Tutto è iniziato in un pomeriggio di studio tra amici. Mi ritrovo invischiata in una partecipatissima conversazione sul Jersey Shore, in cui tutti sembrano in grado di lanciarsi in profonde esegesi sul perché non era proprio il caso di mandare Snooki a Firenze, mentre io riesco a contribuire solo con un «non lo so, non guardo la tv» (che, immagino, sia rimasto non udito dal resto dei conversanti, tanto che gli stessi continuano a chiamarmi il venerdì sera).
Ferita nell’orgoglio dalla mia prova d’ignoranza, corro a casa a raccogliere materiale utile. Da quel momento in poi, la fine.
È quasi estate, per cui mi ritrovo in quella lunga sequela di giornate in cui effettivamente non devi far nulla e se pure lo devi fare fa troppo caldo per farlo: le condizioni ambientali ideali per la classica “scimmia” che ti incolla allo schermo davanti alla tua serie tv preferita fino al mattino. Il problema sorge dal momento che di queste serie tv Mtv sembra ormai nutrirsi in modo ossessivo sfornandone tipi e formati diversi, tutti però accomunati da un alto tasso di grottesco.
La prima e, a detta di molti, inimitabile di queste serie risale al 2009. È il Jersey Shore, in cui un gruppo di ragazzotti e ragazzotte stanziati sul litorale del New Jersey vengono seguiti nel loro forsennato stile di vita da spiaggia, imperniato sostanzialmente intorno al momento clou dell’andare a ballare e a tutta la sua fenomenologia: infighettarsi tra lampade, unghie e parrucchieri; rimorchiare; ingurgitare quantità indecenti di alcolici e vedersela con le relative conseguenze quali risse, accoppiamenti selvaggi, atti più o meno vandalici, guerre di cibo, etc.
Uno show talmente fortunato da dare alla luce sei stagioni, due spin-off, ed essere replicato in versione UK (Geordie Shore) e spagnola (Gandia Shore), sempre alla ricerca dei litorali più folli d’Occidente – e non venitemi a dire che non vi eravate mai interrogati su come si diverte la gente di New Castle -. Una variante – ma non troppo, posso assicurare che il rischio di confondere i protagonisti è meno peregrino di quanto si possa pensare – gallese, è The Valleys, in cui i protagonisti sono giovani delle campagne del Galles, in fuga verso Cardiff nel tentativo di emanciparsi dalla propria villica condizione sociale, entrando nel mondo dello show biz.
Addirittura qui da noi Mediaset, la rete ggiovane Italia 1, con Tamarreide si era arrischiata in una produzione analoga, fin da subito oggetto di rimozione collettiva da cui sarà meglio per tutti non rievocarla.
Dato che non c’è modo migliore di esorcizzare tali piaceri perversi se non sublimarli intellettualmente, è il caso di chiedersi: «Perché?».
A ben vedere, si tratta di micidiali macchine narrative-succhia-attenzione costruite a regola d’arte mescolando tutte i must della televisione postmoderna (che non vuol dire nulla, se non qualcosa tipo tv-spazzatura): serialità, sesso, effetto di realtà, protagonisti qualunque, sesso, intrecci da drama, volgarità, trash, sesso, evasione e, infine, un bel po’ di sesso (alzi la mano chi non ha cominciato a guardare I Borgia o True Blood attirato dai vivaci amplessi dei protagonisti).
Un manipolo di “tamarri” non oltre la venticinquina riuniti in case arredate con gusto discutibile, che passano un certo periodo della loro vita assistiti e remunerati nel tentativo di mandare a quel paese il fegato, e la dignità.
Trucco pesante, muscolatura ipertrofica, capelli cotonati e ingellati, espressioni slang oltre a un accento ben distinguibile, il culto della discoteca come tempio di una mistica del divertimento, dell’evasione ma anche della relazionalità, interna al gruppo e non.
