Il rap, l’hip-hop.
Mi scuso con gli appassionati, ma non riesco a fare a meno di legare questi generi a una cultura fatta da uomini di colore (saltuariamente bianchi di scarsa credibilità) dai fisici statuari, coperti d’ oro in quantità che addirittura io riesco a trovare fastidiosa, con un’idea molto libera di come si scelgano le taglie dei vestiti e tutti corredati da una insopportabile faccia truce.
Poi appare lui.
Magrolino, meno fisicato dello standard, faccia da mustelide ed espressione furba di chi ha appena rubato i biscotti dal pianale alto della cucina di mamma.
Pharrell Williams.
A molti di voi questo nome si sarà inchiodato nelle orecchie solo di recente, con la hit Happy, composta per la colonna sonora di Cattivissimo Me 2; per quelli come me con troppo tempo libero, il nostro PW è uno che è riuscito a mettere le mani in praticamente qualsiasi cosa.
Tanto per cominciare non è un rapper che diventa produttore (in senso stretto non abbiamo nemmeno un rapper), ma l’esatto contrario.
Pharrell inizia a lavorare in un duo chiamato The Neptunes con un suo amico d’infanzia. Ma mentre il duo in sé ai non addetti ai lavori passa tutto sommato inosservato, la faccia da lontra di Pharrell spunta un po’ ovunque, in ogni collaborazione, da quella col cantore dei sex offenders Robin Thicke (Blurred Lines, di cui vi consigliamo la versione non censurata qui sotto n.d.r.) a Get Lucky dei Daft Punk. C’è Pitbul che ogni tanto sbuffa gli stia copiando l’indole presenzialista.
Detta così però, in cosa differisce Pharrell dal summenzionato Pitbul, od un Will.i.am (con cui molto alla larga condivide gli esiti di percorso)?
Che piace a tutti.
TUTTI.
Normalmente un artista come Will.i.am piace agli amanti del genere, viene guardato con rispetto da altri discografici e fa storcere il naso a tutte quelle persone che hanno già deciso che la musica di livello debba passare per il rock. Uno come Pitbul viene prevedibilmente osannato da tamarri discodance in quanto costante ricettacolo gravitazionale di vulva, mentre chiunque altro lo osserverà col sospetto e la diffidenza esclusivamente riservata a tutta quella banda di musicisti che come genere musicale hanno i duetti e che, tolto l’audio ai videoclip diventando indistinguibili da un pappone portoricano.
Pharrell Williams invece rompe con forza questo schema.
In lui abbiamo un micidiale ibrido di simpatia naturale, propositivismo estremo e capacità di fare seimila cose insieme che lo rende un personaggio amato e apprezzato sia da quelli che amano il prodotto in questione, sia da chi, in assenza di due chitarre elettriche e un basso non riesce nemmeno a pronunciare la parola “canzone”.
Ovviamente non potremo conoscerlo con tale facilità da tracciarne la psicologia, ma possiamo sempre provare a fare qualcosa di simile deducendo elementi dal suo attivissimo account Instagram.
Mai ci troviamo di fronte una delle classiche pose gangsta cui l’industria discografica ci ha abituato e questo è un plus. Quante volte, avvicinandoci a questo tipo di cultura non abbiamo tutti storto il naso nel vedere l’ennesima posa guerresca del rapper di turno?
Anzi.
Forse aiutato da un certo physique du role, abbiamo sempre come minimo la faccia di chi sta imparando qualcosa, di chi si confronta con le sorprese dell’esistenza. Se lo mettessi al posto dei gattini sui poster motivazionali, probabilmente avremmo un risultato perfettamente identico. A scatti di sorpresa infantile (tipo una a fianco a Robin Williams che sembra ormai il vecchino di UP) troviamo brevi slogan da motivatore aziendale. Frasi come «Imparate ad essere riconoscenti» fioccano in questo profilo Instagram e cozzano violentemente con l’idea di riottosità che usualmente questo genere di artisti ispira.
Seguono scatti dove Williams fa il cazzone davanti a statue di varia foggia, video di 5 secondi dove sostanzialmente sfotte o ritagli di giornale.
Anche solo limitandosi a queste foto, addirittura Justin Bieber sembra un ceffo più losco e pericoloso di Pharrell.
Questo articolo potrebbe dilungarsi ulteriormente per pagine e pagine, ma il fatto è che non lo leggereste e sarebbe un peccato.
Quindi portiamola a breve.
In un ambiente dove la gran parte degli addetti ai lavori e performers sono dei nerboruti e minacciosi omaccioni, apparentemente fieri di essere e/o sembrare dei malavitosi sudamericani, il nostro Eroe risalta.
Perché se per disgrazia gli passa per le mani una proposta si lancia subito.
È la stessa persona che da una parte produce l’esordio di Kelis e dall’altra (scarto di pochi anni) suona per Hans Zimmer la linea di batteria per la colonna sonora di Man of Steel.
