Raymond Chandler è uno scrittore da vicolo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Raymond Chandler è uno scrittore da vicolo

La vecchia storia la conoscete tutti. Scrittori da tana e scrittori da prateria. Nella prima squadra giocano tipi come Stephen King, nella seconda militano pezzi grossi come Hemingway.

La vecchia storia la conoscete tutti. Scrittori da tana e scrittori da prateria. Nella prima squadra giocano tipi come Stephen King e il vecchio Proust, nella seconda militano pezzi grossi come Hemingway (il capitano ovviamente), Fante, Fitzgerald. Metodici contro esaltati, retroguardia contro truppe d’assalto.

Raymond Chandler però non sono mai riuscito a capire in che squadra giochi, mi è sempre apparso come uno scrittore da vicolo, se capite cosa intendo, uno di quelli che ama le uscite di servizio e le luci al neon.

Di una cosa però sono sicuro, ogni pagina di ogni libro di Chandler ti proietta al centro di quella prateria e, per un singolo istante, credi davvero di esser stato convocato in prima squadra assieme agli altri. È impossibile non entrare in uno stato di estrema empatia con i protagonisti dei suoi romanzi, si vive una sorta di regenmanteleinfühlung (termine che ho coniato fondendo due parole prese a caso dal vocabolario tedesco, dovrebbe essere qualcosa tipo «empatia dell’impermeabile» n.d.a.) data dalla lucida consapevolezza di essere agli antipodi di un vero duro come Philippe Marlowe.

Ci provi anche ad indossare impermeabile e capello, ad alzarti il colletto in una sera piovosa e a guardare con aria torva i passanti. Il risultato, però, è quello di assomigliare più all’ispettore Gadget con la mononucleosi che al detective chandleriano. L’empatia dunque è empatia dissonante, conciliazione degli opposti, antinomia letteraria.

Leggo a caso da Addio mia amata (Farewell my lovely, 1940):

 

«Whisky» dissi.

L’uomo cominciò a fare un movimento con la mano.

«Whisky» ripetei.

L’uomo si avvicinò all’armadietto dei medicinali e ne tolse una bottiglia schiacciata che aveva un’etichetta verde. Prese un bicchiere.

«Due bicchieri» dissi io. «Ho già assaggiato una volta il vostro whisky. E a momenti mi faceva andare a sbattere a casa del diavolo».

Egli prese i bicchieri piccoli, ruppe il sigillo della bottiglia, riempì i bicchieri.

«Prima voi» dissi.

Egli fece un debole sorriso e alzò uno dei bicchieri.

«Alla vostra salute signore, a quel tanto di salute che ancora vi resta».

 

Sbam! Immediatamente le labbra ti si inumidiscono e il sapore del malto è quasi palpabile, anche se stai sorseggiando una gazzosa calda della Lidl.

Da quando leggo Chandler non riesco più ad avvicinarmi ad una persiana senza affacciarmi sospettoso tra le stecchette di legno. Anche se sono in un luogo pubblico. 

Trouble Is My Business tratto dall’omonimo racconto di Raymond Chandler

 

Sono convinto che Chandler sapesse bene ciò che stava scrivendo, fosse perfettamente conscio del ruolo che avrebbe avuto sulle generazioni a venire. Mentre buttava giù i suoi racconti era ben consapevole dell’effetto devastante che avrebbero avuto sul lettore, qualsiasi lettore, perché i punti deboli su cui i libri di Chandler pressano senza pietà sono universali e molto scoperti. Amori morbosi, loschi ceffi, drugstore sgangherati e vecchie automobili sono esche ghiotte per chiunque. L’America un po’ macchiettistica e filtrata dal cinema che ne viene fuori, le poltrone di pelle e le rivoltelle, i fermo posta e gli alberghi ad ore, sono gli ingredienti di una zuppa esplosiva. Persino adesso i tasti del mio pc fanno lo stesso rumore di una vecchia typwriter Underwood, e il tizio cinese del supermarket ha le fattezze di un infido e redivivo Fu Manchu che si accarezza un paio di inesistenti mustacchi.

La forma a Chandler più congeniale è sicuramente quella del racconto breve. È su questo terreno che lo scrittore di Chicago (ho appena scoperto che è morto in un posto chiamato La Jolla, stupendo n.d.a.) riesce a dare il meglio di sé. Brevi come uno shot buttato giù al bancone di un fumoso locale di L.A., pesanti come un uppercut di Philip Marlowe nella sua forma migliore. Ed è forse proprio Killer in the rain (Il blues di Bay City e altri racconti, 1964) l’opera più riuscita di Chandler. Quattro racconti secchi: La giada cinese, Blues di Bay city, La donna nel lago, In montagna non c’è pace; quattro proiettili calibro 38 che rappresentano un concentrato di tutta la sua opera, racchiudendo in poco meno di duecentocinquanta pagine tutti i temi a lui più cari. Cito testualmente dalla quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli:

«Questi quattro racconti che qui ripubblichiamo appartengono a un gruppo di otto racconti che il grande scrittore giallista aveva debitamente pubblicato tra il 1935 e il 1941, ma che poi aveva fatto di tutto per far dimenticare. Perché? Meno belli degli altri quattordici racconti noti sino alla riscoperta dei primi otto? Per nulla. Appunto perché erano i suoi più belli, Raymond Chandler li conservava segretissimi: ne era geloso fino alla mania: rappresentavano infatti una specie di capitale in banca. Quando voleva scrivere un romanzo andava a prendere uno di questi racconti, se lo leggeva per bene e da uno cavava fuori un personaggio, da un altro un episodio, da un terzo una descrizione».

Per la prima volta, ad esempio, in questi racconti si assiste alle imprese del detective Philip Marlowe. Sulle prime è un detective senza nome, poi s’incomincia a chiamare Carmady e finalmente viene ribattezzato con il nome che tutti conosciamo. Nome che verrà conservato anche nelle diverse trasposizioni cinematografiche, nome impersonato da Dick Powell, Robert Mitchum, James Garner, Elliott Gould (gente che risulta attraente persino in vestaglia, mica come te che in pigiama sembri il cadavere di Mike Bongirono) e soprattutto da Humphrey Bogart, sicuramente l’interprete più amato e imitato, al cinema e fuori.

Tutto questo per dire una cosa molto semplice: la grandezza di Chandler, la sua capacità di coinvolgere il lettore e spararlo nell’Iperuranio delle proprie personalissime fantasie, è quella comune a tutta la letteratura, al cinema e all’arte più potente. La grandezza di usare una rivoltella contro le tragedie quotidiane, la grandezza di consegnare Bogart alla storia, il Bogart di The Big Sleep, a cui anche noi, forse, ci avviciniamo un po’, ogni volta che inforchiamo il nostro cappello e il nostro impermeabile immaginario.

Alessandro Chieppa
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