L’esperimento antropologico
Ricordate il Grande Fratello? In molti iniziarono a seguirlo con vivo interesse spinti da curiosità accademiche, nel senso che, alle prime battute, intorno al format aleggiava una certa aurea da esperimento antropologico: chiudiamo dieci sconosciuti ben selezionati in una casa cosparsa di telecamere nascoste e vediamo che succede. Se guardiamo la dimensione reality,qui abbiamo qualcosa di simile, ma con l’aggiunta di una certa curiosità, per così dire, sociologica: i partecipanti a tali programmi possono essere considerati membri di vere e proprie sottoculture. Sono, infatti, legati tra loro da un’appartenenza geografica, dichiarata nei titoli, che implica un’appartenenza culturale (in Jersey Shore si tratta, ad esempio, di ragazzi con origine italo-americana), in cui si manifestano dei tratti distintivi in termini linguistici, di estetica e di pratiche.
Trucco pesante, muscolatura ipertrofica, capelli cotonati e ingellati, espressioni slang oltre a un accento ben distinguibile, il culto della discoteca come tempio di una mistica del divertimento, dell’evasione ma anche della relazionalità, interna al gruppo e non. Particolare significativo di questi format che li differenzia dai soliti reality è proprio il fatto che, al contrario di Taricone&co., i ragazzi possano uscire, frequentare persone (pseudo) esterne al programma, invitare estranei in casa, addirittura andarsene e tornare a loro piacimento dallo show. In più, non c’è nessun pubblico a televotarli, nessun premio da vincere: non sono “concorrenti”, sono “protagonisti”.
Tant’è che spesso li sentiamo riferirsi al proprio gruppo come “famiglia”: «dovremmo essere una famiglia», «stasera sarà un’uscita di famiglia», «quella non è una di famiglia».
Un gruppo, quindi, assemblato artificialmente dal casting, ma che richiede una certa adesione affettiva per costruire una relazione “vera”. Non esiste sanzione dal pubblico da casa, che elimina di volta in volta qualcuno, perciò il punto non sta solo nel sapersi vendere televisivamente come singolo, ma nel creare quell’alchimia nel branco per cui ognuno diventa ingrediente necessario, con le sue peculiarità.
La partita, quindi, si gioca tutta sugli equilibri che si instaurano tra i personaggi, e gli interventi esterni all’economia relazionale del gruppo sono ridotti al minimo. Tranne, ovviamente, in quei casi in cui l’esuberanza dei nostri non si limiti a oltraggiare l’humanitas ma sconfini nel penale, richiedendo l’intervento della produzione a farne fuori qualcuno.
Questioni di genere
Proprio il trattarsi di un cast di protagonisti e non di concorrenti, rende ambigua la definizione del genere di appartenenza di questi format.
Di certo la componente reality è decisiva: senza l’effetto realtà, garantito dalla presa diretta sulle imbarazzanti esistenze dei personaggi, il tutto risulterebbe molto meno esilarante e non permetterebbe il corto-circuito tra vita vera e vita on stage, concime organico ideale per la generazione di icone pop sui cui Mtv può lucrare.
Ma qui ci troviamo di fronte a qualcosa di più raffinato del semplice reality, qui abbiamo a che fare con la serializzazione in piena regola della vita quotidiana di qualcuno. Certo, anche nel GF o nell’Isola dei famosi la fidelizzazione del pubblico passava dalle liaison effettive e quelle mancate, le litigate, gli intrecci melodrammatici, insomma le storie personali dei concorrenti, però il tutto compreso nella cornice iperartificiosa di una casa segregata a Cinecittà, di un apparato spettacolare in cui c’erano le dirette del giovedì, il televoto, i confessionali, la gente sugli spalti, le riprese h24 in diretta su Sky.
Mtv, invece, utilizza per le sue produzioni il formato della serie tv: un tot. di stagioni da un tot. di puntate dalla durata standard, una messa in scena articolata dal montaggio, addirittura i classici previously e next on a costruire le aspettative del pubblico.
Paradossalmente, tutti quei tratti che normalmente ci fanno dire che siamo di fronte a un prodotto di finzione (anche se, non so voi, ma io e Don Draper abbiamo avuto molteplici rendez-vous) qui sono declinati in modo tale da restituirci un maggior effetto di realtà: quella che guardiamo è proprio la vita quotidiana di dieci pazzi sessuomani ed edonisti in vacanza, e non i tre mesi di cattività di dieci concorrenti costretti a rompere nettamente con il loro vissuto quotidiano.
