#Circolodisagio #8 • la rubrica di commento a Masterpiece che è proprio come vi aspettate
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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#Circolodisagio #8 • la rubrica di commento a Masterpiece che è proprio come vi aspettate

There’s something in my head but it’s not me, dicevano i Pink Floyd. Bella scusa, davvero. Ce la ripetiamo anche noi allo specchio, e sempre più spesso.

There’s something in my head but it’s not me, dicevano i Pink Floyd. Bella scusa, davvero. Ce la ripetiamo anche noi allo specchio, e sempre più spesso. Ma anche le scuse, come le droghe e le bollicine di plastica che imballano i pacchi, creano assuefazione, e allora non servono più a nulla. Siamo noi. È colpa nostra. Siamo noi stessi il nostro nemico.

Quella sera di novembre telefonate sono state fatte, impegni sono stati presi alla leggera, il gruppo d’ascolto è stato fondato. Così senza neanche saperlo abbiamo venduto le nostre domeniche al diavolo e con esse la possibilità di riscattare il disagio del weekend in calcio d’angolo. La colpa è solo nostra, non ce la sentiamo di puntare il dito contro Masterpiece. Infondo lo show ci ricorda un po’ quelli che eravamo al liceo: «è bravo ma non si applica», intelligente ma non secchione. Masterpiece è seduto all’ultimo banco e ascolta musica alternativa, però conosce a menadito Il mondo come volontà e rappresentazione e al compito in classe di italiano è il primo a consegnare, un po’ svogliato, senza rileggere, perché è più importante andare a fumare in bagno. Perennemente nei guai con la matematica, ma chi se ne importa? Lo share non è un’opinione, ma chi l’ha detto? Il calcolo dell’equazione della tangente a una curva, così come le percentuali auditel, sono roba per quattrocchi sudaticci e permalosi, noi siamo troppo incasinati con le angosce causate dai nostri problemi esistenziali per curarcene. Ci teniamo stretto il nostro ultimo banco in fondo al palinsesto e siamo felici così, la domenica sera siamo di nuovo occupati, è ricominciato il nostro talent preferito.

Dove eravamo rimasti?

Sei finalisti in gara, vincitori delle precedenti puntate:

  • La catechista punk (un ossimoro che non può andare lontano, lo sanno tutti poi che la tinta di rosso vincente quest’anno è quella che si sono smezzati Noemi e Ron).
  • Trucco, l’impiegato all’ufficio dei cessi, decessi. Insomma: toccate ferro.
  • La ex manager che «ha mollato il lavoro da manager per inseguire il suo sogno». Certo, mollato. E noi siamo Brittany Murphy.
  • Lilith, il beat-a-tutti-i-costi. (Ci tengono a mostrarlo nella presentazione: è arrivato in studio in autostop. Lo hanno presentato così, sul ciglio della strada, che brandiva un cartone con la scritta Masterpiece, lo stesso sul quale-con grande probabilità- si era svegliato cinque minuti prima delle riprese).

I due scrittori stranieri che danno un tocco Benetton:

  • Savic il Serbo e Jelena la Lèttone.

Poiché comunque – proprio come il buffet del Festival di Sanremo – non si butta niente, sono stati ripescati altri sei personaggi. Gli Interattivi, scelti dalla rete, e altri tre, i Raccomandati, scelti dai giudici. Su queste ultime selezioni vale benissimo il concetto di imperscrutabilità del volere divino.

  • La Vecchia Prof. L’ha scelta Taiye Good Luck Selasi, ma è chiaro che non può proseguire. Questioni spicciole: metti pure che vinca, metti pure che pubblichi. Puoi mai chiamare esordiente una professoressa in pensione? Fa ridere quello che scrive o quello che noi di Circolo Disagio potremmo scriverne? Compito a casa. Pensarci.
  • Il medico della Mutua. Scelto da De Cataldo (Bella Giank, ci sei mancato un casino).
  • Valentino Gramsci aka Lorenzo Vargas, scelto da Andrea De Carlo, che già in tempi non sospetti avevamo individuato quale nostro Delfino. Sfacciato e ironico. Giovane ma non ingenuo, è chiaramente l’unico che lì in mezzo sappia cosa voglia dire twerking. Tutti gli altri sono fermi ancora al Tiburòn.

