Il database dell’editore dev’essere vecchio di decenni, se hanno chiamato il mio ufficio.

«Abbiamo un manoscritto», hanno detto.
«Naturalmente», ho risposto. «Ne avrete, ne avete sempre».
«Ci serve una prefazione», dissero. «Possiamo farle avere un manoscritto con le macchie di caffè originali».
M’interessava, purtroppo.
«La mia prefazione sarà fuorviante», avvisai.
«Lo sappiamo», rispose l’editore. «Sappiamo tutto di lei».
«Il manoscritto è arrivato in buona forma», ho scritto alcuni giorni più tardi, «ma non lo aprirò prima di qualche tempo». L’editore ha speso $15.90 perché il pacchetto arrivasse il mattino dopo, nell’errata convinzione che questo avrebbe velocizzato la stesura della prefazione. Ma io sono un uomo improlifico e ostinato. Per pura noia ho rotto il sigillo. Le macchie di caffè non erano che tracce. Il MS misurava otto pollici per undici, ed era stampato su carta quasi trasparente. Il font: quattordici punti. Il carattere: Linotype in Fairfield, che, leggo, «mostra le qualità sobrie e assennate di un mastro artigiano il cui talento è dedito da tempo alla chiarezza».
Ho fumato le prime cinque pagine dopo aver bloccato la porta dell’ufficio con la mia toga dottorale.
Ho sputato catarro sulle successive cinque pagine.
Ho fatto delle pagine in pallini di carta, che ho sparato su ignari ricercatori attraverso il corpo vuoto di una penna.
Ho piegato aerei di carta, che hanno planato giù fino a colpire le gambe degli studenti che si abbronzavano in cortile.
Ho mangiato qualche pagina che aveva l’aria di essere cruciale.
Ho attaccato quel che restava del testo al muro, con lo scotch, modificando la disposizione fino a trovarne una piacevole. Ero pronto a scrivere la mia prefazione.
La prefazione “speckiana” o “speckesca” – la prefazione orribilmente fuorviante – è uno sviluppo recente nella mia interminabile carriera. Il cambio nel mio stile può essere datato con precisione – 12 maggio 1970 – il giorno in cui, per via di un grave errore amministrativo, mi è stato assegnato un posto di ruolo presso questo istituto. Prima di quel giorno, non ero stato che un autore di prefazioni mediamente fuorvianti. Nelle mie prime prefazioni, ad esempio, notavo il ricorrere di certe parole, qui e lì, per esempio, che avrei poi dubbiamente collegato ad una pagina di Freud casualmente in vista sulla mia scrivania, notando magari, in un inciso, che il padre dell’autore o autrice era stato spesso assente durante la sua probabilmente traumatica infanzia.
Le mie prime prefazioni mi sono ora repellenti. Erano fuorvianti, ma solo per trascuratezza. Era principalmente colpa della forma, ma anche la mia incompetenza come scrittore aveva un ruolo.
Nell’inverno del 1969, un editore mi ha mandato un libro. Lasciatemi dire in tutta franchezza che quel libro l’avrei voluto scrivere io. Mi è stato chiaro sin dall’inizio, che stavo leggendo il libro che avrei potuto scrivere io, se non fossi stato uno scrittore di prefazioni. Era il libro verso cui le prefazioni mi stavano portando, o forse il libro che le prefazioni impedivano. Feci alcune false partenze nel vecchio stile, mai tanto consapevole della mia povertà letteraria. Mancai diverse scadenze. Urlavo ai miei studenti e maltrattavo me stesso.
Dopo qualche mese, sotto minaccia dell’editore, escogitai una soluzione che tuttora considero la summa del mio stile dell’epoca. Ritrascrissi il libro parola per parola, intitolandolo «Prefazione, di John Speck», e lo mandai all’editore.
«Non possiamo permetterci di stamparlo», dissero.
«È l’unica cosa buona…» cominciai—
Ma non ascoltarono.
Dopo aver ottenuto il posto fisso, mi divertivo cercando di farmi licenziare; non tramite mezzi convenzionali, come le molestie sessuali, ma grazie alla pura e semplice incompetenza del mio lavoro. Nelle mie prefazioni anagrammavo i nomi degli autori. “Andrea” diventava “andare”; il libro di Andrea parlava dunque di viaggio, e mi sentivo anagrammaticamente giustificato ad “andarmene” per la tangente, allontanandomi dal libro verso altri argomenti. Anziché scavare nella biografia di un autore, correlavo il libro alla vita di un altro autore. Alcune mie prefazioni erano invettive contro i ricercatori dell’università, altre encomi di cioccolato, tabacco, e allucinogeni che consumavo mentre scrivevo le prefazioni. Erano fuorvianti, tutti concordavano. Nondimeno, la mia casella di posta era più piena che mai. Ogni volta che il mio nome compariva su un libro, l’università mi mandava una cadente composizione floreale, come se una parte di me fosse morta. Le mie prefazioni cominciarono a valere un certo prezzo; qualcuno sosteneva persino che fossi diventato un autore di fiction a mia volta. Ricevevo premi, le mie prefazioni furono raccolte in un libro al quale partecipai con l’ennesima prefazione fuorviante, e altri presto cominciarono a lanciare le loro decorazioni accademiche sull’albero appassito del mio lavoro.
Il mio curriculum scoppiava. L’università mi chiese di diventare Professore Illustre di Umanistica e Moralità. Declinai. Tentai nuovi stratagemmi. Nel mio corso di Realismo Moderno non mostrai che episodi di reality show al rallentatore, senz’audio, con Wagner per colonna sonora, ma ai ragazzi non dispiacque! Gli piacevano i miei corsi! Sui moduli di valutazione scrivevano «La pipa del professor Speck ha un buon odore» oppure «Il giorno che il cappotto in tweed di Speck ha preso fuoco è stato clamoroso».
Un ricercatore mi prese da parte. «Ehi, Prefatore», disse, «perché non te ne vai in pensione e basta? Odi l’accademia, e poi cos’hai ormai, centotré anni?».
«Perché sono sul punto di arrivare a qualcosa», dissi.
Forse avete delle domande sul libro tra le vostre mani – perché esiste, cos’ha da dire della vostra anima.
Temo di non potervi aiutare.
Fuorviare non è quel che avrei voluto fare da principio. Un tempo aspiravo a qualcosa di meglio, ma quella speranza iniziale svanisce sempre più nel profondo della nebbia delle mie prefazioni. È nella natura del mio mestiere di guardare sempre avanti, verso un mondo sul quale posso fare commenti ma nel quale non posso mai entrare appieno. Continuo a vedere barlumi in lontananza, ma non sono più sicuro di cosa significhino – se non siano, per esempio, i fantasmi proiettati sui miei occhiali da questa lampada.
Ecco tutto.
Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.
Potete leggere qui la versione originale.
Ringraziamo Tin House per la collaborazione.