La stessa persona che per provare come ci si sente a essere innamorati si mette a fare sedie per designer d’arte.
Per aggiungere righe all’agiografia del ragazzo, si potrebbe parlare della sua nomina a uomo meglio vestito dell’anno da parte di Esquire, nonostante quell’ignomignoso cappello che si è cominciato a mettere, una sorta di evoluzione bulbosa di quello delle guardie a cavallo canadesi.
Ma allontaniamoci per un attimo dai risultati di mera risonanza e guadagno.
Certo, Pharrell Williams è partito dall’assoluto zero. Si è fatto strada in modo particolare e originale in un mondo che si regge su stampelle di testosterone, ma cosa ha lasciato dietro di sé?
PW è indubbiamente un uomo di grandissimo talento, capace di spaziare in varie discipline artistiche con relativa nonchalance. Anche se sapesse fare solo due o tre cose, questo vorrebbe dire che ha l’innato talento di piegarle in maniera pressoché infinita. E come decide di utilizzare i propri carismi, uno dei possibili geni poliedrici di questa generazione?
Si mette a fare canzoncine da discoteca.
Per carità, le collaborazioni con i Daft Punk sono carine. Happy è orecchiabile e, tanto per cambiare, ha un messaggio quasi positivo. Se la memoria non mi inganna, anche il vecchio progetto dei N*E*R*D. aveva dei pezzi ritmati ed accessibili. Il problema è che non gli ho mai sentito produrre niente di diverso da questo: prodotti ritmati ed accessibili.
Piace a tutti, Pharrell e si capisce facilmente. È il migliore surfista a cavalcare questo tipo di onda: ha l’orecchio di Timbaland; una fisicità riconoscibile; ha avuto la furbizia di legare il proprio nome ad una quantità straordinaria di prodotti di successo che trainandosi a vicenda hanno creato un effetto di risonanza.
Parliamoci chiaro, prima di Happy non lo vedevo cantare qualcosa a solo da fin troppo tempo.
Così abbiamo l’immenso successo di una canzone, che sarebbe stata altrimenti solo un pezzo caruccio. Così abbiamo la moda di quel cappello (non finirò mai di dire quanto sia orribile), inquadrato in una strana tradizione dove i musicisti hip-hop, all’apice della propria carriera, per forza devono iniziare a indossare un capo d’abbigliamento del cazzo per far vedere quanto sono avanti nello stile (ve lo ricordate Kanye West ed i suoi occhiali perfettamente inutili? Io si).
Immaginate per un attimo la scena: Pharrell all’apice del proprio successo conta le mazzette di banconote con la faccina del presidente McKinley per addormentarsi; si deterge le zone intime con un sapone di vero grasso umano; l’opulenza è tale che il suo domestico, a casa, ha anche lui due domestiche e massaggiatori privati.
All’improvviso la folgorazione, nei tratti da mustelide di Pharrell. Sono troppo ricco. Troppo influente. È l’ora di una prova di portata. È giunto il momento di controllare quanto potere ho, di convincere l’orda che mi segue a compiere gesti di immensa stupidità.
Apre una cassaforte, corrompe il nano all’interno della cassaforte e lo convince ad aprirgliene un’altra (all’interno della prima) e gli viene consegnata una minuscola fialetta. Su di essa un’etichetta, una formula segretissima, se la rivelassi mi ucciderebbero.
Basterà farvi sapere che si tratta di un devastante allucinogeno, dono de la loggia dei musicisti hip-hop.
Il momento è giunto.
Pharrell beve tutto d’un sorso. Perde i sensi, in un delirio onirico non euclideo. Vede la musica, sente i colori, assapora il senso delle cose in una botta che lo lascerà talmente segnato da rivalutare l’esperienza del primo rapporto sessuale.
Coglie per un attimo l’imperscrutabile disegno divino di esportare in India la piada romagnola.
Poi il delirio cessa, le informazioni vengono digerite e di tutto rimane solo l’estrema sintesi: quello schifosissimo cappello.
Dove voglio arrivare con tutto questo?
Voglio porvi una domanda. Spero siamo tutti al livello di consapevolezza per il quale sappiamo che i prodotti musicali di PW supereranno la prova del tempo quasi quanto quella busta di orate che avete dimenticato 3 giorni fa fuori dal frigo. Non hanno le carte in regola.
Così come i vestiti che produce, le scarpe e tutti gli onnipresenti paraphernalia che il suo tocco di Mida rende oro.
Se solo quella fialetta allucinogena l’avesse presa con un altro fine, quello di creare una grande opera, non sarebbe stato forse meglio?
Se invece del Grande Impero Onnicomprensivo/Tentacolare di Pharrell Williams avessimo avuto la Grande Opera Immortale di Pharrell Williams, non saremmo tutti più ricchi?
In più non voglio ripetermi, ma in questo modo, insieme a un probabile tesoro artistico, ci saremmo risparmiati anche quel dannatissimo cappello.
Maledetto.
Maledetto cappello.