Più vero della finzione
Per tutta l’estate mio padre, cogliendomi impiegata nel mio nuovo passatempo preferito – oltre a sturbarsi pensando ai soldi buttati nella formazione universitaria della sua primogenita, che appena ne ha la possibilità corre ad incollarsi allo schermo davanti a dieci palestrati buzzurri il cui imperativo categorico è «lucidare la mazza» -, mi ha ripetuto: «Ma credi veramente che ci sia qualcosa di vero?».
La risposta non è così scontata. Quanto c’è di vero e quanto invece non si tratta di script che i protagonisti semplicemente eseguono? Il punto è «chissenefrega». O meglio: certo, è ovvio, tutto quello che compare nello show non fa altro che sbattermi in faccia l’artificiosità di ciò che guardo, ma questo certo non basta a rompere quell’incantesimo (chiamatelo patto narrativo, sospensione dell’incredulità, fette di prosciutto sugli occhi) che agisce ogni qualvolta vi troviate di fronte a un artefatto in cui c’è di mezzo una storia. Ad esempio, com’è possibile che i vari Jersey, Geordie ecc. commentino in una sorta di pausa-confessionale le vicende che stanno vivendo quasi seduta stante?
In questi momenti la temporalità è ambigua, spesso non puoi decidere se la “confessione” venga ripresa subito dopo la vicenda, molto più tardi o in contemporanea: di certo quando vedi due che si lanciano dei cocktail e subito dopo te li ritrovi a commentare l’accaduto seduti davanti a una macchina da presa, l’effetto è decisamente irrealistico.
Oppure, quei momenti di vero spannung ad alta densità meta-televisiva in cui, durante una lite furibonda, qualcuno spintonato rovina addosso a un malcapitato cameraman che, così, finisce per entrare in campo: zan zan, finzione svelata! Eppure, l’organizzazione complessiva del programma, aldilà della regia, fa sì che l’effetto realtà sia garantito e che lo spettatore non si faccia, giustamente, alcuna domanda riguardo lo statuto di verità di quello cui sta assistendo. Suppongo che nessuno di voi si sia mai interrogato se quelli fossero davvero cristalli di metanfetamina.
Brutto, grottesco, catartico
L’artificiosità può essere considerata un valore profondo anche soltanto lanciando un’occhiata di sfuggita a come sono conciati i protagonisti: tette finte, ciglia finte, capelli dal rosso-ristorante-cinese al nero-parrucchino al biondo-Mattel, muscolature bovine, incarnati che nemmeno Carlo Conti a Sharm. Un turbillon di minigonne fucsia, t-shirt che inguainano pettorali, zeppe tali da impedire la deambulazione.
Un’eccessività e un cattivo gusto che dichiara un unico filo rosso: fuggire come la morte quel che si dice un outfit acqua e sapone, che nell’ideologia dei nostri sembra tradursi in un’unica categoria semantica letale che condensa banalità, insignificanza, trascuratezza. L’acchitto artificioso è diretta espressione del tempo e della cura dedicati al proprio corpo per l’evento serale, in un tripudio di edonismo ed egocentrismo da sfoggiare in pista, come fosse uno show nello show.
Ovviamente, questa consacrazione al divertimento sfascione non significa certo che i ragazzi non abbiamo una loro sensibilità, che noi vediamo venir fuori (ogni tanto) in tutta la sua disarmante naiveté nello spazio tra la vodka a garganella e la stanza del sesso.
Forse, semplicemente, il punto è che ti affezioni, nonostante il piglio un po’ Sturm und Drang di chi spia la donzelletta che vien dalla campagna, con cui ti eri piazzato sul divano. Di fondo, un po’ combattuto tra repulsione, snobismo alla quarta e perversa invidia, godi schifosamente dell’eterno presente in cui questa schiera di tamarroni sembra intrappolata, dove non esistono né stage formativi, né progetti senza budget, né tanto meno vertigini paranoiche sul domani.
Una scimmia estiva da transfert, quella nei confronti di Jersey, Geordie, Valleys ecc.; un riflusso un po’ eighties dove gli abitini in lurex e i limoni di gruppo ti inducono un tipo particolare di straniamento liberatorio grazie al quale, finalmente, realizzi che è bellissimo che la vita possa pure esser tutta lì.