Tra gli Interattivi troviamo invece:

  • l’ex drogato galeotto.
  • Adelmo il-preferito-della-Bignardi (col romanzo su Zeman).
  • La donna elefante. Sì, ha scritto questo libro sugli elefanti, eccetera.

Ora, visto quanto ci siamo applicati? Ce li ricordavamo tutti. La gioia nel rivedere i giudici è stata immensa, tanto da averci indotto a pensare di essere affetti da una strana forma di Sindrome di Stoccolma. Apprezzato molto in questa fase il controllo che De Carlo riesce ad avere su se stesso una volta appurato che in studio non sono presenti manoscritti da lanciare. Almeno per ora.

Questa puntata scorre più velocemente, o forse siamo noi che dopo la full immersion sanremese stiamo ancora beneficiando degli effetti delle anfetamine. Proprio in virtù dei comuni tragici trascorsi, però, ci viene assestato dagli autori un colpo basso che non avremmo meritato. Hanno scelto una prova di cantautorato per la prima scrematura. Evidentemente hanno intenzione di mandare qualcuno a Sanremo l’anno prossimo, per poi farlo eliminare alla terza puntata perché la canzone era già stata performata nel talent. Che geni del marketing.

Giudice d’onore, il Premio Nobel Vecchioni: imperturbabile nel vedersi stuprare il pezzo di maggior successo dai concorrenti, si presta addirittura a cantare i versi riscritti durante la prova. Con la chitarra scordata.
Tutto questo avviene mentre il resto della ciurma spia direttamente dalla Factory, a metà tra l’aula studio di un teatro occupato e la sala riunioni di un manicomio. In questo luogo il coach Massimo Coppola svolge una specie servizio civile in cui tenta di reinserire dei disadattati nella società e di ovviare alle carenze del MIUR istruendo il pubblico a casa con brevi ma efficaci nozioni letterarie.
Un plauso per la spedizione esterna in cui i concorrenti sono chiamati a scrivere gratuitamente qualsiasi cosa a richiesta dei passanti, in pratica un modo per abituarli al lavoro di redazione.
Tutto molto bello, anche se la nostra dipendenza da Elevator Pitch sta brontolando, dove diavolo è finito l’ascensore? Ci gira già la testa dall’agorafobia.  

Stanchi e provati dai continui rimandi alla kermesse musicale appena conclusa, dobbiamo far fronte a uno schema di gioco che supera in difficoltà i meccanismi di Dungeons and Drangons. La cosa che ci piace però è che si arriva a nominare un SuperPerdente. Il Più Bravo A Perdere. Quello che vince su quelli che hanno perso. E questo non può che rallegrarci e incontrare i nostri consensi da losers. A proposito di ripescaggi, grande ritorno anche per Crudelia De Mon A.K.A. Elisabetta Sgarbi, che ci dà una rapida lezione su cosa sia l’editoria. In sintesi: una cosa fatta con amore, dice, mentre accarezza la sua pelliccia di scalpi d’esordienti. Sarà lei a giudicare la prova del SuperPerdente: la commissione decide di salvare Agnese, la Catechista Punk. Assumendosi ogni responsabilità sulla sua tinta di rosso.

Ricapitolando i concorrenti hanno scritto: biglietti e dediche a comando, racconti ispirati alle sorelle Bertè (forse l’unica prova veramente letteraria, presieduta da Teresa Ciabatti), sms d’amore, annunci sessuali mascherati da proposte matrimoniali, proposte di romanzi sadomaso. Quando il programma finisce siamo allibiti: già fatto? Come quella vaccinazione prima di partire per l’Africa, come quella siringa di anestetico dal dentista. O forse che maggior dolore si prepara per noi alla prossima puntata e questo è solo un segno.

Per adesso, un minuto di silenzio per i grandi assenti:

  • la barba del coach Massimo Coppola
  • il lancio del manoscritto di De Carlo
  • la prova di elevator pitch
  • le macchiette napoletane messe un po’ qui un po’ lì per dare colore.

Addio. A domenica prossima. Il Disagio continua.

  

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Olga Campofreda Edoardo Vitale
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