienziato scomparso. Le sue uniche occupazioni, le ripetizioni di matematica da impartire al piccolo Fulvio e la costruzione di un razzo per raggiungere Parigi.

Proprio nella capitale francese si recherà al gran completo l’intera famiglia, per desiderio (ordine?) di Gemma.

«Quanto invece ai desideri di mia madre, c’era da parte sua una grande voglia di incontrare uno scrittore, Albert Camus, che lei diceva di avere già conosciuto, sia pure molto di sfuggita, durante un soggiorno a Cannes, in Costa Azzurra, qualche anno prima.

Gemma raccontava così: “Mentre stavo sulla Promenade de la Croisette, era il 1958, ci siamo incontrati davanti al palazzo del festival, lui è rimasto incuriosito da noi giovani professoresse italiane in viaggio di studio, ci ha pure chiesto di dove eravamo, e quando ha sentito la parola Palermo uscire sulle mie labbra ha sollevato un grande sorriso, mi ha stretto la mano; aggiungi che Albert Camus è uno che ride mica tanto facilmente, lo capisci se leggi i suoi libri; insomma, ci aspetta a Parigi”».

E nella meraviglia della città, Fulvio, come il protagonista de Les Quatre Cents Coups, sembra quasi trovare il suo oceano.

L’autore cosparge il romanzo di storie e di Storia, con la generosità tipica di chi abbia fin troppe sementi da elargire, e il lettore si trova quasi smarrito in questo gioco dei rimandi. Nel finale, tuttavia, ogni elemento troverà la sua naturale collocazione. Hitler, salvatosi dal tribunale di Norimberga, cadrà, vittima della giustizia sommaria della mafia, per la sua colpa più leggera, aver attentato all’onore di un’ammiccante cassiera. Majorana fuggirà ancora, stavolta vestito da suora, senza aver completato il razzo né essere riuscito a insegnare a Fulvio le divisioni. Di Totò e Gemma, invece, viene descritta una fine naturale e serena, come pacificatoria.

Con la morte dei genitori e la dissoluzione dei loro corpi si conclude il romanzo, ma non l’infanzia del suo autore, eterno bambino, splendido bugiardo esattamente come sua madre. A Fulvio non resterà che il dominio dell’immaginazione, rivolgendosi alle fotografie color seppia e interrogando il volto di Gemma come Gozzano con quello di Carlotta, l’amica più cara a Speranza. «Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state», scrive Gozzano in un’altra poesia, ma in Intanto anche dicembre è passato non vi è traccia di rimpianto. L’estate è arrivata, recando con sé il colore dei ricordi, reali e immaginari. La fantasia come unica realtà definitivamente esistente tra gli infiniti mondi possibili. Storpiando Vian, questa storia è totalmente vera perché Fulvio se l’è inventata (quasi) da capo a piedi.

Valerio De Felice
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